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Camillo Pedata eclettico sacerdote e uomo di scienza
15 marzo 2009

Nell'ormai lontano anno 1988 fu organizzata qui a Molfetta, presso l'istituto “Apicella”, una mostra documentaria su Gaetano Salvemini, che io visitai. Tra le tante foto d'epoca esposte, una mi colpì in modo particolare. Essa raffigurava tutto il corpo docente e i numerosi allievi del Seminario Vescovile di Molfetta. Mentre mi soffermavo incuriosito ad osservare questa foto, il mio sguardo fu subito attratto da un personaggio seduto in prima fila. Egli portava degli occhiali piccoli, tondi e spessi, come si usava a quei tempi, e aveva il copricapo tipico degli ecclesiastici dell'epoca. Quel volto mi era straordinariamente familiare, e mi chiedevo dove e come avessi potuto conoscere quel sacerdote, dato che io non ero vissuto all'epoca di quella foto. Pensai e ripensai a lungo scavando nella memoria, finché una lampadina si accese nella mia mente: ma sì, quello era il personaggio dipinto nel quadro che fin da bambino mi ero abituato a vedere appeso nel salottino della casa paterna di mia madre. Certo nella foto in bianco e nero era un po' diverso da quello che il Romano, un artista molfettese dell'Ottocento, aveva idealizzato nella sua tela. Nel dipinto Don Camillo era infatti raffigurato senza gli occhiali, e aveva l'aspetto severo e assorto del pensatore piuttosto che quello bonario e mite del professore della foto. Ma nonostante le differenze si trattava inconfondibilmente della stessa persona: quell'uomo era Camillo Pedata (1839-1905), un mio antenato, il fratello della mia bisnonna. Ma chi era Camillo Pedata? Il suo nome per la maggior parte dei molfettesi suona sconosciuto, eppure fu lui il successore del De Iudicibus alla guida delle scuole del Seminario Vescovile. Ma mentre del De Iudicibus tutti hanno sentito parlare, il nome di Camillo Pedata suona sconosciuto ai più, o magari ricorda le comiche vicende cinematografiche di Don Camillo e Peppone. Ma continuando a riflettere dinnanzi a quella foto, mi tornò alla mente anche un lontano episodio della mia vita di studente del Liceo di Molfetta. Allora il mio professore di storia era il preside Giovanni de Gennaro, del quale apprezzavo il modo di spiegare la storia, anche se era esigente e faceva lavorare molto noi allievi. Il de Gennaro un giorno ci illustrò la famosa opera dello storico illuminista Pietro Giannone, “Istoria del Regno di Napoli”. A quel punto io gli riferii che avevo in casa un'antica edizione di quell'opera e lui mi pregò di portargliela perché desiderava vederla. Così il giorno dopo portai a scuola alcuni volumi di un'edizione ottocentesca del Giannone. Lui mi chiese come ne fossi venuto in possesso e io gli risposi che l'avevo ereditata da un mio prozio sacerdote, Tommaso Maglione. Nel sentire il nome di quel sacerdote il volto di de Gennaro s'illuminò, poiché evidentemente don Tommaso era stato un prete dalle idee moderne, indubbiamente un progressista. Allora il professore, contento e sorridente, parlò alla classe della vita di Tommaso Maglione, che, tra l'altro, aveva studiato a Roma e Firenze, dove era stato in contatto con Gaetano Salvemini, poi aveva fondato varie cooperative in Puglia, era stato un attivo sindacalista, tra i promotori del partito popolare, il primo direttore della Banca Cattolica ecc. Io fui felice di ascoltarlo e rimasi a bocca aperta nel constatare che de Gennaro era a conoscenza di fatti della vita di un mio familiare che io stesso in gran parte ignoravo. Quando egli finì di parlare, mi venne spontaneo dirgli che quell'opera del Giannone in realtà don Tommaso l'aveva a sua volta ereditata da un suo zio: Camillo Pedata, già preside e rettore del Seminario Vescovile. A quel punto mi aspettavo che il De Gennaro mi parlasse anche del Pedata, invece rimase muto e pensoso, rigirando nervosamente tra le mani il volume del Giannone. Notai sul suo volto un'espressione di stupore e perplessità che in quel momento non seppi spiegarmi e pensai che forse era in imbarazzo perché non sapeva nulla del Pedata. Solo dopo molti anni, leggendo uno scritto dello stesso Giovanni de Gennaro sui preti-professori di Molfetta, ho capito il perché di quell'espressione. Forse de Gennaro si stava chiedendo in quel momento cosa ci facesse l'opera di uno storico illuminista, progressista e laico, se non proprio anticlericale, quale era stato il Giannone, nella biblioteca di Camillo Pedata, che egli nel suo scritto dipinge sommariamente come un teologo, restauratore della disciplina ecclesiastica, il quale avrebbe impresso al Seminario una svolta clericale, al contrario del suo predecessore, il De Iudicibus, che invece si era sforzato di mantenere il delicato equilibrio tra scuola laica e confessionale. Certamente il Pedata non poteva essere un cultore del Giannone, e allora perché aveva quest'opera nella sua biblioteca? Evidentemente