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Dalla Puglia a Dachau per tenere viva la memoria Gli alunni del Liceo Classico visitano campi di concentramento e forni crematori
15 gennaio 2004

Dalla Puglia a Dachau per tenere viva la memoria. E' questo il percorso compiuto nello scorso dicembre dalla classe II B del Liceo Classico di Molfetta (nella foto: gli studenti con gli insegnanti davanti all'ingresso del campo di Dachau), anche grazie ad un finanziamento della provincia di Bari. Il presidente Marcello Vernola, infatti, ha stanziato 25mila euro nell'ambio della programmazione d'interventi finanziari da destinare alle scuole del barese, per promuovere negli studenti una cultura attiva contro ogni forma d'intolleranza, favorendo l'impegno per la solidarietà fra gli uomini. Le docenti Giancaspro e Salvemini hanno presentato un progetto che ha ricevuto approvazione ed è stato finanziato, almeno in una parte. Quasi ripercorrendo l'ipotetico tragitto d'altri uomini e donne, ebrei o antifascisti, il viaggio della II B è iniziato proprio dalla Puglia, con la visita ai due campi d'internamento dell'ex mulino Pagano a Gioia del Colle e della “Casina rossa” ad Alberobello. Gli alunni hanno così potuto apprendere che anche la loro terra è stata per gli ebrei un luogo di dolore. Il mulino di Gioia del Colle, ormai in disuso, fu utilizzato come centro di raccolta per i deportati. Non è stato possibile visitare all'interno la struttura, che è rimasta comunque in piedi, quasi a fare da tacito ammonimento, fatiscente almeno quanto il regime che sembra averne corrotto la struttura stessa. Il mulino, una volta requisito, fu usato solo come campo per la “raccolta” e lo “smistamento” dei deportati, tuttavia non ha perso la sua pesante violenza, troneggiando, quasi opprimente, all'entrata di Gioia del Colle. Anche la “Casa Rossa” di Alberobello fu adibita a centro di raccolta. Spaziosa, cadente, la struttura si eleva per due piani e si snoda per corridoi, stanze, atri e androni, ricolmi di recenti calcinacci, fogli, libri, reti, indumenti e quant'altro, che ne fanno supporre ben altro squallido uso. Inutile il tentativo da parte del Comune di utilizzarla in altra e più costruttiva maniera: del ricordo di quello che è stata rimane, poco, pochissimo. E seppure non si dovrebbe sempre pensare a quanto di sbagliato e, perché no, di disumano c'è nella nostra storia, proprio per il suo essere storia e quindi retaggio culturale di noi tutti e vero e proprio pilastro del nostro essere uomini, il ricordo dell'accaduto fra quelle mura, la funzione che hanno avuto, avrebbero dovuto essere valorizzati, marchiati a fuoco. In entrambi i casi, invece, sembra si sia voluta lasciare all'abbandono una sdrucita, (e scomoda?) pagina della nostra storia, quasi a far dimenticare il male, per far calmare le acque, smorzando la memoria fino, inevitabilmente, ad annullarla. Dalla Puglia a Monaco, in buona parte ricostruita dopo i bombardamenti alleati sulla città, meta del viaggio è stata piuttosto la vicina Dachau e il suo campo di concentramento. Sotto un cielo grigio, con il freddo pungente delle prime ore del mattino, vi era la palpabile impressione di compiere gli stessi atti dei deportati di più di mezzo secolo fa, camminando sulla stessa ghiaia, osservando le mura e le torrette, fissando le baracche, di cui solo due sono rimaste in piedi, con la prepotente sensazione della malvagità e del cinismo insiti in un posto odioso, chiaro simbolo del baratro di cieca e furiosa bestialità in cui l'essere umano può precipitare. La visita continua nella stanza dei forni crematori, che tanti cadaveri hanno ingoiato, il cui camino, perfettamente nascosto dalla vegetazione, è praticamente invisibile dal campo. E dopo, il museo, le umilianti celle di detenzione, gli pseudo-laboratori in cui le cavie umane erano selezionate fra i deportati. La visita si conclude con addosso un appiccicosa misto di pietà, rabbia, e orrore. Quantomeno è ricomparso il sole, il sole dell'umanità che scaccia le nubi dell'orrore, ancora così fortemente presenti a Dachau. E poi è il turno della Risiera di San Sabba a Trieste. Sotto la pioggia battente la visita a quest'impianto industriale, restaurato in modo da renderlo testimonianza dell'accaduto durante le fasi finali dell'ultima guerra mondiale. La Risiera fu adibita a campo di concentramento e di sterminio e in seguito restaurata in modo da farne un monumento in memoria dell'accaduto. Entrando nella struttura ci si sente schiacciati dai muri che delineano il corridoio, che essendo in discesa, si percorre con un senso di disagio che doveva essere estremo nei prigionieri che si addentravano in questo campo di detenzione; la cinta muraria che la circonda è di cemento armato, alta 11 metri, grigia, spenta e quasi incombente sul visitatore; il pavimento produce uno sgradevole contrasto con la struttura di mattoni; al posto del camino del forno crematorio, al centro vi è una scultura in ferro, alta, snella. La costruzione, insomma, è stata, rivoluzionata interamente, resa ammonimento, luogo di culto e di riflessione, al pari di Dachau e di latri campi di concentramento e di sterminio. Affinché tutto questo non accada mai più; affinché non vi siano più lotte fratricide, come quelle venutesi a creare a Trieste per le tensioni fra italiani e sloveni; affinché non si tema mai più la mano del vicino; affinché non vi siano più campi di raccolta, di deportazione, di sterminio; affinché non vi siano nuovi Dachau, Buchenwald, Auschwitz; Mathausen e altri mille nomi, tristemente noti come questi. Antonio Pansini
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