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Gabbiani in libertà la mostra di George Farah e Mauro Germinario
15 ottobre 2012

Suggestiva esposizione dal titolo Gabbiani in libertà, figlia del sodalizio artistico, ma anche della profonda amicizia tra il pittore italo-egiziano George Farah e il fotografo molfettese Mauro Germinario all’Università Popolare, presieduta dalla professoressa Ottavia Sgherza. Farah è nato in Egitto nel 1945; laureato in lingua e letteratura francese, ha insegnato nei due più prestigiosi licei del Cairo e poi all’estero. Musicista, pittore e poeta, ha all’attivo importanti esposizioni regionali, di “dipinti e grafica su papiri” – ambito in cui eccelle -, di “arabeschi” a simboleggiare l’infinito, e poi ancora “Intrecci d’Oriente”, sino a pervenire alla personale inaugurata l’anno scorso presso il Chiostro della Fabbrica di San Domenico, “Donne e musica”, con una madrina del calibro di Marisa Carabellese. Egli si sofferma, adottando una tecnica mista per le sue creazioni (acquerelli, pastello morbido, inchiostro di china, acrilico), in particolar modo sul tema dei gabbiani in libertà. A tal proposito, emblematica appare la rappresentazione che l’artista realizza del movimento dei gabbiani, separato dal soggetto del suo dipingere da sbarre che acquistano valore metaforico. È come, se l’artista, come ogni uomo, contemplasse nel suo carcere quotidiano il libero planare verso il sole di queste maestose creature. Ma forse questa libertà è solo un’illusione; forse anche il gabbiano – scriverà altrove Farah – soffoca in petto un urlo d’atavico dolore. Molte di queste tele sono nate come fotografie e Farah lo segnala in un bonario autoritratto nelle vesti di fotografo. L’originale fotografico è però solo il punto di partenza per le letture en artiste della realtà. Un primo sentore della volontaria abdicazione al realismo per attivare, con sapienza, la dimensione del sogno è la presenza di costanti, volontarie deroghe al rispetto delle proporzioni. Tipica dell’arte naïf, essa evoca in gioco uno sguardo altro, insolito, che mostra compresenti in un piano elementi distanti o esalta espressivamente alcune figure della composizione: una barca, un gabbiano signorile, una nube più ‘incagnata’ o sbarazzina delle altre, una conchiglia a suggellare il canto marino. Il pittore a volte si incanta a contemplare la graziosa danza dei gabbiani; raramente essa assume i sembianti del garbuglio; più frequentemente, in essa l’artista coglie l’eleganza di una coreografia perfettamente orchestrata. Così, ora le ali del gabbiano in posizione centrale determinano le due direttrici del movimento, a guisa di diagonali; ora i volatili all’angolo sembrano guardarsi in cagnesco remando, direbbe De André, in “direzione ostinata e contraria”. In altri casi ancora, le direzioni delle ali paiono rette parallele, quasi ad additare un orizzonte lontano in cui bere la luce e saziarsi dell’incidenza del sole. Quando rappresenta Molfetta (il “faro muto e maestoso” ne diviene un nume tutelare), George – complici le palme – sembra affratellarla a quel meraviglioso e inquieto mondo mediterraneo che ha veduto fiorire la sua giovinezza di uomo – come ama definirsi lui con la bonomia che lo contraddistingue – “piccolo e nero”. A tratti affiora la meditazione esistenziale e allora scorgiamo gabbiani volare in ordinati stormi verso l’occidente sole: “l’ultimo gabbiano sembra ritirarsi nei colori del tramonto, / poiché sente arrivare la sera per tutti... / Di dietro al faro illuminato / ci arriva il suo grido triste e rauco che ci dà la buona notte! / Buona notte, gabbiani...”. Perito elettronico, Mauro Germinario ama definirsi un “pensionato amante della fotografia”, ma senz’altro è molto di più. Il suo sguardo coglie aspetti inusitati del mondo quotidiano; è suo – come di Farah – quel dono che Emily Dickinson riteneva tipico dei poeti: “distillare un senso sorprendente da ordinari significati”, rilevare le “essenze immense” di specie familiari. Quest’idea si sposa bene con il concetto alla base della poetica di Germinario del mondo come “mosaico” dalle tessere perfettamente incastonate. Egli rifugge da pratiche abbondantemente diffuse, quali il fotoritocco. Le sue fotografie sono realizzate mediante uso del cosiddetto file “Raw”, che garantisce, oltre alla qualità dell’immagine, la riduzione del tempo di attesa tra due scatti e la possibilità di elaborare il file un numero infinito di volte senza che le immagini siano degradate. Tra le fotografie di Germinario, possiamo individuare alcuni gruppi tematici. Alcune immagini digitali isolano la figura del gabbiano nel suo stagliarsi sul piano celeste. L’investigazione anatomica consente il risalto dell’innata eleganza del protagonista della mostra. Re di una foresta azzurra e divina, il gabbiano appare ipostasi della bellezza del creato. Germinario è maestro nel coglierne il dinamismo – questa è una delle chiavi di volta della sua intera produzione. Oltre alle variazioni prospettiche sul volo di gabbiani isolati, Mauro – come Farah – indaga anche le loro interazioni, cui non sono estranee le logiche dell’umanità stessa. Sembra che per loro, come per gli umani, valga il verghiano “ideale dell’ostrica”. Li vediamo così tendere alla comunità; la cosiddetta “barca del riposo” diviene meta di gabbiani in arrivo. Essi planano dolcemente in questo nido sul mare, mentre gli altri giocano a fil dell’acqua. Col maltempo, essi cercano la terra e alla terra può assimilarsi anche una barca in equilibrio nella danza dei flutti. Ma un piccolo gabbiano sembra allontanarsi, mentre gli altri fanno gruppo. Questa sua famelica sete di orizzonte sarà forse punita dal destino? La vita del gabbiano, poi, è simile a quella di un suo fratello uomo. “Va’, vecchio John, va’ per la tua via. Questa tua vecchia carne ancora spreme qualche dolcezza a te”, recitava il libretto di Arrigo Boito per il “Falstaff” di Giuseppe Verdi. Così sembra andarsene per la sua strada un vecchio gabbiano; gli è precluso il sicuro planare sull’acqua, le sue ali sono zuppe ed esso cerca di scrollar via l’umido fardello per poi attuare un nuovo, forse vano, tentativo di librarsi in volo. Vano, perché un’onda è in agguato; il mare tornerà, coi suoi crucci d’onde, a soffiare acque/piombo sulle fragilità del vecchio John, alla mercé degli uomini e degli elementi. La vita del gabbiano, poi, è in tutto simile a quella di un suo fratello uomo. Siamo ben lontani dalla serena vecchiaia di Catone il Censore nel ciceroniano De senectute; ma il gabbiano “giunto alla sera del viver” che gli daranno le stelle ha un je ne sais quoi di stoico, di epico nel suo tendere alla vita ancora. Sempre.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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