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Conticello, da vittima del racket a testimone di legalità. Un esempio per i commercianti
31 marzo 2010

Da vittima del racket a testimone di legalità. E’ la storia di Vincenzo Conticello, 50 anni, ristoratore, titolare dell’Antica Focacceria «San Francesco» a Palermo. Cinque anni fa si rifiutò di pagare il pizzo, denunciò il racket. E in tribunale riconobbe il suo estortore. Da allora vive sotto scorta, ma è un cittadino libero. E soprattutto è un padre che può guardare negli occhi sua figlia, senza vergogna. Dopo la denuncia per Conticello è venuto il tempo dell’impegno civile, e spesso accetta di incontrare i ragazzi delle scuole, convinto alla legalità ci si educa da piccoli. Lo abbiamo intervistato in occasione della XV giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie.

Dove si trova il coraggio di sottrarsi alle pressioni del racket?
«Il coraggio nasce dalla paura. Quando ebbi il contatto diretto con la mafia, capii che denunciare era l’unico modo per salvarsi.»
Lei è la quinta generazione di una famiglia di ristoratori. Come mai la mafia si interessò solo pochi anni fa alla vostra attività?
«Intanto perché la “San Francesco” risale al 1834, quando la mafia esisteva, ma non si interessava di estorsione. In secondo luogo, perché l’attività era a gestione matriarcale. Mia nonna Ermelinda, con i suoi modi burberi, seppe respingere ogni approccio mafioso. Nel 1994, prima di morire all’età di 98 anni, raccomandò a me e mio fratello:-Non pagate mai. O sarete schiavi per sempre.»
Lei ritiene che le donne abbiano un ruolo determinante nella lotta alla mafia?
«Donne e mafia è un binomio su cui riflettere. Ci sono madri che hanno incarnato la sacralità della mafia, e molte altre che hanno lottano contro di essa, pagando spesso un prezzo altissimo».
La Sua scelta di denunciare è stata il frutto dell’educazione ricevuta?
«Sì, ma non solo. Io ho avuto al mio fianco i palermitani. Vennero in tanti al processo e la loro presenza silenziosa in tribunale fu l’abbraccio che mi dette speranza oltre che coraggio».
Lei crede che le mafie possano essere sconfitte?
«Io penso che molti italiani vogliano il cambiamento, ma manca una classe politica che abbia un progetto sano da mettere a disposizione della gente. Nessuno è disposto a impegnarsi, se non vede davanti a sé il nuovo.»
Cosa pensa delle tante inchieste di corruzione che coinvolgono politici di spicco?
«Tangente e pizzo sono la stessa cosa, e i mafiosi sono indistintamente a destra e a sinistra.»
Quale messaggio sente di dover portare ai giovani?
«Credo sia importante educare alla legalità i cittadini di domani, per questo vado in giro per l’Italia a ripetere che il mafioso non è solo Riina e Provenzano. La mafia è in tutti i livelli della società e a tutte le latitudini. Occorre imparare a riconoscerla.»
E come si fa?
«C’è mafia tutte le volte che il diritto viene sostituito dal favore».
 
 
Autore: Rosaria Malcangi
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