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Corrado Minervini, candidato al consiglio comunale di Molfetta per “Rinascere” accusa: la cultura non può essere usata per comprare consenso elettorale
Corrado Minervini
05 giugno 2022

 

MOLFETTA - “Non confondiamoci: a Molfetta il tema della cultura non è un tema di contenitori, ma di contenuto. Non sono le strutture a mancare, non è quella l’emergenza. Piuttosto mancano la visione, la funzione, i modelli di gestione.

Finché la cultura rimarrà uno strumento per accontentare amici, operatori fedeli ed elettori potenziali, non andremo mai oltre il nostro naso. Nemmeno le capacità proteiformi di pinocchio saranno d’aiuto per andare lontano. Con questa mentalità decadente e provinciale si continueranno a prosciugare le casse comunali prevalentemente per una miriade di piccoli eventi zanzara, corredati da qualche costoso evento di richiamo. A pagamento. Insomma, un grande festival dell’approssimazione.

Poi, giusto per sparare un po’ di fumo in faccia, si parla della costruzione di grandi teatri (per quanti spettacoli all’anno? Con quale pubblico organico?). Si naviga a vista. Si pensi che il Comune di Molfetta non ha nemmeno contezza del proprio patrimonio artistico e architettonico: non abbiamo un unico database di opere (soprattutto quadri), strutture, impianti e dotazioni della nostra città.

Teniamo a freno le betoniere e, piuttosto, ragioniamo su un ufficio cultura qualificato, in grado non solo di chiamare gli artisti dall’agendina privata di qualche politico, ma di partecipare con successo a bandi e progetti europei, o del MiC o di collaborare proficuamente con le agenzie culturali regionali. Inserirci, insomma, nei grandi circuiti della cultura e investire sulle nostre identità di valore.”

Interviene così sul tema delle politiche culturali Corrado Minervini, candidato al Consiglio Comunale per Rinascere a sostegno di Lillino Drago Sindaco di Molfetta.

“Molti amministratori sono convinti che le politiche del secolo scorso siano adeguate per tutte le ere geologiche. Non è così. Oggi un dipartimento che si occupi di cultura in un comune sopra i cinquantamila abitanti richiede competenze amministrative e organizzative che quarant’anni fa non erano richieste. Lo vediamo, ad esempio, dai bilanci comunali. Siamo abituati a leggere impegni di spesa di centinaia di migliaia di euro per svolgere i nostri “programmi culturali” estivi ed invernali (anche negli ultimi anni, nonostante la pandemia). Paga sempre il comune. Anche per eventi con sbigliettamento e importanti sponsor.

Ecco, cominciamo a fare una prima distinzione. Esistono proposte culturali di spessore e ambizioni differenti. Il teatro amatoriale, la kermesse della parrocchia, il saggio di danza, il concertino della band alle prime armi sono espressioni di un fermento importante per una comunità, ma non possono essere il centro delle politiche culturali. La loro funzione, semmai, è quella di educare e formare un pubblico sensibile. E poi lanciare artisti e organizzatori che da dilettanti diventino pian piano professionisti. Un patrimonio umano indispensabile per fare un salto di qualità sia nella domanda, che nell’offerta di cultura. Ma poi abbiamo bisogno di respirare anche un’aria diversa, di aprirci ad esperienze artistiche non locali. Molfetta è in Europa, non è una Repubblica a sé.

Ma non è tutto. Se i famosi “contributi” comunali vengono elargiti secondo il giusto principio di sussidiarietà nel raggiungimento delle finalità pubbliche, dall’altro lato il comune deve selezionare le attività che effettivamente generano un valore culturale e sociale per il territorio. La selezione può avvenire in diversi modi, ma sicuramente quella a cui siamo abituati è sbagliata: quel “proponete, poi vediamo” non va bene. Sarebbe interessante, al contrario, definire degli interventi mirati (target e quartieri), ovvero programmi che seguano una visione chiara. Per esempio programmi culturali collocati nei quartieri più periferici - con finalità sociali e di lotta alla povertà educativa -, oppure programmi collocati al centro con finalità di potenziamento del sistema urbano. Non è un aut aut, ma un vel vel. Va fatto bene, va pensato bene. Questo è il lavoro della politica.

