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Dal presidio militare ai primi comizi tenuti nell'ex convento di San Domenico in Molfetta (1898 - 1910)
15 novembre 2005

Dopo i tragici tumulti per il caro pane avvenuti in città il 1° maggio 1898, la Giunta comunale di Molfetta, seppure repubblicana, si riunì d'urgenza il giorno 7, per richiedere al Ministro della guerra una guarnigione stabile “di almeno 500 uomini”, da impiegare per tenere a bada gli operai in caso di ulteriori manifestazioni di protesta e scioperi. La richiesta, però, fu negata con nota ministeriale del 15 maggio successivo. Ma contro questa decisione, la Giunta riunì due giorni dopo il Consiglio comunale per proporre la ratifica della deliberazione presa il 7 maggio, la quale fu approvata da 21 dei 22 Consiglieri presenti, come dal verbale pubblicato nel 1904 da Gaetano Salvemini (Il ministro della mala vita, ed. Feltrinelli, p.63). Nel resoconto (Al Consiglio comunale) dato il giorno 18 sul "Corriere delle Puglie" del 19 maggio 1898, il corrispondente da Molfetta, a firma Po (il repubblicano Gioacchino Poli), scrive: "Ieri sera riunissi d'urgenza il Consiglio Comunale presieduto dall'assessore anziano, Mauro Balacco, per ratificare il deliberato d'urgenza della Giunta relativamente alla istanza al ministero per un presidio di truppa nella nostra città, dove le condizioni della P.S. massime dopo i luttuosi fatti del 1° maggio, sono tali da richiedere un provvedimento pronto e d'urgenza. L'opinione pubblica seguendo unanimemente il desiderio e l'operato della Giunta portò conseguentemente alla formazione spontanea d'un comitato di persone volenterose, che presentò al Consiglio un indirizzo firmato da 3.000 cittadini tendenti ad ottenere dal Governo il presidio d'un battaglione di truppa, tenuto conto delle condizioni peggiorate della P.S. e di una popolazione di ben 40mila abitanti, fatti che meritano attenzione seria da parte del governo, trattandosi di un grande centro industriale. L'assessore Balacco riferì al Consiglio, al completo, per l'importanza del fatto, che in esito alle pratiche fatte dalla Giunta e dall' on. Pansini, benché si fosse avuta formale promessa dal R. Commissario a Bari, generale Pelloux dell'appoggio della domanda, il ministro della guerra aveva risposto negativamente. Proponeva quindi al Consiglio la ratifica della deliberazione della Giunta con voto che si sarebbero continuate le pratiche, ed in caso ancora negativo, sarebbe stato allora il caso di prendere opportuno provvedimento. Con somma meraviglia di tutti, il consigliere Vincenzo Giancaspro (radicale) non sappiamo con quanta opportunità ed a quale scopo, fosse portavoce solamente di sè stesso, poiché restò unica voce clamans in deserto, fece formale proposta di abbandonarsi la pratica, alla quale egli era contrario, meravigliandosi come una Giunta repubblicana si fosse rivolta al Governo del Re, usando ancora delle espressioni reazionarie quando ha parlato di sciopero nell'indirizzo, sciopero che è l'unica arma legale in mano all'operaio quando ha bisogno di affermare una idea, quando deve esprimere un bisogno!... Altro che sciopero quello del 1° maggio! Consigliere Giancaspro, anche il Codice Penale non punisce lo sciopero legale, ma quando, come ben disse e rispose il consigliere Sergio De Judicibus (monarchico) assume la forma della licenza e ce ne fu a dovizie, allora la libertà è liberticidio. L'assessore Balacco con acconcie parole pregò il Giancaspro di ritirare la proposta, aggiungendo che, qualunque repubblicano preferirebbe in simili casi essere ritenuto piuttosto reazionario; completò la sua idea con nobili parole all'indirizzo dell'esercito. Messa ai voti la proposta Giancaspro per fortuna non raccolse che il solo voto del proponente, e così il Consiglio approvò e ratificò il deliberato della Giunta, autorizzandola