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Discusso a Molfetta il Dossier sulla Povertà della Caritas Diocesana Il 22% di chi chiede sostegno alla Caritas nella diocesi è di Molfetta
28 febbraio 2009

MOLFETTA - Nell'imprenditoria, si parla spesso di “indagine di mercato”: capire di cosa ha bisogno il mercato, per cercare di produrre beni di consumo appetibili. Ma quando si parla di Caritas, quindi di persone, e quindi dell'aiuto di persone, la raccolta di dati diventa una missione, fondamentale per aiutare nella maniera corretta chi ne ha bisogno in cosa ha bisogno. E' il senso della redazione del secondo “Dossier sulla Povertà” da parte Caritas della diocesi Molfetta-Ruvo-Giovinazzo e Terlizzi, che ne ha discusso nel corso di una conferenza sul tema “La Persona cuore della pastorale” alla presenza del vescovo, Mons. Luigi Martella. “Non siamo qui per dire quanto siamo bravi. Abbiamo voluto uno strumento di ascolto, e adesso che abbiamo ascoltato, vogliamo osservare ciò che abbiamo raccolto”, ha iniziato il prof. Mimmo Pisani, Vice Direttore Caritas, che ha relazionato assieme alla psicologa Rosamaria Catalano e a Don Giuseppe Pischetti, Direttore Caritas. “Grazie a chi ha raccolto i dati, grazie per il lavoro condiviso, più dati abbiamo, più capiamo le esigenze di chi si rivolge a noi”. I dati, alcuni prevedibili, altri più sorprendenti, sono stati comunicati con l'ausilio di grafici statistici dalla dott.ssa Catalano: “da più di tre anni collaboriamo con la Caritas”, ha affermato la psicologa, “dal 2005 la Caritas italiana ha fornito un programma per la raccolta dati. Ma per noi era più utile avere i dati locali, e non solo nella singola parrocchia, ma comprendere anche i centri Caritas cittadini. Per questo nel dossier abbiamo assemblato i dati, dividendoli poi in diverse sezioni: dati diocesani, dati per città e dati per singoli centri. L'obiettivo è cercare di capire come aiutare per il meglio, con dati più mirati, con una analisi prima di tutto quantitativa. Dal 2006, anno della prima raccolta dati, non abbiamo solo aiutato, ma abbiamo ascoltato 562 persone. Sembrano dati ridotti, ma non lo sono, perché non ridursi solo all'aiuto materiale, ma capire le con l'ascolto le esigenze di oltre cinquecento persone significa occuparsi veramente di loro, intervenire consapevolmente”. Ed ecco i dati: 562 persone, la maggior parte delle quali, il 22%, neanche a dirlo, di Molfetta. Percentuale prevedibile, dato che il nostro comune è il più ampio della diocesi, ma anche allarmante, perché, confessa la dott.ssa Catalano, a Molfetta “sono state raccolte le schede solo in alcuni centri e parrochie, non tutti”. Le percentuali dicono che è lei, la donna, quella che ancora si espone per chiedere aiuto. Segue poi il dato per certi versi più imprevedibile: nelle richieste di aiuto, prevalgono ancora, addirittura al 63%, i cittadini italiani. Certo, sottolinea la dott.ssa Catalano, è ovvio che ci sono maggiori remore e riserve nel rivolgersi alla Caritas per chi sa di essere irregolare, privo di permesso di soggiorno, però “il 63% vuol comunque dire che chi ci chiede aiuto è spesso la persona della porta accanto, che magari abita vicino a noi, che mai crederesti”. E queste persone spesso si rivolgono in parrocchia, più che nei centri Caritas. L'età predominante nelle schede raccolte è in un range tra i 35 e i 55 anni. I minori non ci sono: sono i loro genitori a chiedere aiuto per loro. Tra gli stranieri, stragrande maggioranza rappresentata da rumeni e bulgari: anche qui prevalgono le donne, che spesso vanno in Caritas per offrirsi come badanti. L' 83% non specifica di possedere o meno il permesso di soggiorno, quindi è lecito pensare che non lo abbia “dato che chi lo ha lo dice”. Ma, al tempo stesso, la maggior parte ha un domicilio: “occorre vedere che tipo di domicilio”, certo, ma solo il 2% è senza fissa dimora. Il 64% convive in famiglia o situazioni familiari. Ma per quell' 11% che afferma di vivere solo, “vuol dire davvero solo, vuol dire che non ha praticamente nessuno”. Nessuna sorpresa nello scoprire che il 58% delle schede trova barrata la casella “disoccupato”. Ma più che il mero dato statistico, deve interessare gli operatori cosa si nasconde dietro una richiesta. “La domanda è: quali sono i bisogni ? Dietro la richiesta del pacco di pasta, ci possono essere mille problemi di diverso tipo. Qui deve stare la capacità del volontario: capire quale sia il disagio reale di un utente. Se non risolviamo il vero problema, quella persona dopo qualche giorno sarà di nuovo lì a chiedere un pacco di pasta”. Torna alla mente quel proverbio orientale: se dai ad un uomo un pesce, egli quel giorno sarà sazio. Se insegni ad un uomo a pescare, egli avrà una moltitudine di pesci, e sarà sazio una moltitudine di giorni.
