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Chi ha tempo doni tempo l’esperienza dei volontari Avis
15 novembre 2018

Tutto appartiene ad altri, solo il tempo è cosa nostra, così recita Seneca nelle Epistulae ad Lucilium, per ricordarci quello che è l’inestimabile valore del tempo. Quello che i volontari Avis e tutti i donatori di sangue si prodigano, con un semplice gesto, a regalare a chi potrebbe avere i giorni contati. Volontariato è una parola che molti hanno nel cuore, ma che si manifesta in forme differenti: cos’è per un lei che fai parte dell’Avis? Cosimo Gadaleta, presidente Avis: «Innanzitutto il volontariato è una grande famiglia: quella dell’Avis, che conta in Italia più di un milione di soci e che non si palesa. Il gesto di donare sangue è anonimo, lo si fa e basta, senza sapere chi riceverà il nostro sangue». Tania Magarelli, volontaria Avis: «Per me il volontariato è il miglior modo per impiegare il mio tempo libero e per staccare dalla routine familiare. Quando dono il sangue mi sento utile, faccio del bene affinché non ci sia carenza di sangue. Il mio impegno maggiore è rivolto alla sensibilizzazione nelle scuole sul tema». Andrea Scardigno, volontario Avis: «Il volontariato è per me una missione. Io dono sangue per donare parte del mio tempo a chi potrebbe non averne più ma lo faccio anche per donare, in maniera simbolica, una parte di me a chi soffre». Come ci si sente ad essere donatori di sangue? Qual è la gratificazione più grande che ne deriva? C: «Essere donatori di sangue non equivale ad essere dei supereroi, ma è un bisogno che si avverte nel proprio io. La gratificazione più grande? La consapevolezza che il proprio gesto abbia contribuito a salvare vite umane». T: «Quando dono mi sento felice, per me è il modo migliore per iniziare una giornata. La gratificazione più grande è incontrare qualcuno che ha iniziato a donare sangue grazie a me e mi è riconoscente per averlo aiutato a scoprire una particolare sfera del volontariato.» A: «Donare il sangue mi riempie il cuore di gioia, oltre a darmi la certezza di aver donato un bene inestimabile che non è riproducibile in maniera artificiale». Cosa le dà la forza a continuare questo percorso nonostante le numerose difficoltà nel trovare donatori, specie tra i più giovani? C: «Chi fa volontariato attivo sente quella spinta a dare qualcosa per il prossimo, che è un essere umano come lui. Per quanto riguarda la difficoltà a trovare giovani volontari la legislazione ci è venuta incontro con l’introduzione del servizio civile. Il problema è invogliare i giovani, una volta terminatolo, a proseguire l’esperienza nel campo del volontariato; noi ce la mettiamo tutta per far avvicinare giovani leve all’Avis, attraverso interventi di sensibilizzazione nelle scuole o nei luoghi di maggiore affluenza per i ragazzi, come le parrocchie e gli scout». T: «Io ho iniziato ad andare nelle scuole con il prof. Nicola Campo, cui la sede è intitolata. Quando mio fratello è stato male, il prof. Campo ha portato intere scolaresche a donare e quando era in fin di vita mi disse: “Ti lascio questa eredità”. Io sto eseguendo il suo volere portando avanti l’Avis, è questo che mi gratifica e mi dà la forza per andare avanti, perché significa ringraziarlo per tutto ciò che ha fatto per la mia famiglia». A: «Sono diversi gli elementi che mi spingono a fare volontariato: gli insegnamenti di Nicola Campo, il pioniere di questa sede che ha portato l’Avis nelle scuole e i saluti di fine anno di Oronzo de Candia, socio fondatore dell’Avis che, nonostante l’età e i suoi problemi di salute, ogni anno rinnova il suo impegno nei confronti dell’associazione. Quando ci guarda con i suoi occhioni dolci ci ripete sempre “L’Avis è un tesoro, proteggetelo”. Terzo fattore, ultimo ma non meno importante, anzi più strano, la portiera