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Delitto Bufi, 4 carabinieri rinviati a giudizio dal Gup di Potenza
04 maggio 2004

MOLFETTA – 4.5.2004 Un ufficiale e tre sottufficiali dei carabinieri di Molfetta sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Potenza, Antonio Iannuzzi, con l'accusa di aver falsato elementi di prova per aiutare Domenico Marino Bindi sospettato dell'omicidio di Annamaria Bufi (nella foto). La prima udienza è fissata per il 6 ottobre prossimo. Il tenente Pietro Rajola, i marescialli Vito Lovino e Luigi Policastro e il vicebrigadiere Antonio Rosato sono accusati di falso ideologico e favoreggiamento. Dalle indagini sarebbero emerse anche presunte responsabilità dell'avv. Leonardo Iannone, di Molfetta, il quale nel 1992 aveva difeso il principale indiziato del delitto, Marino Domenico Bindi . In particolare l'avv. Iannone, secondo la Procura di Potenza aveva aiutato i Carabinieri di Molfetta (imputati di falso ideologico e favoreggiamento pluriaggravato di Bindi ) ad eludere le investigazioni della stessa Procura. Il Gup lucano ha disposto per Iannone l'invio degli atti al Tribunale di Trani, competente per territorio, in quanto il presunto reato di favoreggiamento contestato all'ex legale di Bindi, che ha dovuto lasciare la difesa in seguito a quest'accusa, era stato commesso in Molfetta Al centro della vicenda c'è l'omicidio di una giovane donna avvenuto nella notte fra il 3 e il 4 febbraio del '92 a Molfetta. Anna Maria Bufi, 23 anni, venne trovata uccisa con il cranio fracassato ai margini di una strada. I quattro carabinieri imputati, all'epoca erano al nucleo operativo della compagnia di Molfetta e si erano occupati dell' inchiesta. Secondo 1'accusa, avrebbero compiuto una serie di gravi abusi per proteggere il principale sospettato, il fidanzato della donna uccisa, 1'insegnante di educazione fisica Marino Bindi. Gli investigatori non avrebbero verificato 1'alibi di Bindi e avrebbero omesso di scrivere in un verbale di aver trovato a casa di questo un paio di scarpe sporche dello stesso fango trovato sulle scarpe della vittima (calzature che sarebbero poi sparite dalla caserma). Inoltre sarebbero stati manomessi i nastri di intercettazioni telefoniche relative all'inchiesta. Il procedimento contro i quattro, avviato dalla Procura di Trani, si è svolto a Potenza perché inizialmente nell'inchiesta erano coinvolti due ex-pm della procura pugliese, che avevano indagato sul delitto Bufi. I magistrati erano accusati di abuso d'ufficio a favore di Bindi. L'indagine a loro carico era stata archiviata nel maggio dell'anno scorso dal Gup di Potenza. Marino Bindi recentemente è stato di nuovo accusato dalla Procura di Trani di essere l'omicida di Anna Maria Bufi. Intanto Giuseppe Maralfa, avvocato di parte civile (per i genitori di Annamaria) mette in evidenza altri particolari emersi nell'ultima udienza del processo in Corte d'Assise di cui abbiamo dato notizia nei giorni scorsi: 1) L'autovettura Renault Nevada station wagon appartenente al Bindi, fu ispezionata dal M.llo Rosario Avila (nel 1992 componente del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Moffetta) il giorno successivo all'omicidio, come lo stesso Avila ha riferito alla Corte di Assise di Trani. Orbene, detta autovettura si presentava lavata da poco, sia all'esterno che nell'interno, anche nel portabagagli tanto è vero che il M.llo Avila notò che la moquette della vettura in parola era umida. La circostanza è stata valorizzata dal Presidente della Corte che ha chiesto se fu fatto un verbale di sequestro della ripetuta auto (e il militare ha risposto di no) e se furono effettuati accertamenti sul mezzo per stabilire se lo stesso fosse stato lavato presso una officina ovvero privatamente (a tale domanda il militare ha risposto che furono compiuti accertamenti presso alcuni lavaggi ma nessun lavaggista l'aveva pulita, quindi l'auto venne lavata privatamente). La circostanza appare importantissima. 2) Quando venne effettuata la perquisizione in casa del Bindi (perquisizione a cui, sempre secondo quanto riferito dal militare, partecipò il Pubblico Ministero Inquirente dott. Messina) i carabinieri non vi presenziarono tutti contemporaneamente, sicché il M.llo Avila non ha potuto escludere che qualche altro militare (v. deposizione del M.llo Antonio Caldarulo autore del rinvenimento delle famose calzature sporche di terriccio, lo stesso rinvenuto sulle calzature della defunta) possa avere ultimato la perquisizione quando lo stesso Avila era già andato via. 3) Sempre il M.llo Avila ha chiarito che già il giorno dopo dell'omicidio, 4 febbraio 1992, si sapeva già che la ragazza era stata uccisa con un corpo contundente (e non sparata) mentre il 6 febbraio 1992 fu inspiegabilmente diramata dall'allora Comandante di Compagnia, Capitano Pagliari, la notizia di reato alla Procura dl Trani in cui si legge che la ragazza era stata uccisa con un fucile a canne mozze (?!?). Anche il medico legale prof. Di Nunno, allorquando fu ascoltato in Corte di Assise, chiarì di non aver mai detto che la ragazza era stata sparata, ma di aver immediatamente detto (e scritto) che la morte era dovuta all'azione di un corpo contundente. 4) E' stato ascoltato quale teste il M.llo Antonio Rosato dei CC, il quale, in quanto imputato dinanzi al Tribunale di Potenza per i reati di falso e favoreggiamento del presunto assassino Bindi Marino, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E' vero che è un diritto dell'imputato-testimone quello di non parlare, ma quando il rifiuto di parlare dinanzi ad una Corte proviene da un Carabiniere che ha indagato sull'omicidio di una ragazza ed oggi rifiuta di collaborare con la Giustizia per il raggiungimento della verità, la circostanza ci sembra davvero paradossale e non contribuisce certamente a far ritenere che le condotte tenute nel 1992 da taluni inquirenti siano state “limpide”. Un processo che continua a riservare sorprese e del quale saranno fornite ampie notizie e nuovi particolari sul prossimo numero di “Quindici”, in edicola, come sempre, dopo il 15 maggio.
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