Autore: Vincenzo Azzollini
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L'identikit della nuova povertà resta sempre uguale, soggetti deboli, anziani, donne sole, famiglie numerose con un solo ingresso, bassi livelli di istruzione, esclusione dal mercato del lavoro. Spesso chi manda avanti la famiglia e sottoccupato, o part-time, non possiede la casa in cui abita, e i costi del vivere quotidiano assorbono la quasi totalità, o addirittura la totalità dello stipendio. Nei paesi industrializzati è possibile essere poveri anche con un lavoro, con ingresso che in altri paesi sarebbe considerato un sogno impossibile. Assistiamo così a scene incredibili, come quella di una coppia di giovani coniugi, che lavorano entrambi, ma part-time, e che con i loro ingressi non riescono a far fronte alle spese, che vanno a fare spesa comprando generi vicino alla scadenza, verdure di seconda scelta, il pesce a fine settimana, quando le pescherie debbono svuotare i banchi. La loro situazione è sempre ad un passo dal precipitare, basta infatti ammalarsi per un paio di giorni e non poter andare al lavoro per trovare quel mese un buco tragico, che spezza il già difficile equilibrio. Ci sono casi più tragici di anziani che non riescono a curarsi, poichè la spesa del tiket è superiore alle proprie possibilità, che si nutrono una volte al giorno e girano la città "armati" di bastoni e sporte, per frugare nei cassonetti. Alcune famiglie trovano pesante l'obbligo scolastico, che comporta una spesa non indifferente, nonostante i libri siano gratuiti nella scuola dell'obbligo. Terminati gli obblighi scolastici si dovranno inserire nel mondo del lavoro come manodopera non qualificata, che rivivrà sulla pelle i problemi dei genitori. Ci sono poi gli extracomunitari, poveri tra i poveri, che spesso necessitano di tutto, e non trovano nulla, che oltre ai problemi già noti devono combattere anche contro la diffidenza, una lingua diversa, usi e costumi stranieri, rendendo il loro cammino ancora più aspro. Quasi tutte le parrocchie raccolgono il materiale superfluo, e le donazioni in tal senso sono sempre ben accette, ma non bastano a risolvere il problema. Ogni nuovo aumento dell'inflazione, ogni nuova integrazione, ogni nuova malattia rischiano di far precipitare nell'indigenza persone che fino a quel momento hanno faticosamente mantenuto un equilibrio fra entrate e uscite. Persino un nuovo figlio può trascinare a fondo una famiglia. Un sociologo più importante e amato, il polacco Zygmunt Bauman così denuncia : " Una società che si rivolge ai suoi membri solo in quanto consumatori, capaci di rispondere positivamente alle tentazioni del mercato per mentenerlo attivo e scongiurare la minaccia della recessione, crea,- secondo Bauman - una nuova classe di poveri che, a differenza di quelli di un tempo, oggi sono colpevoli di non contribuire al consumo e, in quanto non consumatori o consumatori difettosi e inadeguati, un buco nero che inghiotte servizi senza nulla restituire, con i poveri, per la loro inutilità e perchè nessuno ha bisogno di loro, si può praticare la tolleranza zero. Si può bruciare le loro tende, come è avvenuto a Milano con i rom, non per ragioni razziali, ma perchè, nella società dei consumi, la povertà è inutile e indesiderabile. L'unica via attraverso la quale i poveri potrebbero riscattarsi è quella che conduce al centro commerciale, dove potrebbero ottenere, se non la riabilitazione, almeno quella libertà condizionata dal loro accettabile consumo. Viviamo in una società immorale." - Per concludere. Quando Dio domandò a Caino dove si trovasse Abele, Caino, adiratosi, replicò con un'altra domanda:<< Sono forse io il custode di mio fratello?>> Da quella rabbiosa domanda di Caino ebbe inizio ogni immoralità. E' certo che io sono responsabile di mio fratello. Che io lo ammetta o no, sono responsabile di mio fratello perchè il suo benessere dipende da ciò che io faccio o che mi astengo dal fare. La dipendenza del fratello è ciò che fa di me un essere morale. La dipendenza e la morale o si danno insieme, o non si danno.
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