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Dialetto e cultura classica I nostri detti memorabili
15 novembre 2000

di Marco de Santis Quando l’impegno non è correttamente indirizzato al suo fine o non è legato a concrete possibilità di realizzazione, può accadere a volte di affaticarsi invano e di lavorare a vuoto. Per questi casi il dialetto molfettese ha un’espressione molto efficace: Ammënê acquë ind’a rë ppìlë sfòltë (Gettare acqua nelle vasche stappate). A prima vista il motto potrebbe sembrare derivato da evenienze del mondo rurale e domestico, in cui le pile o vasche (rë ppàilë) erano e sono tra gli oggetti più comuni; anzi non è escluso che l’esperienza quotidiana in tali àmbiti abbia avuto la sua parte nella fortuna del detto. Tuttavia, se si scava più a fondo, si possono trovare paralleli complementari nelle espressioni italiane fare il lavoro delle Danaidi, subire il supplizio delle Danaidi, essere il vaso (o la botte) delle Danaidi, che alludono a imprese che non vengono mai portate a compimento o a fatiche inutili e inconcludenti. Tutte queste locuzioni, compresa quella dialettale, nascono da racconti del mondo classico, dalla mitologia greco-latina che, tra i suoi episodi, annovera anche la storia della punizione delle Danaidi. Si narra che Danao, re di Libia, e il suo fratello gemello Egitto, sovrano d’Arabia, avevano rispettivamente cinquanta figlie e cinquanta figli. Egitto, dopo aver conquistato la terra omonima, minacciava la sicurezza di Danao. Per arrivare a un’intesa col fratello, egli propose un matrimonio in massa fra i cugini, ma Danao, sospettando una trama ai suoi danni, con una grande nave, insieme alle sue cinquanta figlie, veleggiò verso Argo, di cui poi divenne re. Quando anche gli Egizi, cioè i figli di Egitto, giunsero in Argolide, Danao finse di riconciliarsi col fratello e di acconsentire al matrimonio. Ma le Danaidi, ubbidendo a un ordine del padre, uccisero i mariti nella prima notte di nozze. Soltanto Ipermnestra risparmiò il marito Linceo, il quale vendicò la morte dei fratelli uccidendo tutte le cognate. Per espiare la loro colpa, le quarantanove Danaidi furono condannate nel Tartaro a versare acqua in eterno in un recipiente forato. Alle vicende delle figlie di Danao Eschilo dedicò una trilogia, aperta dalla tragedia Le supplici, salvatasi, e completata da Gli Egizi e Le Danaidi, andate invece perdute. Il supplizio delle Danaidi è ricordato da Platone (Repubblica, II, 363d) e, fra i latini, anche da Tibullo e Orazio. Nella terza elegia del libro primo Tibullo scrive che “Danai proles, Veneris quod numina laesit, / in cava Lethaeas dolia portat aquas (le figlie di Danao, poiché offesero la divinità di Venere, portano le acque del Lete in giare forate)”. A sua volta Orazio descrive in una celebre ode incentrata sulla figura di Ipermnestra l’urna delle Danaidi e le “notas / virginum poenas et inane lymphae / dolium fundo pereuntis imo (la famosa pena delle vergini e la giara priva dell’acqua che si perde dall’estremo fondo)”. Dalla mitologia greco-latina proviene anche, per varie trafile, un racconto pubblicato da Rosaria Scardigno nel volume I nostri detti memorabili. Favole fiabe e fole alla rivista (Molfetta, Mezzina, 1964, pp. 91-92). Si tratta della storia di Barbarossa, che copriva le orecchie asinine che aveva sin dalla nascita con grandi elmi. Il barbiere di corte, custode dell’imbarazzante segreto, per evitare la pena della decapitazione in caso di svelamento, mantenne per anni il silenzio, finché, non potendone più, pensò di sfogarsi in un modo che gli parve innocuo. Corse in aperta campagna e, scavata una buca grande quanto la sua testa, vi ficcò la faccia e si liberò del terribile segreto mormorando: “U rré téënë rë rrècchjë du ciuccë! (Il re ha le orecchie d’asino!)”