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Facchini: allarme inquinamento ambientale ed effetti letali sulla salute umana della centrale a biomasse della zona Asi di Molfetta
09 giugno 2014

 

MOLFETTA – Il dott. Guglielmo Facchini (foto) lancia l’allarme per la centrale a biomassa della zona Asi di Molfetta.
Riportiamo il suo comunicato:

«Il sottoscritto, in qualità di medico, in osservanza all’ articolo 5 del codice di deontologia medica  “ Educazione alla salute e rapporti con l’ambiente “ che così recita : “ Il medico è tenuto a considerare l’ambiente nel quale l’uomo vive e lavora quale fondamentale determinante della salute di cittadini [...] il medico favorisce e partecipa alle iniziative di prevenzione, di tutela della salute nei luoghi di lavoro individuale e di promozione della salute individuale e collettiva ” , inoltra il seguente comunicato stampa , costretto dalle connivenze delle strutture preposte alla autorizzazioni del nostro territorio, relative alla realizzazione della centrale a biomasse nella zona ASI di Molfetta.

Premessa

In ogni centimetro cubo d’aria  è sospeso un aerosol di particelle solide (polvere, fuliggine) e liquide (nebbia, caligine), con dimensioni lineari variabili tra meno di 0,01 μm e alcuni centesimi di millimetro. Recentemente si fa riferimento ad una nuova classificazione scientifica, che suddivide le particelle in tre categorie:

particelle grossolane con diametro superiore a 1 μm;

particelle fini o di accumulazione con diametro compreso tra 0,1 e 1 μm;

particelle ultrafini o nanoparticelle con diametro inferiore a 0,1 μm.

Le particelle fini e ultrafini costituiscono il PM1, mentre le nanoparticelle costituiscono il PM0,1. Le nanoparticelle sono soprattutto generate dalle fonti di combustione e dai veicoli a motore; pertanto si è visto che la fonte predominante e continua di polveri sospese nelle aree urbane è il traffico veicolare, che contribuisce al livello complessivo dell’inquinamento atmosferico con il 50-60% del particolato fine e ultrafine.

Tali particelle hanno la capacità di penetrare nelle vie respiratorie e la penetrazione è in funzione delle loro dimensioni:

- quelle comprese tra 5 e 30 μm di diametro aerodinamico vengono bloccate nel tratto naso-faringeo;

- quelle comprese fra 1 e 5 μm raggiungono i bronchioli;

- quelle inferiori a 1 μm raggiungono in profondità gli alveoli.

Numerosi studi epidemiologici hanno confermato che l’ inquinamento da polveri, soprattutto quelle fini e ultrafini, è responsabile di molte malattie respiratorie, quali asma, bronchiti croniche, riduzione della funzionalità polmonare.

A causa della loro capacità di penetrazione negli alveoli polmonari e quindi della loro elevata concentrazione sul parenchima polmonare e dell’enorme rapporto superficie/massa, è possibile che tali particelle inibiscano l’azione dei macrofagi alveolari, che hanno il ruolo di ripulire il tessuto polmonare delle sostanze estranee inalate. I macrofagi poi, nel tentativo di distruggere il materiale, aumentano la produzione di mediatori citotossici, portando così un aumento della suscettibilità alle infezioni, con infiammazioni e danni polmonari. Ulteriore danno ai tessuti deriva dal fatto che il particolato ultrafine è in grado di adsorbire acidi forti, danneggiando i tessuti degli alveoli. Anche la presenza dei metalli contribuisce all’irritazione dei tessuti.

EFFETTI A LUNGO TERMINE

Diversi studi, effettuati dall’American Heart Association e dall’American Cancer Society, hanno dimostrato che l’esposizione ad inquinanti atmosferici è correlata a mortalità cardiovascolare indipendentemente dai fattori di rischio cardiovascolari già noti alle comunità scientifiche internazionali . In più la mortalità, oltre che in rapporto con la concentrazione di PM, è stata correlata alla concentrazione di particelle di zolfo e, durante i periodi estivi, di ozono. Laddove c’è la presenza di centrali a biomasse o ad altre forme di centrali come i termovalorizzatori, le immissioni di particolato ultrafine determinano una mortalità elevatissima in una popolazione di individui sani, giovani e bambini in ottimo stato di salute, perché la ulteriore concentrazione di particolato ultrasottile provocato dalle emissioni di queste centrali, determina una sindrome, scoperta appena quattro anni fa, denominata sindrome da edema cerebro cardiaca . Soggetti sani vengono colpiti da improvviso malore e raggiungono l’exitus in brevissimo tempo, anche se sottoposti a cure tempestive. Inoltre la presenza di notevolissimo incremento di leucemie e di altre forme mortali di cancro, nei bambini che abitano nelle loro vicinanze , ha spinto tutte le comunità scientifiche internazionali a vietare l’uso di tali centrali, in vicinanza dei centri abitati. Queste centrali sono state battezzate dalla associazioni scientifiche americane ed europee, centrali della morte, ed esse raccomandano di collocarle a distanza minima di centocinquanta chilometri dai centri abitati. La capacità di provocare tali disastri infatti, è omogenea per un raggio di 150 km dal punto di insediamento di tali centrali .Ad oggi sono state vietate tali centrali della morte negli Stati uniti ed in Canada e la legislazione europea si è allineata alle raccomandazioni espresse dalle organizzazioni del mondo scientifico. In Italia invece , la corruzione e gli interessi di pochi, rendono la legislazione che dovrebbe tutelare la vita dei cittadini  obsoleta, iniqua e colpevolmente complice, di queste silenziose killer . Nessun filtro è stato messo a punto dai centri di ricerca di tutto il mondo per abbattete il particolato emesso in atmosfera da queste centrali . Anche se esistesse un filtro idoneo, il costo beneficio, renderebbe non proficuo la gestione economica di tali centrali a biomasse.  