il prof. De Gennaro si era reso conto che qualcosa non quadrava, e in quel momento si stava forse chiedendo se le sue fonti storiche riguardanti il Pedata erano corrette ed obiettive, o magari erano state influenzate dal giudizio non del tutto obiettivo di terzi. Talune affermazioni del De Gennaro non trovano infatti riscontro in alcune note biografiche che sono a me pervenute in documenti conservati in famiglia. Innanzitutto non è veritiera l'affermazione che il Pedata sia stato soltanto un “teologo”. Certamente il Pedata è stato “anche” un teologo, perché in quanto ecclesiastico era dotto in questa materia. Ma principalmente il Pedata fu un uomo di scienza, cioè un matematico e cultore delle scienze naturali. Dopo le ispezioni ministeriali il Pedata, che come a quei tempi si usava negli ambienti ecclesiastici, non aveva conseguito una laurea al termine degli studi compiuti in Napoli, dovette conseguire un'abilitazione per titoli all'insegnamento della matematica, al fine di regolarizzare la sua posizione nell'insegnamento. Ma egli non fu solo uomo dalla cultura scientifica e teologica. Ebbe anche un'ottima conoscenza delle lingue antiche e delle materie umanistiche in generale. Aveva quindi una cultura enciclopedica, frequente in quei tempi in cui non vi era forse ancora una delimitazione netta tra materie umanistico-filosofiche e materie scientifiche. Ma procediamo con ordine. Camillo Pedata nacque in Napoli il 9 ottobre del 1839. Ancora in tenera età la sua famiglia si trasferì per ragioni di commercio a Molfetta, dove egli compì i suoi studi nel Seminario Vescovile. Nel 1863 fu ordinato sacerdote e subito dopo partì per Napoli, ove rimase fino al 1868 per completare i suoi studi. Ritornato a Molfetta, dopo aver insegnato per circa un anno nella scuola privata del sac. Giovanni Panunzio, si dedicò all'insegnamento privato, e ben presto acquisì notorietà tra la gioventù studiosa. Nel 1874, dopo la morte del rettore del Seminario, Sergio De Iudicibus, l'arcivescovo Rossini lo volle alla presidenza delle scuole del Seminario. Con la sua cultura enciclopedica, che spaziava dalla letteratura (il Pedata fu critico- esteta della scuola del De Sanctis) alle scienze naturali, dalle lingue classiche fino alla matematica, egli conservò ed accrebbe il prestigio delle scuole superiori del Seminario, che a quel tempo erano il principale luogo di formazione della gioventù studiosa molfettese. La bontà e l'alto livello dell'insegnamento raggiunto in quelle scuole vennero confermati anche dalle ispezioni ministeriali disposte dal governo piemontese. Nella commemorazione funebre del Pedata, letta da un suo allievo nel settembre 1905 nella chiesa di S. Domenico, leggiamo: “... tutti che da 40 anni vantano di aver ricevuto educazione ed istruzione in questa nostra città, tutti lo ricordano maestro. Egli più che altro ci fu padre, per cui lo si vedeva sempre sollecito al bene dei giovani, affidati alle sue cure; egli era lo scudo dei suoi discepoli presso il Vescovo, al quale giammai riportò qualche nostra discolezza...”. Purtroppo il Pedata, persona dedita allo studio e uomo dall'animo mite e sensibile, si trovò a vivere in tempi non facili. Egli non fu certo un conservatore, però, essendo ligio alle direttive dei suoi superiori, dovette farsi carico del ritorno alla discipli-na ecclesiastica nell'insegnamento. Secondo questa concezione le scuole del Seminario dovevano avere la funzione precipua di provvedere alla formazione dei futuri sacerdoti, e solo secondariamente potevano provvedere anche alle esigenze formative dei giovani esterni. Questo indirizzo che, si ripete, non fu certamente voluto dal Pedata ma fu una conseguenza di quel particolare periodo storico, lo condusse ad opporsi ai tentativi di ingerenze esterne da parte delle autorità civili laiche e repubblicane, ma a volte anche apertamente anticlericali, le quali, forti del sostegno finanziario accordato dal Comune alle scuole del Seminario, pretendevano di imporne l'indirizzo. Il Pedata, nella sua qualità di vicario dell'arcivescovo anziano ed ammalato, si trovò esposto in prima persona in questo conflitto, tanto che ne risentì anche la sua salute. In realtà quello dell'apertura delle scuole del Seminario alla cultura laica era un falso problema, creatosi perché all'epoca si pretendeva che le scuole ecclesiastiche dovessero avere la stessa funzione delle scuole pubbliche che lo Stato o il Comune non erano ancora in grado di istituire e gestire. Se il De Iudicibus era riuscito a barcamenarsi e a mantenere un certo equilibrio che consentisse alle scuole del Seminario di provvedere egregiamente alle esigenze scolastiche della città e nel contempo alla formazione dei futuri sacerdoti, al Pedata ciò non fu sempre possibile. Certamente il Pedata non intendeva imporre una svolta rispetto all'indirizzo laico e progressista del De Iudicibus, del quale era stato allievo ed era