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Salvemini e lo studio su Molfetta del 1897, con i ritocchi di Turati e il giudizio sui marinai  
15 giugno 2007

A 23 anni, negli ultimi mesi del 1896, Gaetano Salvemini, trasferitosi a Faenza dopo aver insegnato a Palermo, pensò di descrivere “la struttura economica, sociale e politica” della sua città nativa, il cui sviluppo aveva “seguito sempre, anche da lontano”, com'egli ricorda nel Riepilogo del 1955 (ora in Movimento socialista e Questione meridionale, edito dalla Feltrinelli, pp. 668-670). Terminato il lavoro nei primi mesi del 1897, Salvemini fece leggere il manoscritto a un suo compagno socialista di Molfetta, e lo inviò poi, per la pubblicazione, a Filippo Turati, direttore a Milano della “Critica Sociale”. Ricevuto lo scritto, per il tramite del comune amico Assunto Mori, il Turati scrisse a Salvemini, il 22 febbraio, di “dolersi che la 'Critica' sia piccina, cosicchè non ho potuto inserire subito e dovrò spezzare il suo manoscritto in tre parti” a cui “farò due ritocchi”. Il primo si riferiva alla fi ne del 5° paragrafo, dove, in una nota, Salvemini parlava “dei socialisti studenti meridionali come di una massa di mascalzoni. Mi lasci attenuare - scrive Turati - e dire lo stesso con una perifrasi. Ipocrisia necessaria (…) per non tirarci addosso una valanga polemica”, che inoltre Salvemini prendeva nel mezzo del 7° paragrafo “a pro posito dei duecento mila fucili” ai Fasci dei lavoratori siciliani, promessi al Congresso socialista di Reggio Emilia del settembre 1893. ”La cosa non fu esattamente così”, precisa il Turati. Si parlò sì, da un capo del Fa scio di Palermo, di duecento mila “fascisti” e di fucili, ”ma il Congresso non prese sul serio quel lirismo: e ora non giova rammentarlo”. I n f i n e , “per far meglio spiccare i singoli paragrafi ”, Turati suggerì a Salvemini di “battezzare ciascuno con un sottotitolo: 1) Sguardo generale: la gente di mare. 2) Quelli che vivono dei campi. 3) La conquista dei contadini. 4) Operai ed artieri. 5) Piccola borghesia cittadina. 6) La curèe dei professionisti. Fisiologia dei partiti. 7) Suggerimenti pratici” (v. lettera in G. Salvemini, Carteggio 1984-1902 a cura di Sergio Bucchi, Laterza, Bari 1988). Gli rispose due giorni dopo Salvemini: “i ritocchi e i sottotitoli, che Ella pensa introdurre nel manoscritto, vanno benissimo”(v. lettera in Carteggio cit.), e il 1° marzo seguente Turati fece uscire la prima parte de Un comune dell'Italia meridionale: Molfetta, fi rmato da Salvemini con lo pseudonimo Un Travet, sul n. 5 della “Critica Sociale”, a cui seguì la secon da parte sul n. 6 del 16 marzo, e la terza sul n. 7 del 1° aprile. In quest'ultimo mese, l'articolo fu ristampato in opuscolo nella “Bi blioteca della Critica Sociale”, “in limitato numero di esemplari”, come scrive nell'Avvertenza il Turati (su cui v. E. Tagliacozzo, G. Salvemini nel c i n q u a n t e n - nio liberale, Firenze 1959, p. 38) . Nel saggio , i “ritocchi” i n n a n z i d e t - ti riguardano la nota a p. 21 e la frase fi nale del penultimo capoverso a p. 25 del testo riprodotto in Movimento socialista cit. Stampato l'opuscolo, il Turati inviò cento copie a Salvemini, al quale scrisse il 24 aprile di aver regalato altre cento alla “Critica” e spedite altre cinquanta “ad amici e giornali socialisti” tra cui l'eminente stati stico ed economista Luigi Bodio, che elogiò il lavoro di Salvemini per “il metodo buono di fare monografi e, osservazioni esatte, descrivere condizioni tipiche” che egli raccomandava sempre “in luogo delle facili