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Don Tonino, Gianni né un eroe né un martire: dobbiamo farne un segno di conversione comunitaria
15 luglio 2012

Abbiamo scelto questa pagina del Vangelo di Giovanni per l’invito alla speranza che trabocca dalla frase Gesù: “Non sia turbato il vostro cuore”. Vorrei che divenisse il tema dominante di questa solenne liturgia, che si articola attorno al Cero Pasquale, simbolo del Risorto, la cui luce dissipa le tenebre non solo di questo delitto, ma dei delitti di tutta la storia. Non sia turbato il vostro cuore, cittadini di Molfetta, colpiti a morte anche voi da un mistero d’iniquità che ha preso forma nell’arma omicida di un nostro fratello. Non sia turbato il vostro cuore, amici e parenti di Gianni, distrutti dall’angoscia, avviliti dall’amarezza, rattristati da un’assenza che vi crea nell’anima vertigini di solitudine. Non sia turbato il vostro cuore, uomini responsabili della cosa pubblica, sfiorati dalla tentazione di chiudere con l’impegno politico, visto che al discredito ingiustamente generalizzato per il vostro ruolo si aggiunge oggi il pericolo per la vostra incolumità personale. Non sia turbato il vostro cuore, o tenaci assertori di un mondo più buono, che vedete andare in crisi le calde utopie del Vangelo e non siete estranei alla suggestione di sentirvi vittime di un abbaglio. «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me», ci ripete Gesù Cristo. E mentre addita il Calvario, ci esorta a contemplare la luce del Cero, quasi per dire che è possibile raggiungere l’alba solo seguendo il sentiero della notte. Ed è il sentiero della notte che vogliamo seguire, con grande speranza, per raggiungere la luce dell’alba, decifrando i segni dei tempi nascosti nell’alfabeto di questo delitto. ***** Un delitto atroce. Assurdo. Sproporzionato (se mai ci può essere proporzione quando uno dei due termini del rapporto è la vita umana) nel movente e nell’esecuzione. E la città che rimane sgomenta, mentre ripercorre all’indietro la sua storia e vede per la prima volta le pagine della sua civilissima vicenda millenaria macchiate da un così funesto sfregio di sangue. Incredibile. Un permesso negato, per oggettive ragioni di sicurezza, all’ambigua manifestazione del cantante di turno. La minaccia intimidatoria dell’organizzatore, sui gradini di una chiesa. La resistenza ferma e dignitosa del sindaco. Poi il fucile a canne mozze che, a distanza ravvicinata, ha chiuso il discorso. Ma ne ha aperto un altro. Inquietante e amaro. È il discorso sul malessere della città. Un malessere che, in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale facciamo fatica a prendere atto, forse perché troppo fieri del prestigio del nostro passato. Un malessere che si costruisce su impercettibili detriti d’illegalità diffusa, sugli scarti umani relegati nelle periferie, sui frammenti di una sottocultura della prepotenza non sempre disorganica all’apparato ufficiale. È il discorso sulla rete sommersa della piccola criminalità che germina all’ombra di un perbenismo di facciata. Sulle connivenze col mondo della droga che ormai non risparmia nessun gonfalone. Sui rigagnoli sporchi che inquinano le falde sane di un’economia costruita dalla proverbiale laboriosità dei nostri antenati, i quali hanno onorato Molfetta in tutti gli angoli del mondo. Quello aperto dal fucile a canne mozze è il discorso sulla rimonta dell’idolo del profitto che, alla borsa dei valori, stravince perfino sulla sacralità della vita. È il discorso sulla quota di violenza, inarrestabile nelle sue diramazioni sotterranee e clandestine, che, riportandoci più indietro della legge del taglione, ci conduce alla barbarie primitiva di Lamech, di cui parla la Genesi: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un livido”. È il discorso sull’ineluttabilità di certi gesti, che sono l’epilogo naturale di una temperie di disagio. Come un fiammifero, acceso