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Creare un archivio del patrimonio culturale immateriale della nostra terra
15 settembre 2019

Patrimonio culturale di un popolo non è soltanto l’insieme di chiese, opere d’arte, monumenti storici ma anche la tradizione orale, i saperi degli artigiani, il dialetto e tutte quelle forme di conoscenza che sono state trasmesse da una generazione all’altra. Fino al secondo dopoguerra queste tradizioni e conoscenze facevano parte del patrimonio collettivo che i più anziani trasmettevano oralmente ai giovani. I contadini, i marinai, gli artigiani, tramandavano il loro modo di operare, le nonne intrattenevano i bambini con racconti e canti che loro stesse avevano imparato da piccole, i genitori educavano i giovani con antiche pratiche sociali, i riti e le feste avevano anch’essi dei ritmi e delle scadenze precise. Dal secondo dopoguerra in poi molto è cambiato con l’avvento e la diffusione della radio prima e della televisione poi, fino ad arrivare ai giorni nostri con internet che ha reso possibile l’accesso a notizie e culture diverse con una prevalenza di quella occidentale (in particolare statunitense) che sta massificando le culture specifiche di ogni popolo. Al fine di preservare “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale” l’UNESCO nel 2003 ha adottato la Convenzione per la Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, ratificata dall’Italia nel 2007. A Molfetta, come in molte altre città italiane, questo patrimonio sta scomparendo. Stanno scomparendo antichi mestieri con i loro arnesi; le tradizioni, espressione dell’adattamento e dell’utilizzo dell’ambiente e dei modi di essere in cui i nostri avi hanno vissuto, stanno smarrendo il loro valore simbolico; le feste tradizionali popolari, nate dalla capacità e dalla volontà dell’uomo di socializzare con ritualità particolari e in determinati periodi dell’anno, stanno modificando il loro aspetto; i riti religiosi, espressione di un’antica forma di devozione, stanno perdendo la loro peculiarità e sacralità; quasi nessuno conosce il dialetto (che spesso viene italianizzato e modificato), e con esso i racconti, le filastrocche, i canti, espressione della creatività dei nostri nonni. Per evitare che questo enorme patrimonio immateriale culturale vada perduto, è opportuno e necessario che l’amministrazione comunale crei un archivio in cui siano raccolti, catalogati, studiati e messi a disposizione di tutti i reperti della nostra cultura popolare e che tale archivio possa essere dislocato presso la biblioteca comunale in una sezione speciale, insieme alla grande massa di libri e opuscoli, già presenti, relativi a Molfetta, la sua storia e le sue tradizioni. Pietro Capurso

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