. Da quella fossa, però, germogliò una pianta parlante e, a dispetto delle precauzioni del re, tutto il mondo venne a sapere della sua animalesca malformazione. Come ha notato la stessa Scardigno, dietro al Barbarossa si nasconde il re Mida. Infatti il leggendario sovrano di Frigia fu protagonista della medesima disavventura. Stando alle Metamorfosi di Ovidio (XI, 146 e ss.), in una gara musicale fra Pan, che suonava il flauto, e Apollo, che arpeggiava sulla cetra, fu scelto come giudice Tmolo, che assegnò la vittoria ad Apollo. Tutti approvarono. Solo Mida definì ingiusto quel giudizio. Risentito, Apollo lo punì tramutandogli i padiglioni auricolari in mobili e pelose orecchie asinine. Per nascondere quella vergogna, Mida cercò di coprire le tempie con una tiara purpurea, ma la verità non sfuggì al servo che gli faceva da barbiere. Questi, timoroso di rivelare la deformità che aveva scoperto e tuttavia smanioso di divulgare la notizia, si appartò e, scavata una buca, sussurrò alle viscere della terra che razza di orecchie aveva visto al padrone o, come scrive uno scoliaste di Persio, bisbigliò: “Auriculas asini Mida rex habet (Il re Mida ha le orecchie d’asino)”. Poi, per seppellire il segreto rivelato, ricoprì la fossa col terreno e si dileguò. Ma sulla buca crebbe un cespuglio di canne che ripeteva la storia ogni volta che soffiava il vento e tutta la gente la seppe. Altri legami con la cultura classica possono cogliersi negli apologhi diffusi dalle scuole dei tempi passati e recenti. Ad esempio, la replica dialettale “Nê lla vógghjë, ca è agrestë! (Non la voglio, perché è acerba!)” e il proverbio molfettese Quênnë la vòlpë nên arrìvë, discë ca è agréstë (Quando la volpe non arriva, dice che è agresto), come il modo di dire italiano fare come la volpe con l’uva e la variante francese Autant dit le renard des mûres: “Elles sont trop vertes!” (Come disse la volpe delle more: “Son troppo verdi!”), derivano dalla nota storiella di Fedro (Favole, IV,3) intitolata De vulpe et uva (La volpe e l’uva). Una volpe affamata cercava di prendere dell’uva da un alto pergolato saltando con tutte le forze. Poiché non riusciva a raggiungerla, disse: “Nondum matura est; nolo acerbam sumere (Non è ancora matura; non voglio prenderla acerba)”. L’apologo piacque a Jean de La Fontaine (Fables, III,11), che lo riprese da Fedro, che a sua volta aveva attinto al greco di Esopo (Favole, 32). Ai fatterelli del mondo antico risale pure il wellerismo “Nên acchjë nu palmë néttë! (Non si trova un palmo netto!)”, che era l’intercalare del sapiente che con una lampada girava alla ricerca di un palmo netto di terra, senza trovarlo. Come ho avuto modo di rilevare nel saggio Il dialetto di Molfetta dal ‘700 al ‘900 (in “Studi Molfettesi”, n. 1, 1996, p. 34), il motto va messo in rapporto con l’aneddotica relativa al filosofo cinico Diogene di Sinope. Di lui si riferisce che in pieno giorno vagasse col lanternino per le strade di Atene. A chi domandava il motivo di quello strano comportamento, Diogene rispondeva: “Hominem quaero (Cerco l’uomo)”. Con queste parole voleva dire che tentava di gettar luce sulle zone in ombra dell’animo umano, che cercava chi davvero fosse degno di essere chiamato uomo. E con questo spunto di meditazione, l’esemplificazione si può chiudere. Marco de Santis
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