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27 luglio 1916: terrore dal cielo
15 luglio 2016

Non erano bastati il raid aereo austriaco del 1° giugno 1915 e il bombardamento dell’11 agosto successivo della kaiserliche und königliche Kriegsmarine, ossia della imperiale e regia Marina militare austro-ungarica. La guerra aveva in serbo altre amare sorprese e inaspettatamente Molfetta subì la terza incursione nemica, dal cielo, il 27 luglio 1916. I cittadini ebbero così la conferma che in quella guerra “totale” non esisteva solo un “fronte esterno”, come quello dell’Isonzo o del Trentino, ma che c’era pure un “fronte interno”, ai cui pericoli erano drammaticamente esposti anche loro. A partire dal 15 luglio 1915 era stata attivata la difesa litoranea con l’arrivo della 1a Compagnia Costiera del 261° (poi 248°) Battaglione della Milizia Territoriale, ma quel pugno di uomini armati di fucili, che contava anche richiamati ultracinquantenni, non poteva fare miracoli, come non li fece, né contro i cannoni delle navi austriache né contro le bombe dei velivoli nemici. La compagnia, accasermata nel convento di San Domenico, era comandata dal capitano Gerardo Palmieri, un avvocato di Canosa che tra il 1919 e il 1920 sarà commissario regio al Comune di Molfetta. Nelle prime ore di giovedì 27 luglio 1916 una squadriglia di idrovolanti austro-ungarici Lohner L si alzò in volo dalla base navale di Kumbor, nel Golfo di Cattaro, diretta verso Otranto e Bari e, in subordine, verso i centri vicini. Su Otranto i danni del bombardamento non furono gravi, perché dai velivoli biposto gli osservatori non riuscirono a far cadere che poche bombe, per l’efficace contrasto dell’artiglieria contraerea italiana. Su Mola di Bari l’attacco causò lievi danni alle abitazioni e sette feriti leggeri. A Bari si ebbero solo due feriti fra la popolazione civile, perché il capoluogo fu difeso energicamente da due batterie contraeree da 75/911 del Regio Esercito e dall’intervento del treno armato TA7 della Regia Marina munito di pezzi da 120/40, che misero in fuga la squadriglia nemica. Verso le 7:30 i Lohner provenienti da Bari piombarono sul cielo di Molfetta. Gl’idrovolanti austro-ungarici si aggirarono ad alta quota per circa dieci minuti sulla città sguarnita, sorvolando la linea ferroviaria. Emesso il segnale d’allarme, gli uomini di servizio del presidio e il vice capostazione Donato Lovascio allertarono quanti poterono, invitandoli a cercare scampo in luoghi di più sicuro rifugio, lontano dalla stazione, che appariva l’obiettivo dei velivoli nemici. Tuttavia, in diversi punti della città, molte persone salirono sui tetti per guardare con morbosa curiosità gli aerei austriaci, che di lì a poco avrebbero scatenato il terrore dal cielo. Le prime bombe caddero verso le 7:40. Due «quasi contemporaneamente, e poi una terza, e poi una quarta rimasta inesplosa», annota l’avvocato Ilarione Poli in un articolo sul Corriere delle Puglie del 31 luglio 1916. La maggior parte degli ordigni finì poco più a nord della stazione, nella zona compresa tra via Mario Pagano e via Principe Amedeo, dove si ebbero i maggiori danni e più vittime. Altre bombe caddero più lontano, in via Rattazzi, piazza San Michele e via Giordano Bruno. Intenso ma del tutto inefficace risultò il fuoco di fucileria della Milizia territoriale diretta dal capitano Palmieri e dal tenente Abate contro l’ultimo idroplano a vista, che per precauzione continuava a volare ad alta quota, per poi dileguarsi. Cessato l’allarme, accorsero nell’area colpi-ta diversi cittadini, il sindaco Graziano Poli, i militi della Croce Rossa col presidente Nicola Turtur e Alessandro Pedroni, ricevitore di Dogana, il delegato di pubblica sicurezza Amedeo Magaldi col brigadiere Cavanna e alcuni carabinieri, le guardie municipali guidate da Gaetano Parziale, i soldati del presidio militare al comando del capitano Gerardo Palmieri e le guardie di finanza agli ordini del tenente Tigani. Le prime cure ai feriti furono somministrate all’ospedale della Croce Rossa dai medici Vito e Pasquale Pansini, Domenico Roselli e Lancellotti, ai quali si unì il prof. Eduardo Germano, libero docente di patologia