EFFETTI A BREVE TERMINE

Gli studi su questo aspetto del problema, sono stati condotti facendo riferimento agli effetti acuti dell’inquinamento atmosferico in rapporto a variazioni da un giorno all’altro nella concentrazione di inquinanti. L’ AHA cita il National Mortalità and Morbidity Air Pollution Study negli Stati Uniti e lo studio europeo Air Pollution and Health “a European Approach “ 2. Nel primo studio è stato rilevato che ogni aumento di 10 μg/ m³ di PM10 ha corrisposto un incremento di 0,21 % e di 0,31 % della mortalità giornaliera, rispettivamente, per tutte le cause e per cause cardiopolmonari. Nel secondo studio, invece, ad ogni 10 μg/ m³ di PM10 ha corrisposto un aumento di 0,69 % della mortalità cardiovascolare e di 0,6 % di quella totale. È stato inoltre dimostrato che le città con più alto livello di inquinamento  da ossido di azoto hanno presentato una più evidente associazione tra concentrazione di particelle inquinanti e mortalità. In altri studi è stato documentato un rapporto tra concentrazione di inquinanti e varie cause di mortalità cardiovascolare (ischemia  miocardia, ictus, ipertensione edema cerebro cardiaco ecc.). In italia  la materia è disciplinata dal Decreto legislativo 4/8/1999 n. 351, che fissa per il PM10 l’obiettivo di 40 μg/ m³ come limite medio annuo, mentre per le polveri sospese totali il limite medio annuo è di 60 μg/ m³, con una media giornaliera di 150 μg/ m³.

Tale limite è assolutamente inidoneo a fermare la mortalità causata dalla presenza di tali centrali a biomasse.

Pertanto, tutti gli amministratori conniventi del nostro territorio, coinvolti nelle fasi autorizzative di questa centrale della morte di Molfetta, essendo stati avvisati da questo comunicato stampa, saranno ritenuti a causa delle loro innegabili responsabilità, sin da oggi , perseguibili, sia sotto l’aspetto delle responsabilità civili che di quelle  penali , per tutti i danni alla salute umana e per tutte le morti che tale centrale causerà a Molfetta e nelle città limitrofi per colpa loro. L’invito e che la cittadinanza tutta provveda.

Il sindaco, la giunta comunale, le autorità provinciali e regionali, lega-ta ambiente, le autorità preposte, il Consiglio Comunale di Molfetta, la Giunta Regionale, il Consiglio Regionale, la Prefettura di Bari, il Ministero dell’ Ambiente, la cittadinanza, per tramite di tale comunicato stampa sono avvisati.

Dott. Guglielmo Facchini
Medico Chirurgo Cardiologo».

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Il futuro del nostro pianeta è nelle mani degli uomini: starà a noi invertire la tendenza degli ultimi due secoli, che hanno visto un aumento, a livello planetario di ogni forma di sfruttamento ambientale e di inquinamento. La crisi dell'ambiente, congiunta e intrecciata con una profonda crisi sociale, rende cupe le prospettive all'inizio del XXI secolo. Essa impone all'ordine del giorno una riorganizzazione radicale dei sistemi di produzione e di consumo. Tale è l'ostacolo imprevisto senza dubbio fondamentale che il capitalismo oggi deve affrontare. Con l'emergere di problemi globali tutto sembra diventare più semplice: un unico pianeta minacciato dalle attività di un'umanità pensata alla luce delle sue nuove responsabilità verso la biosfera e le future generazioni. L'immagine non è del tutto falsa, ma occorre evitare le semplificazioni. Per capirlo bisogna cogliere contemporaneamente l'estrema eterogeneità e l'interpendenza crescente del mondo. Di quest'ultimo ci si deve raffigurare nello stesso tempo l'immagine di un mosaico estremamente composto di situazioni e quella di una grande frattura che separa due umanità, almeno, con rapporti con l'ambiente sempre più disuguali. Questa nuova carta del mondo rivela alcune isole di ricchezza che emergono qua e là da un oceano di povertà. Delle aree forti con ambienti protetti confinano con vaste zone dove permangono per necessità le tradizioni dell'informale e del frugale, passibili di decadere sino alla più estrema miseria. Il nord industrializzato – vale a dire appena un miliardo di uomini – è il maggiore responsabile, direttamente o indirettamente, dei danni alla biosfera: deforestazione ed erosione della biodiversità, esaurimento dei combustibili fossili ed emissioni di gas climalteranti, moltiplicazione delle fonti massicce e concentrate di inquinamenti chimici e radioattivi. Il cambiamento e il miglioramento delle condizioni di vita sono stati sicuramente considerevoli, anche se sono stati distribuiti in maniera molto diseguale. Tuttavia, i notevoli progressi legati a questi cambiamenti hanno celato a lungo i molteplici danni della modernizzazione, a mano a mano che cresceva la potenza tecnologica. Come il lavoro operaio, anche la natura è stata pesantemente sfruttata e dominata. Le industrie, sottoposte alla pressione della concorrenza e preoccupate dei loro bilanci, hanno spesso economizzato sugli oneri e sui costi a scapito non solo dei loro salariati, ma anche del loro ambiente sociale e naturale. Tutto è connesso nei turbamenti sociali a cui oggi fanno fronte i paesi del nord: crisi economica, crisi ecologica, crisi dei valori. Questa società, basata sull'amministrazione dei bisogni, esclude per principio le alternative, presentandole come irresponsabili fantasticherie. Nel frattempo le devastazioni ambientali hanno raggiunto un livello altissimo di rischio per la stessa continuità della vita umana e del pianeta Terra.-
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