a continuare ininterrotte le pratiche presso il ministero della guerra". Nonostante il Giancaspro manifestasse "pubblicamente la sua riprovazione e sdegno per la condotta antidemocratica tenuta dai suoi amici in Consiglio" ricorda Francesco Picca a Salvemini in una lettera del 9 marzo 1902, la nuova istanza di richiesta della guarnigione fu sostenuta appieno dal deputato repubblicano Pietro Pansini il quale - scrive Salvemini - "non si dette da fare solo in Prefettura a Bari per ottenere l'intento dei suoi amici amministratori ma lavorò, attivamente anche in Roma" per fare arrivare i soldati (p.64). Il 31 settembre giunse infatti a Molfetta una Compagnia del 16° Reggimento, che fu ricevuta alla stazione ferroviaria dal Sindaco Mauro de Nichilo e dall'Assessore Gallo ("Corriere delle Puglie", 4 ottobre 1898) e quindi acquartierata nei locali dell'ex convento di S. Domenico. Qui il presidio rimase fino a quando, come ricorda Salvemini nell'op. cit., il nuovo Consiglio comunale, eletto nel marzo 1902, ne deliberò il rifiuto nella sessione autunnale, su proposta del consigliere socialista Alessandro Guidati. Il Sindaco Francesco Picca insistè poi presso le autorità governative (con sue lettere del 7 gennaio, 18 febbraio, 10 e 20 aprile 1903) affinché la deliberazione del Consiglio fosse eseguita. Anche l'on. Pansini si decise a scrivere (il 5 aprile) al ministero della guerra perché esaudisse il desiderio dell'Amministrazione comunale di Molfetta, la quale chiese anche la restituzione dei locali dell'ex convento, occupati dal presidio militare, "per poter impiantare la refezione scolastica e la mensa economica, nonché per lo sdoppiamento delle scuole e l'apertura di quelle per l'Università popolare". Quando "comparse su di un quotidiano socialista" la notizia che "il presidio militare di Molfetta, costituito da un battaglione di fanteria, fu tolto in seguito ad un voto espresso in tal senso dall'Amministrazione comunale", fu criticata dal giornale "Esercito", al quale replicò il "Corriere delle Puglie", con la seguente nota del 27 aprile 1903 (Pel presidio militare di Molfetta): "Al riguardo rileviamo anzitutto che trattavasi di una sola compagnia, in secondo luogo facciamo osservare che l' autorità militare, anziché dolersene, non può che augurarsi la soppressione su larga scala di siffatti piccoli distaccamenti, imperocché quanto minore sarà il frazionamento della truppa tanto maggiore i vantaggi risulteranno per l'istruzione e la disciplina". Dopo che fu tolto il presidio militare, un salone dell' ex convento di S. Domenico fu usato dal Comune come luogo anche di comizi, in alternativa al vecchio Teatro comunale, che sorgeva accanto al Municipio (dove pure Gaetano Salvemini tenne alcune conferenze nel gennaio-febbraio 1902 sul "Programma amministrativo dei Partiti Popolari"), che per le cattive condizioni si rendeva sempre più inagibile. Tra i primi comizi "nella gran sala di S.Domenico", si ha notizia di quello tenuto il 9 febbraio 1904 da Mariano Rango per l'Acquedotto Pugliese, che allora era in fase di progettazione ("Corriere delle Puglie", 11 feb. 1904 ). L'anno dopo fu tenuto un comizio nella "sala di San Domenico" la sera del 17 ottobre 1905 sul tema dell'antimilitarismo, "a cui si accedeva con i biglietti personali", come riferisce il "Corriere delle Puglie" di giovedì 19 ottobre 1905. Il primo conferenziere, che parlò "applaudito dal suo uditorio", fu il diciannovenne concittadino, studente in legge a Napoli, Sergio Panunzio di Vito, approdato dal socialismo al sindacalismo rivoluzionario, il cui organo di stampa "Avanguardia socialista", al quale collaborava da Molfetta il Panunzio, aveva già sviluppato frequenti dibattiti sull'argomento. Dopo Sergio Panunzio parlò anche Teodoro Monicelli, redattore della stessa "Avanguardia" che fu in Puglia nel 1905 per