sulla caldaia di una miscela esplosiva. Sì, questa è la vera tragedia: che chi ha sparato non è un mostro. Oh, come vorremmo che fosse un mostro, per poter scaricare unicamente sul parossismo della sua barbarie le responsabilità di questo assassinio! Ma chi ha sparato non è un mostro, e neppure un pazzo, e forse neppure un criminale nel senso classico del termine. Non è un mostro. È un nostro! E un nostro concittadino, che, come ultima miccia, ha dato fuoco alle polveri di cui, almeno un granello, ce lo portiamo tutti nell’anima. Ecco perché quel fucile a canne mozze apre un discorso alla cui logica nessuno di noi può sottrarsi, dichiarando ipocritamente la sua estraneità. È il discorso del cuore di sasso che ci portiamo nel petto, forse l’unica reliquia che ci è rimasta dell’età della pietra, e che, a dispetto dei progressi di cui meniamo vanto, ancora non è stato trapiantato con un vero cuore di carne. È il discorso sulla rifondazione di un metodo educativo più serio e diuturno che dovrebbe vedere impegnate tutte le istituzioni, dalla scuola alla famiglia, nella creazione di argini che ci preservino dagli smottamenti verso la cultura dei cavernicoli. È il discorso sul ruolo della Chiesa, dalle cui sedi catechistiche oggi passano tutti, senza, purtroppo, portarsi nell’anima le stigmate benefiche di una cultura di nonviolenza e di pace. Ecco perché a Gianni voglio chiedere perdono anch’io, vescovo di questa città, responsabile di una Chiesa forse un po’ troppo attardata in una pastorale di contestenta a uscire dai perimetri rassicuranti delle sagrestie per compromettersi con gli ultimi, ritrovando audaci cadenze missionarie, ed è ancora ben lontana dall’essere “testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo”. Ma il fucile a canne mozze apre anche un altro discorso. È il discorso sulla facilità con cui oggi s’impallina la gente col sospetto sistematico, con la gratuità delle accuse, con la semina irresponsabile del dubbio. L’altra sera in ospedale ho visto la lastra del bacino del povero Gianni: sembrava un colabrodo. Ma non si riduce ugualmente l’uomo a un colabrodo quando gli si spara addosso la raffica del discredito, senza provatissime ragioni e per il gusto corrosivo della demolizione? O forse il piombo della lupara intellettuale, che colpisce le persone rimbalzando dalla carta dei giornali, è più aristocratico dei bossoli sparati dal rozzo fucile dei poveri, che rivendicano il diritto di uccidere anch’essi a modo loro? È chiaro che qui il discorso cade sull’irresponsabilità di tanti chierici che, con criminale leggerezza e senza il supporto di verità saldamente provate, alimentano la protervia di chi, di fronte allo spettacolo del degrado istituzionale, si ubriaca del mito perverso della giustizia sommaria. È impossibile che, quando in alto si logora la fiducia nello stato di diritto, l’uomo della strada non si senta legittimato a pareggiare, con prepotenza plebea, la prepotenza in doppiopetto di certi politici corrotti, sparando nel mucchio. Sì, l’omicida di Molfetta, sia pure a distanza ravvicinata e con un bersaglio preciso, ha sparato nel mucchio. Resta la consolazione che a cadere sia stato un uomo onesto. Un amministratore coraggioso che stava dando chiari segni d’inversione di marcia su certe arroganze consolidate. Un servo della città alle cui leggi non ha voluto disobbedire. Noi non vogliamo fare del nostro sindaco né un eroe né un martire. Sarebbe un distorcimento d’immagine per lui, e un sintomo pericoloso di fuga per noi. Ma vogliamo farne un segno. Questo, sì. Il segno stradale di una conversione comunitaria che tutti insieme dobbiamo intraprendere con grande speranza. Verranno tempi migliori. Lo sentiamo. La Parola del Signore ce lo ripete: “Non sia turbato il vostro cuore!” La legge della giungla ha le ore contate. La barbarie è giunta al suo ultimo crepuscolo. E il vecchio mondo è già entrato in agonia. Ma perché