fervente ammiratore (come si evince leggendo il discorso per l'inaugurazione dell'anno scolastico 1899/1900, ed. De Bari 1899), per cui ambiva innanzitutto esserne il continuatore. I tempi però erano cambiati e il Pedata non poteva non tenerne conto. Dopo la caduta dello Stato della Chiesa e del Regno delle due Sicilie i rapporti tra autorità ecclesiastiche e autorità civili erano diventati pessimi. L'arcivescovo Rossini era notoriamente devoto ai Borboni ed era stato allontanato da Matera perché ritenuto uno dei fomentatori di una sanguinosa rivolta filoborbonica. Nel contempo nella società emergevano nuove esigenze, tra cui quella di dare un'istruzione anche alle donne, che in precedenza ne erano escluse. Questo problema ai tempi del De Iudicibus non si era ancora posto. Il Pedata non intendeva certamente arrestare il progresso o negare l'istruzione alle donne, ma era preoccupato del fatto che la presenza femminile potesse distogliere i seminaristi, anche perché, essendo le iscrizioni di allieve in numero molto ridotto, non era ancora possibile formare classi separate per loro. Questi problemi e queste contraddizioni vennero risolti solo parecchi anni dopo, con l'istituzione del nuovo liceo ginnasio, prima comunale e poi regio, ma causarono parecchi dispiaceri al Pedata. Per il suo carattere schivo, leale e certamente non opportunista, interessato soltanto al bene della gioventù studiosa e non all'affermazione personale, il Pedata divenne quindi il bersaglio di coloro che, magari pur portando la tonaca sacerdotale, intendevano dare a tutti i costi un indirizzo laico alle scuole del Seminario, spesso camuffando dietro questa apparentemente nobile finalità le proprie ambizioni personali. Sullo sfondo del conflitto tra autorità civili e religiose si delineò infatti uno scontro di natura personale tra Camillo Pedata e Giovanni Panunzio. Quest'ultimo insegnava nel Seminario e la scelta del Pedata quale preside, più giovane di lui e per giunta suo ex dipendente, dovette sembrargli umiliante, forse ritenendo egli di essere il più idoneo erede del De Iudicibus. Pertanto, negli anni successivi, il Panunzio condusse un serrato conflitto contro il Pedata il quale, nonostante la sua mitezza d'animo, ritenne di dover difendere i suoi diritti e le sue prerogative. Conoscendo la personalità del Pedata e quella, prorompente e vulcanica, del Panunzio, non credo sia corretta l'affermazione di alcuni storici locali, secondo i quali il Pedata sarebbe stato addirittura un persecutore del Panunzio. Questa affermazione è certamente dettata dall'ammirazione incondizionata per la personalità del Panunzio, il quale ebbe pure degli indiscutibili meriti. Ma il conflitto tra i due fu in realtà generato dal fatto che il Panunzio intendeva prendere il posto del Pedata, e infine vi riuscì, grazie all'appoggio dell'amministrazione comunale repubblicana, che nel 1887 stipulò una convenzione con l'arcivescovo assumendosi tutti gli oneri di funzionamento delle scuole del Seminario. Al Pedata vennero allora affidate le cure del Seminario e del nuovo Collegio interno fatto istituire dall'Arcivescovo Rossini. Ed anche in questi compiti egli si rivelò all'altezza della situazione. Oltre ad occuparsi del Collegio, grazie alle sue continue economie costruì il braccio di ponente, rinforzò e ampliò la biblioteca e il refettorio, restaurò la sala del ricevimento e fece sorgere la nuova cappella. Il Pedata tornò poi nuovamente alla presidenza delle scuole del Seminario, richiamato a questo incarico dal vescovo, mons. Picone, nel 1897 quando, in seguito all'inasprirsi dei rapporti tra l'amministrazione comunale repubblicana e la curia vescovile, si giunse alla definitiva separazione tra Seminario e Liceo Municipale. In tale incarico non rimase però a lungo, poiché la morte lo colse dopo pochi anni, nel 1905, e con essa iniziò la decadenza delle scuole del Seminario Vescovile, causata dalla carenza di docenti e dal progressivo trasferimento nel nuovo Liceo Regio del centro della vita culturale della città, mentre il centro della cultura religiosa si trasferiva successivamente nel nuovo Seminario Regionale. Fu insignito della croce “pro ecclesia et pontifice” da Papa Leone XIII nel 1888 e morì nella dignità di Primicerio nel maggio del 1905. Fu sepolto nella cappella dei sacerdoti nel cimitero vecchio di Molfetta, ma la tomba non è visibile in quanto trovasi nel piano interrato, che è stato murato. La ricca biblioteca di CamilloPedata, comprendente molti volumi antichi, fu donata nel 1955 al Seminario Regionale, che ricorda la donazione sotto il nome di Tommaso Maglione, nipote del Pedata. Altri volumi antichi appartenuti al Pedata furono donati nel 1965 alla biblioteca del Seminario Vescovile e consegnati nelle mani dell'allora bibliotecario. Tali volumi però non furono inventariati.
Autore: Corrado Salvemini
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