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Eugenio racconta a Quindici la sua esperienza e esorta ad avere più cautela nella guida
15 dicembre 2016

Eugenio De Benedictis, 22 anni, cittadino molfettese, scampato all’incidente di sabato 12 novembre all’uscita della discoteca cittadina “Eremo” ha deciso di raccontare la sua esperienza a “Quindici”. Nonostante la dinamica sia ancora da verificare, sono state avanzate molte ipotesi che non possono essere certificate fino a nuovo avviso delle forze dell’ordine. La ripresa di Eugenio è stata veloce e sorprendente, il ragazzo ha dimostrato di avere una forza titanica nonostante le gravi condizioni di salute: trauma cranico provocato da ben 5 focolai nella zona lobo- temporale; una piccola frattura della rocca petrosa (porzione dell’osso temporale, a forma di piramide quadrangolare, che concorre alla formazione della base cranica); contusioni allo sterno che hanno causato la formazione di due edemi polmonari (a sinistra più grande che a destra) ma nulla che dovesse, fortunatamente, portare ad intervenire chirurgicamente. Dopo gli accertamenti fatti durante la restante parte della travagliata notte di sabato 12 novembre al Policlinico di Bari, è stato ricoverato 81 ore nel reparto di rianimazione, dalle ore 3 di domenica 13 novembre alle 15 di mercoledì 16 novembre. Il ragazzo molfettese non ricorda assolutamente nulla di quei giorni di inferno, durante i quali la sua famiglia e i suoi amici hanno sperato che si riprendesse il prima possibile. Nel reparto di rianimazione Eugenio era visibile solo da un vetro che separava la sua stanza di degenza da un lungo corridoio, in cui si riversavano tutte le famiglie dei ricoverati. Le persone care dei ricoverati potevano cercare di interagire con i suddetti solo attraverso l’utilizzo di un pseudocitofono, che trasmetteva la voce del parlante, la quale risuonava nella stanza in modo da tentare di risvegliare i pazienti attraverso la narrazione di esperienze o ricordi; mentre solo un famigliare poteva entrare nella stanza di degenza e stare vicino al malato solo per un’ora. Fortunatamente la degenza in rianimazione si è conclusa mercoledì 16 novembre, in quanto alle 15 Eugenio è stato spostato nel reparto di neurochirurgia fino a giovedì 24, data in cui Eugenio è finalmente uscito. Non ha subito operazioni chirurgiche di nessun tipo poiché le sue condizioni di salute sono migliorate a vista d’occhio considerando che la frattura alla rocca petrosa sembra essersi riposizionata correttamente e deve solo calcificarsi. Nonostante Eugenio non avesse una corretta cognizione spazio-temporale, ora ricorda la successione degli eventi, anche se non nei minimi dettagli; ricorda le persone care che gli hanno fatto visita quotidianamente e soprattutto è consapevole del fatto che è scampato alla morte. «Malgrado tutto, mi sono sentito a casa quando sono stato ricoverato in ospedale, il solo fatto di poter fare colazione con del latte caldo mi ha fatto sentire coccolato…”, dice a Quindici, “…l’ospedale mi ha messo a mio agio: il bagno era pulito, il personale reperibile durante l’arco della giornata, molto più assente durante la notte. Il grosso problema che ho riscontrato è stata la mancanza di organizzazione perché non tutta l’equipe di medici e paramedici era informata sulle visite che avessi dovuto fare durante l’iter della giornata e confondevano me e la mia famiglia perché non sapevamo mai notizie certe!” Ci confida di non aver subito solo un semplice stress post-traumatico ma anche e soprattutto psicologico. “Ero legato fisicamente e mentalmente al policlinico, mi sentivo estraniato dalla mia routine, mi sentivo frustrato perché non potevo fumare, stavo rischiando di impazzire. Poi mi sono detto che per ritornare a casa, oasi di tranquillità, dovevo stare tranquillo e non perdermi in me stesso. Ho fatto tutto ciò che i medici mi invitavano a fare, tutti gli esercizi, che a lungo andare, sono diventati gesti meccanici. Ho subito “uno stupro dell’anima”, mi sono sentito un caso da studiare, un fenomeno da baraccone perché sono stato definito “miracolato”. Ho scampato ben due incidenti in questo periodo, ma non mi ritengo “miracolato”, mi ritengo solamente felice di essere ritornato a casa e spero di riprendere a lavorare alla “Baguetterie” il prima possibile perché è un lavoro che amo fare». Queste sono le parole emblematiche di Eugenio De Benedictis che ci devono fare riflettere sul valore della vita che diamo troppo per scontato, spesso e volentieri, non mettendo in conto che possiamo intercorrere nel peggio che possiamo immaginare. Vale la pena giocare a dadi con la morte? Vale la pena essere sprezzanti del pericolo alla guida? La risposta a tutti questi interrogativi è un “no” secco, senza remissione di peccato. Con la speranza che sia da monito per tutti, Eugenio ci invita ad essere più cauti alla guida sostenendo la veridicità del detto “chi va piano, va lontano”.

Autore: Marina Francesca Altomare
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