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Aldo Moro per ricordare
15 aprile 2019

La fame e la sete di giustizia per il Caso Moro non si arrestano neanche dopo 41 anni: proseguono le iniziative e gli interventi mirati a diffondere il pensiero di una delle vittime dello Stato italiano. A testimoniarlo la mostra “Aldo Moro: per ricordare” allestita presso la nuova sede della Regione a Bari dal Consiglio Regionale della Puglia in collaborazione con La Gazzetta del Mezzogiorno. Proprio perché Moro sosteneva che “nella scuola ogni costo fosse un investimento” all’inaugurazione ha partecipato una delegazione di studenti del Liceo Classico “Leonardo Da Vinci” e del Liceo Scientifico “Albert Einstein” di Molfetta (in foto assieme alla dirigente scolastica, prof.ssa Anna Margherita Bufi, alla prof.ssa Maddalena Salvemini e al prof. Giovanni Pappagallo). «Colui che aveva consentito a tre milioni e mezzo di italiani di avere consapevolezza grazie a “Non è mai troppo tardi”, colui che si è battuto per l’importanza della scuola e delle Regioni, colui che si fermava a parlare coi pescatori, colui che non considerava nessuno un nemico » così presenta Moro l’on. Gero Grassi, che nel 2013 ha avanzato la proposta, condivisa all’unanimità, di istituzione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla morte e sul rapimento di Moro. Le stesse vicende sui cui a fare chiarezza fu proprio La Gazzetta del Mezzogiorno, prima testata italiana che, oltre a far rivivere l’emozione di un popolo e la voglia di Moro di lasciare la prigione, dichiarò colpevole dell’uccisione Giustino de Vuono, appartenente all’Ndrangheta. Colpevole sì, ma non unico responsabile, dal momento che lo stesso Francesco Cossiga ha ammesso di aver ucciso il presidente della Dc decidendo, come tanti altri, di non trattare per lui. Sono dettagli strazianti quelli che ricorda Grassi, a partire dai 12 colpi di pistola che hanno attraversato ben 40 minuti di agonia sino allo scuoiamento di Moro. Ma sono questi dettagli a formare il puzzle dell’indicibile verità celata troppo a lungo. Mai troppo a lungo da impedirne la celebrazione in qualità di uomo e statista morto per la libertà, per il riconoscimento dei diritti inviolabili della persona, per il pluralismo e per il policentrismo, per le autonomie locali da concepire come enti dotati di pari dignità. «La nuova sede che ci ospita quest’oggi è fatta di vetri e trasparenza, prerogativa da trasformare in modus vivendi dell’agire pubblico » afferma l’avvocato Mimma Gattulli, paragonando la sede, attesa così dignitosa e piena di decoro dal 1970, ad una nave in un mare di democrazia, la stessa forma di governo propugnata da Pericle. Lo statista ateniese del V secolo a.C. non solo promuoveva l’agorà e il pubblico dibattito, ma credeva nella possibilità da parte di tutti i cittadini, indipendentemente dal rango sociale, di accedere alle cariche pubbliche. Non si discosta da ciò il pensiero di Moro, che si batté per far sì che le istituzioni regionali godessero della stessa impostazione delle sedi statali, ritenendole funzioni legislative fondamentali a valorizzare la specificità di ogni territorio all’interno di uno stato solido in quanto democratico. Però questo è solo uno dei tanti motivi per calibrare la statura di Aldo Moro, di cui parla invece Anna Cammalleri, direttrice dell’USR Puglia. «Io mi sono formata da Moro, ma posso garantire che non sia stato solo un docente: spiccavano la sua capacità di riflettere, la sua profonda saggezza, la sua capacità di scegliere e il suo rigore morale e politico». Un intellettuale di rilievo, le cui doti non si sono mai limitate all’ambito politico e a quello giuridico. Calzante a tal proposito l’intervento del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe De Tomaso, il quale non ha potuto fare a meno di paragonare l’attuale situazione critica della testata giornalistica a quella vissuta dalla stessa ai tempi di Moro, parlando del presidente della Dc come amante della comunicazione e del giornalismo. «Aldo Moro aveva intuito come la smania pubblicitaria potesse inficiare la trasparenza del sistema parlamentare e aveva già considerato tutti gli effetti perversi cui una sbagliata modalità di comunicazione sarebbe potuta andata incontro. Ma era capace di una scrittura così profonda da riuscire a fare politica con gli editoriali, in cui non riusciva a semplificare le questioni trattate perché i problemi sono complessi e dev’essere la complessità ad esporli». Persino in circostanze di cui chiunque avrebbe approfittato per manipolare l’informazione per tornaconto personale, Moro preservò la consapevolezza del potere dell’informazione, affidandola sempre e comunque a quel pluralismo che ne confermò l’onestà intellettuale e morale, oltre che politica. Del resto, solo un incompreso come Moro avrebbe potuto cambiare le sorti del Paese con il potere dei suoi articoli, nei quali emergeva tutta la sua esistenza fatta di ragionamenti e riflessioni. Le stesse che dovrebbero muovere uno Stato che si rispetti, che ha bisogno di un’informazione ricca e onesta e di una popolazione in cui il livello professionale e il livello culturale coincidano. Una volta terminato questo auspicio per la Gazzetta, la cui morte non può avvenire dopo 132 anni di verità e interesse collettivo, i più sentiti ringraziamenti sono spettati all’Ing. Luigi Verricchia e al Presidente del Consiglio Regionale Mario Rizzo. Mentre il primo sottolinea come l’organo della Regione completi la funzione amministrativa dello Stato, a Rizzo è spettato l’intervento conclusivo, nel quale sono state illustrate le prossime iniziative della Regione che coinvolgeranno sia gli studenti universitari sia le biblioteche. «Questa sede è la casa dei Pugliesi, dobbiamo confrontarci con la riforma dell’autonomia differenziata a cui dobbiamo opporci energicamente per preservare il nostro valore intrinseco. Per la Gazzetta la speranza è quella di una soluzione definitiva che non garantisca la sopravvivenza del quotidiano, ma il suo rilancio che comporti l’integrità della redazione e la libertà dell’informazione». Angelo Rosso e Domenico Romano sono solo due dei costituenti pugliesi ai quali è spettato un riconoscimento assieme ai familiari di Francesco Zizzi, che morì in via Fani al posto di un poliziotto poiché faceva parte della scorta di Aldo Moro, che non resta per noi solo un nome. Ben 84 pannelli con le prime pagine dei quotidiani della Gazzetta del Mezzogiorno ripercorrono la vita di Moro dalla sua elezione a segretario della Dc, passando per il suo rapimento sino alla sua uccisione ed alle conseguenti indagini. “Silenzio, dubbio, attesa”, “Impotente angoscia per Moro”, “Hanno ucciso Moro ma non la Repubblica”, questi i titoli più scottanti dei giornalisti della Gazzetta ai quali se ne aggiunge uno del Corriere della Sera “Delitto di abbandono”. È il segno di un’Italia che perdona, ma non dimentica.

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