della mia auto. Circa un anno fa, durante il mio tour di sensibilizzazione nelle scuole, avevo parcheggiato nel cortile di un istituto e, terminato l’incontro, ho trovato la portiera della mia auto forzata: qualcuno aveva provato a rubarla. In quel momento mi sentii deluso e amareggiato, pensai di aver ricevuto oltre al danno anche la beffa, ho avuto davvero voglia di gettare tutto all’aria. Ma poi ho cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno e ho pensato che come la portiera della mia auto ha resistito ai ladri, che hanno tentato un furto ma non ce l’hanno fatta, così anche io posso resistere alle numerose difficoltà che tentano di rubarmi la passione per il volontariato». Ha esperienze da raccontare che invoglino i giovani ad interessarsi a questa sfera del volontariato? C: «Io mi sono avvicinato all’Avis per tradizione: in famiglia molti sono stati donatori di sangue. Il volontariato ha suscitato in me curiosità e ha fatto scattare quella scintilla che mi ha portato a capire come un semplice gesto sia un atto d’amore verso chi soffre, tenendo presente che il dolore non riguarda mai solo gli altri, ma anche noi stessi. Mi piace associare quest’idea a don Tonino Bello, e in particolare all’ala di riserva che ognuno di noi rappresenta per il prossimo. Conservo un documento, risalente alla visita pastorale del 1991 a San Bernardino, in cui è riportata la lettera scritta da don Tonino a noi soci Avis: don Tonino è stato un donatore avisino che esaltava il gesto della donazione come offertorio e consacrazione per essere in comunione con Dio e con il prossimo». T: «Penso non ci sia niente di più toccante della storia di mio fratello, che ogni volta faccio fatica a raccontare, rendendomi però conto che è necessario parlarne e far capire ai giovani che il dolore non è lontano, ma riguarda persone a noi care. La prima volta che ho donato avevo 16 anni, ero spaventata, ma la paura è stata superata dall’amore verso mio fratello, cui sono riuscita a regalare quattro anni di vita e, dopo una seconda donazione, altri quattro, nel corso dei quali ha raggiunto il traguardo della laurea e altri piccoli obiettivi personali». A: «Io voglio precisare che l’Avis non è solo donazione, ma anche amicizia, aggregazione. A livello nazionale la nostra associazione organizza laboratori, brain storming, forum giovani, cui sia io sia Tania abbiamo partecipato. Ricordo con il sorriso il contest di video “E tu, che donatore sei?” nel quale abbiamo raggiunto il terzo posto con un filmato realizzato quasi per gioco. Proprio dal gioco si passa alla serietà, perché donando sangue alcune persone hanno scoperto di avere patologie che hanno potuto curare in tempo». Come ha superato l’iniziale paura di effettuare una donazione? C: «Personalmente non ho timore di sangue e aghi. La mia vera paura non sta nella donazione, ma nell’impossibilità di trovare sangue nei casi di emergenza». T: «Io non ho avuto paura perché ho passato di peggio, ma ogni volta nel dubbio non guardo l’ago e consiglio agli altri di fare lo stesso». A: «Dopo trenta donazioni non ho ancora superato la paura dell’ago. Ho iniziato a donare grazie a Tania, per darle prova che la cosa non mi spaventasse affatto; ma la prima volta, nonostante fosse agosto, iniziai a sentire freddo e il dottore mi rassicurò, spiegandomi che era semplicemente terrore. Io ci rido su, ma quello che mi dico ogni volta che dono è che la paura provata è molto lieve e non potrà mai essere equiparata al bene che sto facendo». La scintilla che il volontariato Avis ha fatto scattare al presidente Gadaleta, la commovente storia familiare di Tania, la portella dell’auto di Andrea sono tre storie che esemplificano la frase “Chi ha tempo doni tempo” e chi può anche sangue. © Riproduzione riservata

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