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Che malcostume copiare il lavoro degli altri senza citarne la fonte
15 giugno 2004

Egregio Dr. de Sanctis, leggo il periodico “Quindici Giorni” da Lei ottimamente diretto, soffermandomi (confesso) non tanto sulla politica pura, quanto sulla cultura e le questioni di vita cittadina. In modo particolare sono affascinata dalle magnifiche questioni linguistiche dialettali del prof. Marco I. de Santis illustre saggista. Dalle note storiche del prof. Ignazio Pansini anche lui dotto studioso apprezzo le recensioni, i commenti sulle attività teatrali, sulle scuole… insomma tutto quanto Molfetta sa fare e pensare. Mi piace leggere anche le lettere che i cittadini indirizzano al Giornale per esprimere le loro opinioni su fatti (o misfatti, ahimè! ), persone cose trascorse e attuali. Sull'ultimo numero (15 maggio) ho provato grande emozione nel notare in una “lettera firmata” un ricordo e lusinghiero apprezzamento su mio padre Gerardo, che a Molfetta (la sua amatissima Molfetta) dedicò parecchi libri. A dire il vero il “chiamato in causa” nella suddetta era il prof. Cosmo Tridente, il quale ha adeguatamente risposto per quanto gli competeva. Anche lui ha espresso una favorevole opinione su mio padre e perciò ringrazio vivamente entrambi gli interlocutori. Desidero tuttavia precisare, perché mi passano per le mani (come si usa dire), alcune cose. E' vero che i testi paterni sono stati scritti qualche decennio addietro (tuttora richiestissimi, però) ma è anche vero che tutte, dico tutte le ricerche e i libri apparsi in questi recenti anni, hanno da lui e dalle sue intuizioni preso l'avvio. Mi riferisco, tanto per fare un esempio, ai bei volumi “Ricordi ritrovati” di Isabella Cirilli e Antonia Spadavecchia ( Fidapa 2000), “Novecento” della Scuola Media Pascoli con l'apporto dell'Assessorato Pubblica Istruzione della Regione Puglia (Crsec Ba/6. Molfetta-Giovinazzo, Maggio 2002). Gli autori hanno attinto a tante fonti: gli alunni, i quali hanno contribuito notevolmente e variamente a sviscerare quelle piccole cose del tempo che fu, cui nessuno aveva mai dato il benché minimo credito. Ora è tutto un fiorire di studi, vecchie foto, vecchi oggetti… e quant'altro! Questo è bellissimo e ci fa onore per un recupero delle origini, per umili che siano. Non posso tacere che in parecchi articoli mi è occorso di trovare usate le stesse parole di mio padre. Pensi alle cartoline emesse con annullo filatelico nell'anno 2002: frasi tratte dal libro “Dalle Ceneri alla Settimana Santa” per ricordare appunto la nostra Quaresima, senza che fosse indicato l'autore, cioè mio padre. Glielo posso assicurare, poiché ben conosco il suo linguaggio. Ritengo che si debba avere la correttezza almeno di cambiare qualcosa (così come i bravi docenti di liceo raccomandavano a noi studenti di elaborare “con parole nostre”) o… citare la fonte. Ma tant'è! Concludo, a proposito di “ricerche di ambito universitario” cui il prof. Tridente accenna, che mio padre ha puntualmente e puntigliosamente verificato la notizia laddove opportuno, ma che la vera “biblioteca” per lui era Molfetta, custodita nella sua ferrea memoria e i suoi “libri” erano i molfettesi, con le loro tradizioni, la loro semplicità, sapida ironia, ricca umanità, affabile cordialità, nonché i loro arcinoti difetti. Come tutti gli uomini. E lui ne era innamorato lo stesso. Per la cronaca, infine, specifico che il proverbio sulla “tregghie de settìembre” per lui recitava così: La tregghie de settìembre, u nuzze de tutte tìembe” (anche se si pesca in tutti i periodi dell'anno, la triglia più buona è quella di settembre). Grazie per l'ospitalità, sig. direttore, e auguri di ottimo sereno lavoro per la città. Isabella de Marco Gentile Sig.ra de Marco, non mi parli di brani copiati, senza citazione, perché anche noi di “Quindici” siamo vittime di questo malcostume: ci copiano anche le idee, facendole passare per originali. A me poi è capitato di subire addirittura veri e propri saccheggi di articoli, copiati senza che ne fosse riportato l'autore e la fonte. Ma questo attiene al costume, all'educazione e alla cultura. E spesso anche all'ignoranza: e ve n'è tanta in giro, con l'aggiunta della presunzione. Basti pensare a chi – e mi fermo solo alla mia professione di giornalista, per la quale posso parlare a ragion veduta e con cognizione di causa, dopo oltre 30 anni di mestiere fatto realmente da professionista in quotidiani ed emittenti televisive, e non come “amatore” – non conosce il significato di termini tecnici come “esclusiva”, “inchiesta”, “intervista” e non sa nemmeno come si fa un giornale, ma “pontifica” ugualmente, cadendo anche nel ridicolo. Ma all'ignoranza c'è rimedio (basta studiare e informarsi), all'imbecillità, no. E le due cose insieme sono una miscela esplosiva, glielo assicuro. Concordo, perciò, con le sue osservazioni e mi auguro che le cose in futuro possano cambiare. Cordialità
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