C’è di più. Una città dovrebbe costruire e promuovere la propria identità culturale sia per i propri cittadini, sia nel posizionamento che la comunità ha nei circuiti turistici e culturali esterni. A Molfetta è possibile un turismo culturale e un turismo di prossimità. Lo dico con convinzione. Per farlo, però, è necessario avere le idee molto chiare. Cos’ha da promuovere Molfetta? Ciascuno risponderà con un elenco di piccole perle, tra loro scollegate. Dobbiamo trasformare queste bellezze, il nostro patrimonio storico-architettonico, il patrimonio paesaggistico, le eccellenze della città, in percorsi di valore messi a sistema in una cornice identificabile.

Facciamo alcuni esempi. Il percorso del mare (a cui la storia della nostra città è indissolubilmente legato); quello preistorico, quello romanico pugliese, le personalità benemerite (Gaetano Salvemini e Corrado Giaquinto, solo per citarne alcuni), il percorso della Settimana Santa, i percorsi enogastronomici e via di seguito.

Ciascuno di questi percorsi deve poter raccontare uno spicchio di bellezza, facendo sistema con opportunità e servizi del territorio. Se tutti gli ingranaggi girassero nella giusta direzione, Molfetta avrebbe un “comparto cultura” molto più florido, attrattivo e funzionale allo sviluppo armonico della nostra città. Quello che spesso si trascura, infatti, è che la cultura può creare lavoro. Sia che si parli di linguaggi artistici (artisti, scenografi, cineasti, organizzatori d’eventi, personale di sala, e così via), sia che si parli di siti di interesse storico-architettonico. La cultura genera un indotto considerevole, che studia, lavora, progetta, realizza al fine di accogliere cittadini. E quindi, ancora, l’accoglienza, la ristorazione, la mobilità, lo shopping, l’organizzazione di eventi, e così via.

Proviamo a non fermarci ancora, facciamo ancora un passo avanti. Pensiamo davvero che il turista francese la mattina, sfogliando l’atlante, decida di venire in vacanza a Molfetta? Non credo proprio: Molfetta accoglie al momento un turismo di transito. Come si potenzia l’attrattività del territorio sotto il profilo turistico e culturale? Anche qui la risposta passa dalla collaborazione intelligente. Molfetta va inserita in un quadro più ampio che abbracci un bacino largo. Mettiamo da Giovinazzo, fino a Barletta. Molfetta, cioè, ha bisogno di uno “SLOT” (sistema locale di offerta territoriale). Ma andiamo per ordine.

Cosa sarà più interessante per quel turista francese, cosa lo spingerà a venire a Molfetta: il Pulo di Molfetta, oppure un pacchetto completo, un percorso strutturato, che includa il Pulo, il Museo archeologico, le orme dei dinosauri nell’agro e poi il Museo Jatta di Ruvo e i Dolmen di Bisceglie? Ecco, la risposta è evidente. Ma per costruire un percorso di questo genere non bastano le guide turistiche improvvisate con un corso qualsiasi. Servono competenze, studi, ricerche, collaborazioni con le Università. Insomma, serve che Molfetta esca dal provincialismo di cui si nutre.

È possibile? Sì, è possibile.

Vorrei concludere con due riflessioni. La prima è che cultura non è uno strumento nelle mani della politica per comprare il consenso, accattivarsi gli operatori, tenere buono il popolo. La cultura è uno strumento per discernere. Leggere il mondo, valutarlo, rappresentarlo e, semmai, disegnarne un destino diverso. In ultima istanza la cultura è uno strumento di costruzione di identità collettiva, sia in riferimento alle arti, sia in riferimento ai siti di valore culturale e ancora di più rispetto alle esperienze condivise dalla comunità. Vale la pena investire su questo patrimonio inestimabile di menti, competenze, ricchezze e storia.

La seconda è che vale la pena fare in modo che nelle proposte artistiche e culturali promosse dalla città vi sia sempre un’attenzione ai talenti e alle competenze emergenti. Cercare nuovi interpreti, nuovi protagonisti, selezionarli e aiutarli nel complicato salto dall’amatoriale al professionismo. Magari accanto ad artisti affermati, in apertura di un concerto, nell’anticamera di una mostra, nel cartellone di un programma culturale. Spingere i talenti che abbiamo partorito,  quindi, nelle tratte più sfidanti e ambiziose. Non rinchiuderli nell’asfissia delle sagre di paese.

E ancora una volta mi chiedo: è possibile? Sì, è possibile”.

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