e vuote generalità”(v. Carteggio cit., p. 120). Rimasto segreto il nome di Travet, scrisse il 16 agosto a Salvemini, in quei giorni a Molfetta: “anche l'amico Pansini (il deputato repubblicano della città) volle egli pure una copia dell'opuscoletto. Ma neppure lui so spetta l'autore. Sentii dire anzi che lo attribuiscono a un tale Mezzina (Leonardo). Poveraccio! Si vede che i vostri compaesani non hanno il naso molto fi ne”. (Carteggio cit. ). A Molfetta, invece, scrive Salvemini tre giorni dopo a Turati, “per la imprudenza del compagno che lesse e corresse il manoscritto, il segreto di travet è il segreto di pulcinella. Ho suscitato un vespaio indescrivibile. Destri, sinistri, radicali, sono furibondi; dei marinari e dei professionisti non Le parlo; i radicali han dato intendere ai marinari che io li ho detti cornuti! Si fi guri che piacere! Io faccio, per quanto mi è possibile, il superuomo; quando vado a passeggio sul porto, mi guardo sempre le spalle: perdio, chi può impedire a qualche marinaro di buttarmi in mare e di domandar poi la scusa della provocazione grave? (Carteggio cit. ). Infatti, nel paragrafo relativo alla gente di mare, Salvemini, dopo aver detto che pochi giorni dopo il matrimonio il mozzo se ne va al viaggio, che vuol dire andarsene per sei mesi e più a pescare anche fi no al Mar Nero, scriveva a p. 7 dell'opuscolo: “In questo tempo la moglie resta a casa e quasi sempre trova da sostituire il marito assente, che quando al ritorno trova la casa popolata di fi gliuoli, non sempre domanda se i marmocchi son nati troppo presto e troppo tardi. E' Dio che li ha mandati”. Questo giudizio fu ripreso dai sostenitori dell'on. Pietro Pansini contro Salvemini a Molfetta, nelle elezioni politiche dell'ottobre 1913, quando durante la notte del sabato 4 “sapemmo - scrive Salvemini ne “L'Unità” del 10 ottobre 1913(Gli incidenti di Molfetta) - che in giornata (del 5) i pansiniani avrebbero ripubblicato in un foglio volante alcune pagine di un mio vecchio scritto su Molfetta del 1897, col quale speravano di sollevare contro di me il risentimento dei pescatori. Informato in tempo avevo nella notte fatto stampare 10. 000 manifestini di risposta da essere distribuiti non appena cominciasse la distribuzione dell'altro. La domenica mattina alcuni banditori cominciarono a girare per la città annunciando che Pansini doveva vincere per forza. Nel pomeriggio fu distribuito il manifesto dei repubblicani ai pescatori, al quale seguì immediatamente la diffusione della nostra risposta. Fu per i repubblicani un colpo fulmineo e il loro foglio non era letto da nessuno e anzi i contadini (sostenitori di Salvemini) ne fecero un gran falò. Alle 5 andai a parlare ai marinai e non solo non dovetti scusarmi di accuse che non avevo mosso loro a proposito di una precedente agitazione che avevo anzi difesa con gli scritti e con la parola, ma fui accolto col massimo entusiasmo e al termine, accompagnato dagli stessi pescatori, tutti in massa accalcandoci via facendo andammo (dalla sede dell'Alleanza pescatori, sul porto) al Co mitato salveminiano (in quei giorni avente sede nella sezione del partito socialista, a fi anco dell'Arco della Terra sul Borgo). Eravamo 2000, dice Salvemini in questo scritto riprodotto anche ne Il ministro della mala vita, Feltrinelli, p. 344). Nel foglio AI NOSTRI PESCATORI!