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Giulio: una generazione rifiutata dalla terra d'origine
15 settembre 2005

“L'Eurostar 9350 delle ore 5 e 36, proveniente da Bari Centrale e diretto a Roma Tiburtina, è in arrivo sul binario 3. Ferma nelle stazioni di Bisceglie, Trani, Barletta…”. E' con la voce metallica e monocorde che annuncia il treno diretto verso la “Città eterna” che, il lunedì mattina, alle prime luci dell'alba, inizia la mia settimana da emigrante. Un emigrante della nuova generazione, uno di quelli che, messa in soffitta la vecchia valigia di cartone dei nonni, viaggia con il trolley e la borsa per il pc portatile, uno dei tanti giovani meridionali (e dei tantissimi giovani molfettesi) costretti a lavorare fuori dalla propria città e su cui negli ultimi mesi si sono susseguite e sprecate indagini e ricerche. Tutti concordi su un punto: oggi al Sud per i giovani laureati non c'è futuro. E se questo è vero per l'intera area meridionale, a Molfetta il fenomeno assume un rilievo ancora più drammatico. E per percepirlo non c'è neanche bisogno di statistiche o di approfondite analisi dei flussi demografici: basta guardarsi intorno. Ciascuno di noi ha almeno uno (ma spesso due, tre, quattro) tra fratelli, amici, cugini, figli, nipoti, parenti, affini che, dopo aver studiato, ha levato le tende, ha salutato tutti ed è partito. E così è capitato a me (dove sta scritto che il figlio di un avvocato debba necessariamente svolgere la professione nello studio del padre?). Eppure io mi considero un emigrante “atipico” (come il contratto che regola il mio rapporto di lavoro, che non mi garantirà alcuna pensione e per cui mi dicono debba ringraziare un martire morto ammazzato sotto i portici di Bologna, piuttosto che prendermela con un governo di irresponsabili), a metà strada tra il “trapiantato” a Roma ed il pendolare. Già perché a differenza di molti amici e colleghi che lavorano fuori e ritornano solo “per le feste comandate”, due o tre volte l'anno, io faccio su e giù per lo Stivale praticamente ogni settimana. Più di 800 chilometri di strada ferrata ogni pochi giorni. Ormai conosco ogni curva ed ogni paesaggio di quella tratta. Il lunedì mattina si parte per Roma, il venerdì sera si torna a casa, a Molfetta, perchè qui c'è la mia famiglia, i miei affetti,i miei legami, i miei interessi, il giornale, gli amici. Il mio mondo, insostituibile. A Roma c'è l'ufficio, c'è il lavoro, ci sono un mucchio di problemi legati al vivere quotidiano. Da un po' di tempo c'è quel fastidioso senso di inquietudine che si avverte entrando nel tunnel della Metro e con cui tutti abbiamo imparato a fare i conti. Niente di più. Ebbene, la riflessione più amara che mi capita di fare durante le oltre dieci ore che trascorro in treno (tra andata e ritorno) ogni settimana, riguarda il destino della mia città. Se la vitalità e le prospettive di un paese si misurano con le aspettative dei suoi giovani, bè Molfetta non è in declino: è in coma. E' destinata ad inaridirsi, ad invecchiare rapidamente. Lasciate perdere le parole che ci diranno nel corso dell'imminente campagna elettorale; provate a farvi una salutare chiacchierata con uno qualunque dei giovani emigranti di “nuova generazione”, con i tanti laureati e specializzati, magari con quelli che hanno pure un Master alle spalle; provate ad ascoltare i loro racconti, a sentire i loro stati d'animo, a raccogliere i loro sentimenti. Vi diranno tutti la stessa cosa: qui, per noi, non c'è nessuna possibilità. E ve lo diranno con una vena di malinconia ma anche con una certa durezza. Perchè in quelle poche parole c'è un vibrante atto di accusa che dovrebbe tener svegli la notte amministratori, imprenditori, politici, rappresentanti delle istituzioni di ogni parte politica, di oggi come di ieri. Tutti hanno concorso, chi più chi meno, consapevolmente o inconsapevolmente, per incapacità personali o per superficialità, in buona o in cattiva fede, a creare le condizioni perché oggi una intera generazione si senta rifiutata dalla sua terra d'origine. Si senta inutile, superflua. Respinta. Una generazione che ha passato anni a studiare, per acquisire, tra mille sacrifici, strumenti e conoscenze specifiche, le più disparate, magari proprio perché sperava di poter mettere quel bagaglio di competenze al servizio del suo territorio, della sua gente, per contribuire a riscattare, con i fatti e rimboccandosi le maniche, una delle tante aree depresse di questo vituperato Mezzogiorno. Una generazione di ragazzi che speravano di investire in se stessi e nel futuro della propria città, e che oggi in quest'ultima ripongono così poca fiducia e si sentono così poco valorizzati, da andare a mettere radici altrove. Da andarsi a giocare le proprie carte altrove. E' come se Molfetta a ciascuno di noi dicesse: “No, grazie, di te non abbiamo bisogno. Prendi il primo treno e vattene. Qui cercansi commessi per il prossimo centro commerciale”. E' deprimente, ve lo assicuro. Giulio Calvani giulio.calvani@quindici-molfetta.it
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