nasca un nuovo ordine di giustizia e di pace, che veda il lupo pascolare insieme con l’agnello, dobbiamo accendere due lampade attingendo al Cero della Pasqua di Risurrezione. La prima è la lampada della pietà. Che significa ebbrezza di vivere e di far vivere rispetto assoluto dell’altro, riconoscimento dell’insubordinabile grandezza dell’uomo, culto della sua intangibile santità. E ci faccia gridare al sacrilegio ogni volta che alla vita si attenta col sopruso in piccolo o con la guerra in grande, con i fantasmi ricorrenti della pena di morte o con la cultura dell’aborto, con gli eccidi di Bagdad o con lo sterminio Sarajevo, col rifiuto dei diseredati o con l’esclusione di tutti i Sud della terra che bussano alla nostra opulenta sala da pranzo. La seconda è la lampada della politica, intesa come maniera esigente di vivere l’impegno umano e cristiano al servizio degli altri. Una politica sottratta alla lussuria del dominio. Preservata dall’adulterio con i corrotti. Inossidabile alle esposizioni lusingatrici del denaro. Restituita finalmente alla simpatia della gente. E resa oggetto di una reverenza quasi sacerdotale, se è vera l’ardita intuizione di Giorgio La Pira che afferma: “La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio”. Ecco perché, Signore Gesù, ti vogliamo implorare per la nostra città. Fa’ che non ceda allo smarrimento. Non sia turbato il suo cuore! Preservala dallo scetticismo di non farcela più. Infondile l’audacia di rompere con le trame residue della disonestà organizzata. Aiutala a incamminarsi con coraggio sulle strade del rinnovamento e della trasparenza. Toglile presto l’abito da lutto e ridonale le vesti dell’esultanza. Cancella la vergogna del suo volto. Cingile la fronte dell’antica nobiltà. E accetta l’olocausto che si è consumato sul primo cittadino come rito espiatorio per tutti i nostri peccati comunitari. Abbi pietà di noi, Signore. E abbi pietà del più infelice di tutti: di colui che, incarnando una logica corrente secondo la quale, per affermarsi nella società, bisogna dimostrare di saper uccidere, ha impugnato l’arma del delitto. Restituiscigli la pace, o Dio. E ora, o Signore Gesù, ti consegniamo l’anima del nostro fratello. Non spetta a noi emettere valutazioni sulla sua vita privata e sul suo pubblico impegno. Appartengono solo a te la misura del suo operato umano e il giudizio di assoluzione o di condanna nulle scelte da lui compiute nell’arco della sua ancor giovane esistenza. Però, siamo sicuri del tuo perdono. Perché sappiamo che quella pozza di sangue sulla gradinata di san Bernardino, che neppure la pioggia battente dell’altra sera riusciva a cancellare, riscatta davanti ai tuoi occhi il nostro povero Gianni da ogni macchia di umana fragilità. Accoglilo, Signore, nella tua misericordia senza limiti. È tutto il popolo che te lo chiede, con un plebiscito senza voti contrari e senza schede bianche. Nel mese di febbraio, inviandogli gli auguri per la sua eiezione a sindaco, gli scrissi testualmente così: “La città di Molfetta, quando avrai terminato il tuo mandato, possa esserti grata, e provaro il rammarico che troppo poco è durato il tuo servizio”. Sono triste, Signore, nel constatare di aver profetato, senza saperlo, la breve durata della sua carica di primo cittadino. Ma sono contento nel prendere atto della gratitudine non superficiale verso quest’uomo di tutta intera la città, la quale in questo vespro, davanti al tuo altare, ti implora unanime perché lo accolga nel tuo Regno. Donagli, finalmente, il tuo riposo, o Signore, e introducilo nel Sabato senza tramonto. E anche tu, Madonna dei Martiri, prima di accompagnarlo per mano alla presenza i Dio, così come fai con tutti i molfettesi, compi sulle membra insanguinate di questo nostro fratello le ultime abluzioni. Con tenerezza di Vergine e con amore di Madre.

Autore: Don Tonino Bello, Vescovo
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