…, il Comitato Pro Pansini, che aveva sede nella sezione repubblicana, di fronte a quella dei socialisti, dopo aver riprodotto quasi tutto il paragrafo 1) dello studio su Molfetta, ri guardante la gente di mare, diceva - tra l'altro - Salvemini che “in una rivista di pro paganda socialista egli denunziò i pescatori come la classe più vile ed abbietta, composta di uomini ignoranti peggio dei macigni, ebeti, sanguinari, capaci di subire, nella più degradevole passività, l'onta che le mogli adul tere facevano al loro onore: egli insomma, il prof. Salvemini, con la stampa diffamatrice vi ha pubblicamente chiamati – si dice ai pescatori – becchi volontari e contenti”. Nel manifestino fatto stampare da Salvemini a fi rma Il Comitato, sotto il titolo ARMI SPUNTATE si dice invece: “I cosidetti repubblicani di Molfetta, i quali a un anno a questa parte sono andati dimostrando con tutte le prepotenze e rappresaglie possibili il loro animo perverso contro la classe dei marinai di Molfetta, hanno riesumato dalla 'Critica Sociale' del 1897, cioè sedici anni or sono, del beato tempo in cui il Prof. Salvemini non aveva che ventiquattro anni, un vecchio giudizio sui marinai di Molfetta, in cui i marinai erano descritti per quello che purtroppo erano allora: una classe ignorante, disorganizzata, incapace di qualunque iniziativa politica rinnovatrice. Dal 1897 ad oggi molte cose sono mutate. La migrazione ha aperto gli oc chi a molti, che prima li tenevano chiusi: l'analfabetismo è diminuito per quanto lentamente; i marinai si sono rivelati capaci di uno sforzo magnifi co di organizzazione con la loro grandiosa “Alleanza Cooperativa”. I giudizii pronunciati dal Prof. Salvemini, sedici anni or sono, evidentemente non avrebbero più nessuna ragione oggi. E difatti appena la classe dei marinai ha iniziato il suo lavoro di rinnovamento morale e di organiz zazione economica e di azione politica, il Prof. Salvemini non ha tardato un sol minuto a mettere la sua opera a servizio della classe e l'ha difesa nel gennaio passato con un mirabile articolo sul Giornale d'Italia dalle prepotenze e dalle angherie del Sindaco de Nichilo. Frattanto i repubblicani si vantavano che avrebbero fatto vendere alle mogli dei marinai gli abiti da festa e i braccialetti e le catene d'oro. E questo non nel 1897, ma precisamente nell'anno di grazia 1913. “Con coloro che vengono oggi a rimestare alcune vecchie parole del Prof. Salvernini di sedici anni or sono, noi abbiamo facile gioco ricordando le loro cattive azioni di oggi. La classe dei marinai, nel suo buon senso, ricordando le sue squallidissime condizioni di una volta e l'opera odierna del Prof. Salvemini, comprenderà il valore sorpassato delle parole di una volta e saprà apprezzare l'opera che il Prof. Salvemini spende indefessamente da tanti anni per la difesa dei lavoratori e del Mezzogiorno d'Italia. Se i seguaci dell'on. Pansini per ricostituire la popolarità svanita del loro candidato non hanno altri mezzi che disseppellire un vecchio scritto giovanile del Prof. Salvemini, che ha ormai svanito ogni valore di attualità, bisogna proprio dire che sono ridotti a mal partito e che le loro armi sono ormai deplorevolmente spuntate”. Trascorsi quegli anni, Salvemini, nel ripubblicare presso Einaudi nel 1955 il suo saggio su Molfetta negli Scritti sulla questione meridionale (1896—1955) , soppresse il giudizio polemico del 1897 sui marinai, che fu omesso anche nella edizione delle sue Opere della Feltrinelli (a p. 10), senza però alcuna nota al riguardo, come pure senza alcuna particolare evidenza sono fotoriprodotti i due succitati manifesti e il frontespizio dell' opuscolo negli Atti delle “Giornate salveminiane”, organizzate a Molfetta nel 1988.
Autore: Pasquale Minervini
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