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Emergenza tunisini a Molfetta: lavoro e permesso di soggiorno, le incognite
15 maggio 2011

Le manifestazioni di protesta e fuga dalla Tunisia sono l’ultimo e più grave sintomo del fallimento di un modello di sviluppo motore di disoccupazione, disuguaglianze e ingiustizia sociale. Crisi e immigrazione tunisina hanno toccato anche la città di Molfetta: il Centro di Accoglienza «Don Tonino Bello» ha ospitato dal 15 aprile 29 profughi tunisini, scaglionati in tre tranche (l’ultimo approdo lo scorso 27 aprile). Alla Puglia sono stati assegnati quasi 3500 profughi, ne sono arrivati appena 173: l’emergenza tunisina non è terminata, non si sa se e quando finirà. I futuri sviluppi potrebbero ingigantirla: sono in arrivo i rifugiati politici libici, mescolati a somali, eritrei, nigeriani, pakistani. Nell’incontro dallo scorso 29 aprile tra Protezione Civile della Regione Puglia, responsabili delle strutture di accoglienza e sindaci dei Comuni interessati sono stati programmati i prossimi interventi umanitari. Non è mancata la visita di Mons. vescovo Luigi Martella al Centro di Accoglienza (domenica di Pasqua), che ha garantito agli ospiti e ai volontari disponibilità logistica e ausili materiali da parte della Diocesi di Molfetta- Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. LA CRISI TUNISINA Paese piccolo geograficamente, grande per la sua storia, la Tunisia è stata dominata da diverse entità statali che hanno lasciato la loro impronta in tutti gli aspetti della vita. Ruolo di primo piano all’Islam nel plasmare mentalità, cultura e vita del paese. Nel lontano passato la Tunisia fu il granaio di Roma, nel passato recente una colonia francese sfruttata e sottomessa. Dopo l’indipendenza negli anni ’50 del sec. XX, si sono alternati al governo non più di due presidenti, autori di differenti programmi di crescita e sviluppo: prima l’esperienza socialista e un modello economico di “mutua cooperazione”, fallito con il deterioramento degli standards di vita; dopo l’esperienza liberista e le politiche di apertura economica, con modifiche apportate dopo le crisi sociali. L’ascesa al potere di Ben Ali nel 1987 implicò un vero e proprio boom economico, il cosiddetto “miracolo tunisino”. Si rafforzò l’approccio liberista in economia, con la liberalizzazione dei mercati e programmi di adeguamento strutturale: qui, però, si cela uno dei principali problemi di sviluppo fin dagli inizi dell’apertura economica negli anni ’70, la redistribuzione della ricchezza. Possiamo cogliere la frattura tra regioni interne e fascia costiera, città e campagna, nella spesa annua pro capite. La provincia di Tunisi registra il più alto livello di spesa pro capite (2.390 dinari annui), rispetto ai 1.138 della regione centro-occidentale (media più bassa). Con la riduzione del budget del fondo di compensazione per il sostegno dei beni di consumo essenziali, cittadino e famiglie più povere hanno avuto sempre maggiori difficoltà a condurre una vita dignitosa. Molti articoli di consumo hanno registrato quest’anno continui aumenti, al punto che venditori e acquirenti non conoscono più il prezzo delle merci. Secondo la Banca Centrale, il tasso d’inflazione è cresciuto nel mese di novembre del 4,5%, rispetto al 3,4% del novembre dell’anno precedente. I TUNISINI A MOLFETTA Non chiamateli “clandestini”, piuttosto “emigranti”. Non è solo la miseria a muoverli. L’hanno mangiata da sempre, ma in Tunisia non c’è la fame. Altro li spinge, cercano un’altra vita, vogliono sognare e provare. Sanno che l’Europa sarà fatica, disperazione, umiliazioni, povertà, che la buona fortuna non sarà per tutti. Partiti dal porto di Sfax, approdati a Lampedusa: quasi 20 ore su un barcone. I tunisini arrivati a Molfetta il 15 aprile provenivano da Santa Maria Capua Vetere, da Crotone il 20 aprile, da Manduria il 27, passando per i CIE di Bari. Molti sono partiti per la Francia o per alcune città del Centronord (Parma, Bologna, Modena, Roma, ecc.) dove hanno amici o parenti, in cerca di un lavoro, senza un soldo in tasca. Quelli rimasti non hanno punti di riferimento. Quindici, sempre in prima linea, ha intervistato tutti i tunisini arrivati a Molfetta, conversando in francese e apprendendo anche qualche parola araba. Uno scambio culturale, soprattutto nella settimana santa, un confronto tra tradizioni pasquali e ramadam, periodo di digiuno per i musulmani. Storie simili, riportiamo le più significative. Mourad ha portato con sé lo stretto necessario: due pantaloni, due magliette, il dentifricio ed il gel per i capelli, lasciando a Tunisi il suo lavoro di pizzaiolo e i familiari (genitori, 3 fratelli e 2 sorelle). «Je suis un homme mort mais vivent», sono un uomo morto ma vivo, il commento di Mourad, costretto in Tunisia a consegnare il suo stipendio allo Stato che gli restituiva meno di un quarto. Si augura di poter trovare una sistemazione e un lavoro a Molfetta, nonostante le ristrette possibilità. Regalano sorrisi, quando ricordano la loro terra. Famiglia contraria per i rischi del mare, sono comunque approdati in Italia, la “terra dell’oro”, anche se di oro ne è rimasto ben poco. Ahmed (30 anni), meccanico precario in Tunisia, è andato in Francia da un amico. Soufian (29 anni) e Rafik (25 anni) sono camionisti in cerca lavoro, come Khaled (23 anni), muratore, e Abdelbasset (32 anni), pescivendolo. Bulbara, 36 anni, parla un misto italiano-francese: receptionist, è partito da solo lasciando la famiglia (i fratelli hanno un’occupazione stabile), ma se non dovesse trovare lavoro tornerà a casa. Settore della ristorazione per Mohamed (22 anni), barista e cameriera, che ha un amico in Francia e a Perugia. Regalano «grazie» ai volontari della Caritas, coadiuvati da Croce Rossa, Amnesty International, A.V.S., Arci, Azione Cattolica, senza dimenticare la Protezione Civile di Molfetta in continua sintonia logistica con il Centro. Poco felici i ricordi dell’arrivo a Lampedusa, non per l’accoglienza, quanto per l’essere stati stipati gli uni sugli altri prima della “diaspora controllata” in territorio italiano (più di quattromila tunisini su un’isola di appena 25 km2 con 6mila abitanti). Un’incognita, il permesso di soggiorno di 6 mesi concesso dal Governo italiano: cosa faranno alla scadenza? Lavoreranno a nero, torneranno in Tunisia, rinnoveranno il permesso lì dove l’hanno ottenuto? Maggiore preoccupazione per i tunisini, la ricerca del lavoro: perché non creare dei laboratori per insegnar loro le basi di un mestiere? Una proposta alle autorità competenti, che potrebbe facilitare la ricerca dell’occupazione, evitando sfruttamento e lavoro nero.

Autore: Leonardo de Sanctis
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