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Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice
15 gennaio 2021

Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”, questo chiedeva, già consapevole dell’amara risposta, il ‘passeggere’ leopardiano a un venditore di almanacchi, al termine di un’interrogazione che finiva col riaffermare il principio che il piacere è in ciò che ci figuriamo, piuttosto che nella realtà. È, purtroppo, quest’ultima ben diversa. Così, a conclusione di questo difficile 2020, sembra che basti volgere un giorno nel calendario perché tutto cambi, quando, in sostanza, molto è rimasto immutato. Sì, è cominciata la campagna vaccinale e questa sarebbe una splendida notizia – e di fatto lo è – se in qualche modo non venisse attenuata da una serie di condizioni avverse. In primo luogo, la follia imperante nel nostro Paese e altrove. L’inconsapevolezza, la rabbia mal canalizzata, la totale mancanza non di istruzione, ma di cultura – ch’è concetto ben diverso, nell’epoca in cui anche il manzoniano “barbiero di Bellano” si scopre insigne pedagogista –, producono esiti devastanti. Uno di questi è la ripresa, documentata dal Telegraph, della fantomatica teoria della pandemia come complotto ebraico “per conquistare il mondo”, ennesima bufala attestata in “forum antivaxxer” e che, inutile dirlo, incontra consensi, dalla scorsa primavera, anche in Italia. Il pensiero non può non correre a quanto scriveva Umberto Eco nelle sue Sei passeggiate nei boschi narrativi, quando analizzava “il meccanismo che permette l’irruzione della finzione nella vita, (…) talora trasformando la vita non in un sogno ma in un incubo”. Lo scrittore si riferiva al famigerato Protocollo dei Savi Anziani di Sion diffuso dal 1903 circa, apparente resoconto delle sedute di un governo ebraico interessato a dominare il mondo. Nonostante esso fosse un falso che metteva insieme fonti satiriche e persino romanzesche, fu strumentalizzato da nazismo e fascismo e, ancora oggi, nonostante sia acclaratamente frutto di falsificazione, ogni tanto qualche ‘beninformato’ non omette di richiamarlo in campo. Forse a tanto acume bisognerebbe far notare che la popolazione ebraica al mondo sì e no costituirà qualcosa più del 2% sul totale (tali erano i dati nel 2015) e questa situazione è il frutto di secoli di antisemitismo, di cui, dopo la tragedia della Shoah, si sperava si fossero minate le basi. E invece no… C’è ancora gente che favoleggia di inesistenti complotti giudaici. Noi parleremmo semmai di un complotto globale ordito dalla dea Idiozia per fare proseliti, con i social media a fungere da perfetto terreno di coltura. A secoli di distanza dalla peste di manzoniana memoria – la storia si ripete in maniera tristemente ciclica, senza che si impari alcunché dagli errori del passato –, si cercano ancora untori. Gli italiani li hanno più che altro identificati nei migranti. Basta fare una chiacchierata, così, informale, con un negazionista, perché, a fronte delle tue preoccupazioni – per lui o lei infondate – sul virus, lei, o lui, salti fuori con la parola magica ‘Lampedusa’, ritenendo così di poterti zittire. Come se gli italiani non viaggiassero, non contraessero il virus, non lo diffondessero allegramente, nel mancato rispetto di qualunque forma di prevenzione, tra parenti e conoscenti. La verità – secondo lui, o lei – è però che quegli italiani in quanto tali abbiano il diritto, acquisito per ius sanguinis, di vivere nel Bel Paese e tale diritto sia da considerarsi esteso anche alla diffusione di qualunque batterio o virus colpisca la rispettabile persona psico-fisica dell’individuo in questione. È tutto molto rispettabile, nello Stivale. È rispettabile salire su un aereo, in qualunque parte del mondo ci si trovi, per andare a rendere grazie a Dio dell’ottima parmigiana di mammà. È assolutamente rispettabile il fatto che si ripeta, come una sacra litania, che se non si muore di Covid, si muore per le restrizioni che uccidono l’economia. Può essere, ma quando una minaccia incombe, bisogna pensare in primo luogo a rimuoverla e solo in seconda istanza agli ‘effetti collaterali’. Per la serie che quando 75 332 (queste le stime al 3 gennaio) persone in un anno hanno perso la vita per il Covid, dire che sarebbero potute morire per gli effetti delle restrizioni economiche resta, a fronte del dato della loro dipartita, ciò che è: l’apodosi di un periodo ipotetico dell’irrealtà. C’è un “Se non fossero morte per Covid” di troppo. Scrivere poi – come si è fatto sui social network molfettesi accogliendo, con il gelo assoluto la notizia della perdita di vite umane – che i giornali debbono precisare che le persone in questione soffrivano di altre patologie (e non sempre è vero), è l’ennesima scioccante manifestazione di un’isteria collettiva che fa pendant con la generale anestesia del cuore di tanti ‘fratelli d’Italia’. Intanto, mentre le vaccinazioni procedono lentamente, ovviamente nei rispettabilissimi limiti di ciò ch’è possibile in questo momento, ciò che non rallenta mai è la chiacchiera vacua alimentata da virologi, politici, membri del Comitato scientifico, per non parlare del quisque de populo che si atteggia a influencer. E si badi che la “chiacchiera vacua” non è figlia del sapere umanistico tanto vituperato in Italia: il linguaggio dell’italianistica, per esempio, o punta alla proprietas verborum o alla plurivocità tipica della poesia. È il linguaggio equivoco, trito, logoro, abusato, quello che impera. Un esempio: ogni giorno qualcuno si sveglia a discettare se questa o quella categoria di dipendente pubblico debba essere soggetto all’obbligo vaccinale. Tale discussione sarebbe anche cosa buona e giusta se, in molti casi, non si trattasse di gente – il più delle volte assolutamente desiderosa di vaccinarsi – che, nella migliore delle ipotesi, approderà al tanto sospirato momento del suo vax day a giugno o a luglio, qualora sia riuscita, nel frattempo, a non morire non per le tanto vituperate restrizioni economiche, ma per gli effetti del Covid 19. Perché, dal momento che l’epidemia non si lascia incantare, al pari dell’ormai leggendario Annibale, dall’italica chiacchiera, il timore è che si debba continuare a dire, insieme a Tito Livio: “Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur”. © Riproduzione riservata

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