medica all’università di Napoli, che quella mattina rinunziò a recarsi a Bari, dove in via Cairoli n. 141, a Palazzo Morelli, dalle 8 alle 12 dei giorni feriali riceveva la clientela a pagamento per consultazioni di medicina interna. Non mancò ai feriti il conforto delle dame della Croce Rossa, che avevano come presidentessa la signorina Gaetana Valente, zia del capitano Domenico Picca, che combatteva sul Carso. Si registrarono danni rilevanti agli edifici colpiti e alla fine si contarono 7 morti e 10 feriti. L’Agenzia Stefani da Roma il 28 luglio aveva comunicato un bilancio provvisorio di 5 morti e di una ventina di feriti. I morti furono Anastasia Pappagallo di Pasquale di 10 anni (residente in via Principe Amedeo, 31); M(aria) Antonia Ciannamea di Sergio di 4 anni e Marta Buzzerio fu Sergio di 50 anni (entrambe abitanti in via Mario Pagano, 19); Angelica D’Elia fu Giuseppe di 50 anni (domiciliata in via Principe Amedeo, 46); Giovanni Sasso fu Onofrio di 71 anni (dimorante in via Rattazzi, 26); Michele Camporeale di Mauro di 14 anni (residente in Piazza San Michele, 8) e Antonia Pappagallo di Mauro di 26 anni (abitante in via Principe Amedeo, 48). Questi sono i nominativi incisi sulla comune lapide della tomba a cassettone nella facciata meridionale del muro di cinta del cimitero di Molfetta, non molto lontano dall’ingresso principale. Invece nel numero unico Molfetta ai suoi figli caduti nella Grande Guerra, pubblicato nel 1930, i nomi di battesimo delle vittime e le paternità non sempre coincidono con quelli della lapide. I feriti risultarono dieci: i cugini Francesco e Giacomo Ventola, entrambi di 10 anni (dimoranti in via De Luca, 46); Girolama Petronelli di 3 anni e le sorelle Carmela Pappagallo di 12 anni e Francesca Pappagallo di 19 anni (tutte e tre residenti in via Principe Amedeo, 46); Agnese Pappagallo di 45 anni (abitante in via Principe Amedeo, 42); Angela Paparella di 47 anni (domiciliata in via Rattazzi, 25); Mauro Domenico Bufi (residente in via Giordano Bruno, 16); Gaetana Marino di 28 anni (abitante in via Principe Amedeo, 44) e Caterina De Candia di 8 anni (dimorante in via Giaquinto, 60). Si tratta dei feriti ufficialmente registrati, ma ad essi vanno aggiunti «due feriti leggerissimi» menzionati da Ilarione Poli nel suo articolo e altri che preferirono non recarsi in ospedale. La popolazione era incredula e sgomenta. Il sindaco inviò subito al presidente del Consiglio Paolo Boselli un telegramma: «Stamane aeroplano nemico sfogava rabbia selvaggia su questo abitato inerme. Molfetta conta morti e feriti ma nell’ora tragica serba calma degna popolo forte e fede immutata negli alti e fulgidi destini della Patria». In base alle informazioni ricevute, il sindaco riferiva di un solo aereo, in realtà si trattava di una squadriglia (6 o 7 idrovolanti, tranne qualcuno colpito in precedenza fra Otranto e Bari o eventualmente colto da avaria). Verso le 11:30 arrivò in automobile a Molfetta, per un sopralluogo, «il generale della Divisione di Bari», il quale «ebbe a constatare, compiacendosene, che tutto era a posto». Facendo salvo il lodevole impegno dei soccorritori e dei medici, il compiacimento di circostanza dell’alto ufficiale risuona di vuota superficialità di fronte a un lutto così grave e la stringata annotazione dell’articolista Ilarione Poli risulta di grande banalità. Nel pomeriggio il sindaco Graziano Poli a nome dell’amministrazione civica indisse solenni funerali a carico del Comune per l’indomani e fece affiggere un manifesto per rincuorare la cittadinanza e invitarla al cordoglio per le vittime innocenti. Eccone il testo: «Cittadini, la barbara idealità austriaca ancora una volta s’è scatenata su una città inerme: sulla nostra Molfetta. Non vi è grido di esecrazione che possa rivelare la indignazione profonda, incommensurabile, che riempie l’animo nostro. Non sono sentimenti di vendetta umana o divina che in questo tragico momento possono trovare campo a sfogo. Ben altro incombe: la pietà per innocenti vittime colpite nei loro focolari domestici, mentre attendevano alle cure della famiglia. Povere ed innocenti vittime, cui Molfetta tributa lacrime di dolore e di rimpianto. La