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Dialogo arboreo
15 luglio 2024

Sarebbe stato bello / gridare al mondo noi ce ne andiamo via. / Ma dove / che non vogliamo svellere radici/ né potare rami / che sembrano felici” (“Fedeltà” di Vittorio Lingiardi) Nella filata d’alberi, due li sento parlare tra loro. Mi colpisce la serenità delle loro voci e il dolce avvicinare le chiome uno all’altro, sotto i soffi del vento. Mi metto in ascolto del loro dialogo. “Ci sono delle persone che hanno dei problemi con il verde pubblico, sotto forma soprattutto di rami, radici, frasche e cortecce e tronchi perfidi, come se fossero degli alberi maligni e i problemi nascono solo se qualche volta inciampano in qualche radice o in qualche escrescenza affiorante da un marciapiede”. “Forse dovrebbero stare più attenti quando camminano?”. “Eh, già! Invece si mettono ad eliminarci perché siamo divenuti un ostacolo ingombrante per i marciapiedi, senza tenere conto che ci fanno morire, quando ancora siamo in salute e non hanno tentato di trovare un compromesso”. “La colpa sta nel nostro modello di vita, nel modo in cui abbiamo strutturato la città, cementato e soffocato lo spazio, avvelenato l’atmosfera. Sai, io apprezzo l’indignazione di chi vuole salvarci, perché vuol dire che ci sono ancora uomini e donne in grado di sentire, di avere empatia per ciò che ci circonda di non-umano”. “Loro sanno che noi alberi siamo esseri viventi, e che, come dice Buddha, offriamo persino l’ombra a coloro che maneggiano l’accetta per abbatterci”. “Guarda là ! E’ rimasto un gran vuoto, una voragine quando sradicano uno di noi”. “Hanno ignorato quello che Mario Luzi dice essere un sapere oscuro”. “Gli uomini non capiscono che ogni albero è per noi un fratello, che irrimediabilmente ci mancherà quando è abbattuto”. “Attraverso queste ferite, che ci vengono inferte, perché siamo alberi di città, loro ci vedono come pezzi di arredamento urbano, invece che esseri viventi e ignorano che non siamo solo quello che loro vedono quando ci guardano di fronte; noi siamo anche radici, rami nascosti, fermento di passeri e che la natura ci definisce”. “E poi fammi dire un’altra cosa: in un certo senso penso che siamo migliori degli uomini: da noi non nascerà mai un Caino, una guerra, un genocidio!”. “Se sapessero gli esseri umani come è meraviglioso essere accarezzati, quanta tristezza ci prende se ci abbandonano. Anche mutilati possiamo sempre dare fiori, frutti, diffondere profumi, confortare con la nostra ombra”. “Sotto le nostre foglie hanno cantato quei poeti che hanno visto in noi delle “creature quiete serene amiche”, come dice De Felice”. “Mirò ha sempre sostenuto che noi abbiamo nel nostro corpo il seme della umanità”. “Ma sì, è così! Come gli esseri umani, anche noi abbiamo a che fare col tempo, con la nascita, la vita e la morte”. “E sappiamo donare loro la bellezza”. “Suono di Parigi è dentro il fruscio delle piante / mentre le foglie parlano del traffico sopra i caffè / e le acacie aspergono la loro semenza come una spezia”. Che meravigliosi versi questi del Premio Nobel per la letteratura, Derek Walcott”. “Sai? la poesia contemporanea, anche se non esclusivamente, è una poesia cittadina. Nasce a Parigi verso la metà dell’Ottocento, con i Fiori del male di Baudelaire e, da allora, ha portato dentro di sé, nel bene e nel male, nella gioia nel dolore, lo spirito della metropoli, l’incontro con le moltitudini, il rapporto tra il singolo e la folla, l’accavallarsi di luoghi, palazzi, architetture, le immagini e la pubblicità. E tutto con la nostra presenza, che mai ha cessato di vivere lungo i marciapiedi e negli spazi comuni”. “Vero! Ricordo quello che dice David George Haskell nel suo libro Il canto degli alberi: “A Manhattan un modesto albero sul marciapiede mi ha insegnato come gli alberi per strada ripuliscono l’aria, forniscono spazi per l’interazione sociale e la nostra esperienza sensoriale della città”. “Noi in fondo siamo uomini capovolti. Lo avevano pensato Empedocle, Democrito, Platone, Aristotele. Per i romani, e in larga misura, già per i greci prima di loro, la relazione tra Universo vegetale e Universo umano va pensata sempre nei sensi di una continuità. Infatti, noi e loro non siamo divisi da un vuoto profondo, ma al contrario, ci collochiamo lungo una scala che ci mette in relazione vicendevole, non meno di quanto ci separi. Platone diceva che gli dei, impastando una natura simile alla natura umana, con altre forme e con altre sensazioni, diedero vita a un altro tipo diverso di essere vivente: appunto noi e le altre piante”. “In anni recenti Claude Levi Strauss, ti ricordi? ha ripreso il rapporto tra l’uomo e gli alberi scrivendo: “La societè est le modelle de l’ homme”. Noi, nel secolo dei lumi siamo stati presi, anche come modello della società”. “E infine mi piace ricordare che nel Barone rampante del 1957, Italo Calvino fa di noi dimora e filosofia di vita”. “ E io? Io voglio concludere questo nostro dialogo, ricordando a noi stessi la vicenda di come l’uomo della preistoria, l’erectus berlinernsis, si mise in piedi sulle sue gambe. Arrivò quel giorno, in cui lentamente si alzò verso l’alto, non già imitando le scimmie, ma noi, gli alberi che aveva accanto e, sollevandosi sul tronco, diventò parte di una eterna comune umana e arborea società”. “Per quanta bella architettura facciano, gli uomini non riusciranno mai a fare una cosa bella come un albero”. Pier Luigi Nervi © Riproduzione riservata

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