organizzare anche a Molfetta come in altre città della regione, la Camera del lavoro. La situazione di questa viene esaminata nella "Avanguardia" del 17 giugno 1905 con un trafiletto firmato Vespa, in cui si rileva che a Molfetta "il sindacato dei proletari è un fatto compiuto. Oltre alle leghe esistenti sono oggi costituite le leghe dei contadini, dei cavamonti, dei calzolari, dei barbieri. I soci ormai abbondano ai duemila" (v. S. Nistri De Angelis, SergioPanunzio. Quarant'anni di sindacalismo, Firenze, Centro editoriale toscano, 199l, p.46). Poi successe che nel comizio del 17 ottobre Teodoro Monicelli, il quale nel mese di settembre aveva animato a Molfetta lo sciopero dei pastai come componente della Commissione della Lega (che aveva sede in piazza Mazzini), composta anche dal Panunzio, dall'avv. Picca e dal predetto prof. Giancaspro, (v. "Corriere delle Puglie" 27, 28 e 30 settembre 1905), "dalle idee militariste venne a parlare della tassa progressiva, facendo risalire la responsabilità agli attuali amministratori, i quali secondo me - scrive il corrispondente P. (Gioacchino Po1i) - e secondo la verità, non hanno fatto che applicare quello che fu già il programma elaborato insieme con Francesco Picca, Gaetano Salvemini ed altri dell'attuale amministrazione, che hanno poi dovuto applicare la tassa di famiglia con propri criteri". Anche Francesco Picca, scrivendo a Salvemini, in quei giorni a Trieste, gli riferiva in una lettera del 18 ottobre: "Nella cittadinanza vi è un vivo fermento per la tassa di famiglia, che hanno triplicata però non contro l'Amministrazione attuale ma contro di me che ne fui l'origine" (G. Salvemini, Corrispondenze pugliesi, Molfetta 1989, p. 60). Dopo quel comizio, in cui vi fu pure un oratore contadino ,"che fece ricordare a tutti la veridicità del proverbio: Scarpe grosse e mente sottile", il Monicelli scrisse il 19 una lettera al "Corriere" per rettificare quanto era stato pubblicato dal corrispondente in accenno al suo discorso antimilitarista. "Io - egli dice nella lettera apparsa sul "Corriere" del 20 ottobre 1905 - non ho fatto addebito alla attuale amministrazione della attuazione della tassa progressiva di famiglia, cosa che in via di principio approvo, ma bensì ho criticato la formazione della tabella di detta tassa che applicata riesce di aggravio alla povera gente, aggravio che lo spirito della legge vorrebbe escluso. Se di ciò ho parlato in un comizio antimilitarista è perché - e lo spiegai chiaramente - credo che se lo Stato non sperperasse tanti milioni nelle spese militari potrebbe rendere benefìci ai Comuni poveri i quali a loro volta non sarebbero costretti a togliere pane a chi ha fame". Qualche mese dopo, sfumato il suo tentativo di organizzare la Camera del lavoro, Teodoro Monicelli andò via da Molfetta, come si apprende da una lettera inedita di Francesco Picca a Salvemini, del 9 gennaio 1906 (in Archivio Salvemini, Istituto Storico della Resistenza in Toscana, Firenze) in cui si dice appunto che "la Camera di lavoro è sfumata e il suo Segretario, Monicelli, è partito". Anni dopo, nello stesso "salone di S. Domenico" terrà un comizio anche Gaetano Salvemini, il quale una sera di metà luglio del 1910 parlò infatti sui danni morali e materiali dell'analfabetismo dinanzi a un uditorio solamente di operai, incitando questi a iscriversi nelle liste elettorali, se non volevano rimanere eternamente schiavi. Salvemini "svolse il tema da par suo - dice la corrispondenza da Molfetta (probabilmente di Saverio Cirillo, della locale sezione socialista), pubblicata sull'Avanti! del 17 luglio 1910 - incatenando l'uditorio, che alla fine applaudì calorosamente (v. G. Salvemini, Carteggio 1910, a cura di Sergio Bucchi Lacaita, Manduria 2003, p. 191). Pasquale Minervini (Centro Studi Molfettesi)
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