calma, con la quale subito si affrontò la crudele sventura, perduri, esempio di forti, monito ai nemici, cui non mancherà il castigo meritato per tutta una civiltà calpestata. È da popolo forte serenamente soffrire, serenamente attendere. E l’attesa, con calma serena e con fede immutata nei nuovi e fulgidi destini della Patria, sia manifestata nel rimpianto più sentito per le innocenti vittime, augurale di giorni di pace e di lavoro fecondi. Oggi solamente tributo di lacrime per i poveri martiri, e per essi fiori, fiori». I funerali si celebrarono nella mattina seguente. Aprivano il corteo la banda co-munale, in silenzio, le guardie municipali e campestri con una corona di fiori del Comune, i ricoverati degli asili di mendicità e il clero col Capitolo Cattedrale al completo. Seguivano le bare, avvolte in nere coltri, il vescovo Pasquale Picone, il sindaco Poli e il Consiglio comunale col gonfalone, il sottoprefetto di Barletta Egisto Terzi, nativo di Reggiòlo, verosimilmente delegato dal prefetto di Bari Angelo Pesce, il capitano Palmieri, il comandante dell’Ufficio di Porto Francesco Marena, barese, e il tenente dei regi carabinieri del presidio di Trani. Sfilarono anche la Croce Rossa, la Pubblica Assistenza, i soci del Tiro a segno, le società operaie ed alunni dell’asilo infantile e delle scuole primarie e secondarie con le bandiere abbrunate. Ai lati dei feretri, portati a spalla da soci delle leghe operaie e scortati da carabinieri, finanzieri e soldati della Milizia territoriale, si assiepò, commossa, una immensa folla. In massa gli operai rinunciarono al lavoro per unirsi al corteo e al cordoglio generale. Dopo la messa solenne e la benedizione delle salme fatta dal vescovo, sul sagrato della cattedrale parlarono, tra la commozione generale, l’assessore Sergio Azzollini per l’amministrazione comunale, l’avv. Marzano per i militi della Croce Rossa e il prof. Mauro Poli, già segnalatosi come acceso interventista. Lo stesso Azzollini ha ricordato quel terribile evento vent’anni dopo nel poemetto Il Borgo: «E lividi mattini di terrore, / in cui l’austriaca rabbia si sfogava, / bombardando dal cielo senza onore / l’indifesa città, e seminava / ferro e strage e semenza di rancore, / la quale d’ira e di sangue si gonfiava, / e germogliando, sviluppava forte / volontà di rivincita e di morte». Nel citato articolo di Ilarione Poli, a proposito dei funerali, leggiamo: «Ordine perfetto, calma, dignitoso raccoglimento, tributo generale di rimpianto e di dolore». Crediamo fermamente al raccoglimento, al rimpianto e al dolore dei partecipanti, ma l’ordine «perfetto» sembra più un cliché giornalistico convenzionale e patriottardo, che il rispecchiamento della verità. Infatti Orazio Panunzio in Una storia per Molfetta racconta di un tragicomico scompiglio della cerimonia dovuto a un falso allarme, secondo quanto appreso negli anni successivi da informatori più anziani: «sulla folla ammassata in via Borgo si levò una voce: “Gli aeroplani! Gli aeroplani austriaci!”. Successe il finimondo. Un fuggi fuggi generale. Le bare furono sbattute per terra e i portatori si diedero alla fuga, cercando districarsi nel groviglio delle persone che correvano dissennatamente senza direzione, scontrandosi, avviluppandosi. La confusione raggiunse il più inimmaginabile marasma. L’assordante vociare superava gli strilli, le invocazioni, i richiami. Ci furono calpestii, contusioni, scene di panico. Quando, un poco per volta, fu riconquistata la calma, venne chiarito l’equivoco: ingenuo abbaglio o deplorevole scherzo che fosse. Il corteo si ricompose, ma un gran numero di partecipanti si era dileguato. Lo spavento aveva avuto la preminenza su qualsiasi altro sentimento. E fu meglio così. Quelli che rimasero – a parte gli obbligati d’ufficio – erano sinceramente interessati a rendere l’estremo omaggio alle vittime». Ma le trepidazioni non erano finite. Un’altra incursione fu condotta dalla marina austro- ungarica il 2 agosto 1916, quando i cacciatorpediniere Wildfang e Warasdiner, appoggiati a distanza da altre unità, tra cui almeno un sottomarino, bombardarono la costa fra Molfetta e Bisceglie e il porto biscegliese da