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Dal disagio giovanile alla criminalità dei minori, riflessioni su un tema attuale a Molfetta
Savelli, Liuzzi, Losito
23 ottobre 2026

 MOLFETTA – Dal disagio giovanile alla criminalità dei minorenni, un tema molto attuale è stato affrontato ieri a Molfetta, nell’aula Magna del Seminario Vescovile, su iniziativa di "Città dell'Uomo-APS", nell’incontro "Dal disagio alla criminalità: quale giudice per i minorenni?", coordinato da Onofrio Losito.

Relatori la consigliera presso la Corte d'appello di Bari Roberta Savelli e la pedagogista e criminologa, nonché Giudice onorario presso il tribunale dei minori di Bari Ileana Liuzzi.

Ad aprire la riflessione è stata proprio Eliana Liuzzi, che ha fatto una distinzione per comprendere cosa accade nella mente e nella vita di un adolescente prima che questo commetta un fatto grave.

"Spesso usiamo questi termini come sinonimi, ma non lo sono affatto", ha spiegato la Liuzzi. "Il disagio è una forma di malessere interiore o relazionale che può esplodere verso l'interno, con ansia e attacchi di panico, o verso l'esterno. Se c'è un adulto capace di ascoltare, quel malessere si canalizza positivamente. Se manca l'ascolto, diventa devianza (ossia violazione delle norme sociali, vandalismo o isolamento, ndr) e infine delinquenza, quando sfocia nel reato vero e proprio".

?L'esperienza del Tribunale, in entrambe le esperienze, evidenzia come le storie di sofferenza nascano spesso in contesti familiari disagiati, segnati da alcolismo, conflittualità e deprivazione. L'obiettivo principale dei giudici e dei servizi sociali, ha precisato la criminologa, non è mai quello di "strappare" i figli ai genitori, ma di sostenere le famiglie incapaci di esercitare il proprio ruolo. L'allontanamento in comunità scatta solo di fronte al rifiuto di collaborare o a gravi pericoli per il minore.

?A proposito, la pedagogista, ha riferito l'episodio di un ragazzo, temuto da tutti sul territorio per la sua aggressività, che una volta inserito in comunità si è rivelato solo un soggetto in cerca di aiuto: «Il suo comportamento da “piccolo criminale” era in realtà solo un grido disperato per farsi vedere dagli adulti».

?Dal punto di vista penale, la dott.ssa Roberta Savelli ha spiegato il funzionamento e l'evoluzione della giustizia minorile, fondata su un'intuizione del legislatore del 1934: la composizione mista del collegio, dove giudici togati e giudici onorari (psicologi, pedagogisti, sociologi) lavorano insieme per comprendere la personalità del minore, considerata una "struttura ancora in formazione".

?La magistrata ha fatto chiarezza sulla questione dell’imputabilità (inesistente sotto i 14 anni, da accertare caso per caso tra i 14 e i 18 anni), definendo un "falso problema" il recente dibattito politico sull'innalzamento delle presunzioni di capacità: "I reati commessi dai ragazzi hanno spesso un disvalore così immediato (come una rapina o un’aggressione) che è difficile sostenere che non ne comprendessero la gravità».

?Al centro del sistema resta la Messa alla Prova (MAP), uno strumento educativo che sospende il processo (fino a 3 anni) e offre al ragazzo la possibilità di estinguere il reato attraverso percorsi scolastici, di volontariato e di riabilitazione. Un modello che, dati alla mano, registra un altissimo tasso di successo,

?La Savelli ha espresso forti perplessità riguardo al Decreto Caivano, che ha escluso la Messa alla Prova per reati gravissimi e allungato i tempi di custodia cautelare: «Ciò che spaventa è il cambio di prospettiva: l'idea che un minore possa essere bollato come del tutto “irrecuperabile”. Il rigore serve, ma una possibilità di riscatto, almeno in linea teorica, va garantita a tutti».

?L'intervento delle due relatrici ha messo al centro dell'incontro i nuovi problemi che hanno portato a un incremento dei reati minorili, puntando il dito contro la perdita di importanza delle agenzie educative e l’abbandono degli studi. Senza scuola, attività sportive o altri tipi di attività extra-curricolari, il bisogno naturale di inclusione viene riversato nelle baby gang, dove la violenza diventa il principale codice di affermazione nel gruppo.  Contribuisce anche la visione continua di modelli irrealistici sui social network che rende più fragili le menti dei ragazzi, sdoganano un linguaggio d'odio che finisce per essere assimilato.

E infine abbiamo tensioni geopolitiche, cambiamenti climatici e l'impatto dell'intelligenza artificiale che creano un grande sconforto e assenza di prospettive. Entrambe le relatrici sono convinte che la repressione non basta. Contrastare il fenomeno, richiede un impegno di tutta la società: più risorse ai servizi sociali, presenza dello psicologo nelle scuole (che a Molfetta è già realtà, ndr), una regolamentazione più severa dei social network e il sostegno delle parrocchie e agli oratori, da sempre luoghi d'inclusione in tutta Italia.

?Alla fine della serata, una domanda sorge dentro ognuno di noi: Come possiamo, come singoli e come comunità, aiutare concretamente i ragazzi in difficoltà e impedire loro di compiere atti devianti o criminali, se non li ascoltiamo davvero? Di qui l’impegno di tutti: genitori, educatori, insegnanti, forze politiche e gli stessi magistrati per cercare di costruire una società migliore

Paolo Manganelli

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