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Barbara Schiavulli: giornalisti di guerra un mestiere a rischio La testimonianza di una cronista free lance sui fronti caldi del mondo
15 gennaio 2006

Abbiamo incontrato Barbara Schiavulli, giovane e determinata giornalista free lance, specializzata in reportage di guerra, conoscitrice del Medio Oriente, a Molfetta per presentare il suo libro, “Le farfalle non muoiono in cielo”, edizioni la meridiana, in un incontro presso il Liceo Classico, durante il quale ha parlato della sua esperienza sui fronti caldi del mondo e dell'Iraq in particolare, dove ha lavorato fianco a fianco con Giuliana Sgrena del “Manifesto”, protagonista di un drammatico sequestro: la sua liberazione costò la vita all'agente del Sismi Nicola Calipari, che aveva fatto da mediatore. Quanto è rispondente alla realtà quello che sui giornali viene raccontato delle zone calde del pianeta? “Vorrei ricordare che non ci sono inviati in Iraq o in Afganistan. Spesso emerge solo l'evento eclatante, un attentato ad esempio, ma della vita delle persone se ne sa sempre meno. Per questo insisto ad andare in Iraq, anche se in questo momento vi è un embargo della stampa italiana, sono stata l'unica il mese sorso, lo sarò anche a dicembre, la sola probabilmente a seguire le elezioni. Mi interessa raccontare non tanto dei risultati, ma degli iracheni che si prendono su di sé il rischio di andare a votare, che vivono in una condizione difficilissima. Il dovere di informazione va oltre il rischio che io decido comunque di accettare”. I giornalisti quanto si sono adagiati in questa situazione, quasi autocensurandosi? “Sono molto rassegnati, tutti vivono l'angoscia dello stato economico di un giornale, delle pressioni politiche, che esistono, se devono decidere fra una mia storia e una pubblicità, scelgono la pubblicità. Poi, quando vai all'estero, sembra che non ci sia la risposta che uno si aspetta, allora chi te lo fa fare di rischiare la vita, quando poi torni e pare non importi a nessuno. Poi, all'estero sono tutti ragazzi, perché si comincia dalle zone difficili, in Italia di solito i giornalisti che fanno guerra sono persone adulte, a volte semplicemente non ce la fanno. Perché in posti come l'Iraq non basta essere buoni scrittori, ma bisogna sapersi muovere sul campo, ad esempio, oggi in Iraq è difficile se sei alto o biondo o smaccatamente occidentale. Io ho la fortuna che con un velo, un lungo vestito, passo per una del posto ed è l'unico modo per girare”. Perché ha dedicato il suo libro“Le farfalle non muoiono in cielo” proprio alla questione arabo-palestinese? “Ho cominciato in Palestina, dove ho vissuto tre anni di fila, seguendo tutta la vicenda, ma ad un certo punto ho voluto andare oltre, non raccontare solo il fatto in sé, a me piace entrare nella testa della gente. Ho intervistato le madri dei kamikaze così come le vittime israeliane ed è venuto fuori il libro, quasi da solo”. Secondo la sua esperienza quali sono le zone “calde” del pianeta? “Sono tante, intanto c'è la presunzione occidentale di dover esportare questa democrazia dove non la conoscono, non la chiedono, non la vogliono e soprattutto non la sanno gestire. Ci sono forti interessi economici e militari. Il problema è il Medio Oriente, nel momento in cui si decide che così è. C'è qualcuno che si scatena e non ci cercano altre soluzioni, c'è un problema e subito si risponde con la guerra. Nei posti dove sono stata io non è servita, l'Afghanistan non sta meglio, non ha più i talebani, ma la droga fiorisce, i signori della guerra sono ai loro posti e le donne portano il burka. In Iraq nessuno rimpiange Saddam, ma nessuno ti dice che sta meglio, il lavoro è poco, hanno tutti paura, le mamme accompagnano a scuola i bambini e li aspettano sedute fuori, perché se arriva un colpo di mortaio, come spesso accade, vogliono essere lì per soccorrerli. La storia non ha insegnato niente, in realtà”. Lella Salvemini lella.salvemini@quindici-molfetta.it
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