levante, causando lievi danni ad alcune case e al muro di cinta e ferendo quattro persone a Bisceglie. Per sostenere il rientro dei due cacciatorpediniere e delle unità di scorta, uscirono in loro sostegno dalle Bocche di Cattaro l’incrociatore corazzato Aspern e le torpediniere TB 80 e TB 85. Furono queste le premesse di uno scambio balistico che per poco non si tramutò in battaglia navale tra i battelli austro-ungarici in azione e le navi franco-anglo-italiane sopraggiunte. Infatti, alle ore 6 del 3 agosto, mentre si dirigevano verso Durazzo per sostenere un attacco aereo italiano, furono dirottati su Molfetta i cacciatorpediniere Abba, Indomito e Ardente. L’Ardente, colto da avaria, ripiegò poi verso i cacciatorpediniere francesi Bory, Bisson e Commandant Riviére inviati in appoggio. Invece l’Abba, comandato dal capitano di fregata Roberto Petrelluzzi, benché avesse individuato alle 8:20 il sommergibile nemico U 4, proseguì per l’intercettazione e alle 9, avvistate le navi avversarie, aprì il fuoco sulla loro retroguardia, imitato dall’Indomito. Allora l’Aspern, che era in testa alla formazione, rallentò la sua corsa e fece fuoco sull’Abba, che dovette mantenersi a distan-za a causa della maggiore gittata dell’Aspern. Sopraggiunse intanto, guidata dal Bory, la squadriglia francese, che, sottoposta a un fuoco ben nutrito, fu costretta a porsi in sicurezza. L’Abba continuò il tiro sulle navi di coda, ma l’Aspern si dileguò con le sue unità, forse avendo avvistati i rinforzi in arrivo da Brindisi, cioè i cacciatorpediniere Pilo e Mosto, l’incrociatore inglese Liverpool e l’esploratore italiano Bixio, attaccato dall’U 4 invano col lancio di un siluro. A 16 miglia da Cattaro l’Abba rinunciò all’inseguimento e così pure il Bory. Dopo l’incursione degli idrovolanti austroungarici del 27 luglio, a Molfetta in agosto fu disposta la collocazione di postazioni antiaeree in cima ad alcuni edifici in piazza Paradiso, in via Terlizzi, in via Torre del pane, a Palazzo Finanza (presso il Duomo vecchio) e in via Aiello. Il comando della Difesa Antiaerea fu affidato al capitano Palmieri. Per i caduti sul fronte decorati con medaglie al valore, nella tornata del 4 settembre seguente il Consiglio comunale propose di erigere un monumento di bronzo, affidando l’incarico di elaborare un progetto di massima allo scultore Giulio Cozzoli. L’amministrazione capitanata dal sindaco Graziano Poli volle onorare anche i civili e per il 2 novembre 1916 dedicò alle vittime dell’incursione aerea del 27 luglio nel cimitero cittadino un cippo lapideo, in tempi più recenti sgraziatamente addossato da un manufatto funebre privato. L’epigrafe frontale del basamento (lato sud), rivolta ora verso la lapide dei sette concittadini morti per il bombardamento, è danneggiata e molto corrosa. A stento vi si legge: «IN QUESTO RECINTO / SACRO / ALLA MEMORIA DELLE VITTIME / DELLA NEMICA AEREA INCURSIONE / DEL 27 LUGLIO 1916 / ED ALL’ODIO / CONTRO LA FOLLE DELINQUENZA / DEGLI ASBURGO / PULSA / CON LA PIETÀ PER I MARTIRI / IL CUORE D’ITALIA». L’iscrizione opposta del basamento (lato nord) recita: «IL COMUNE DI MOLFETTA / INTERPRETE DEL CITTADINO RIMPIANTO / POSE / II NOVEMBRE MCMXVI». La commemorazione dei caduti in guerra fu affidata all’assessore Sergio Azzollini, che tra l’altro disse: «In questo anno la commemorazione dei morti assume un carattere ancora più solenne, per gli avvenimenti che incombono sulla umanità, per la tremenda immane lotta […] E i morti da oltre due anni non si contano […] Sono schiere infinite di balde giovinezze recise nella più rigogliosa primavera della vita […] ed abbiamo le vittime dei bombardamenti a Città inermi, di cui alcune misere spoglie si raccolgono in questo recinto, ad eterna esecrazione della barbarie nemica, e per le quali oggi inauguriamo un modesto ricordo, in attesa di monumento più degno che tutti glorifichi i nuovi martiri della Patria». Per una fortuita combinazione del destino nello stesso giorno morivano sul Carso altri molfettesi, tra cui il capitano Domenico Picca, medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Autore: Marco I. de Santis
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