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Rischio idrogeologico per le lame di Molfetta. Il prof. Copertino: l'incultura idraulica e geologica dell'amministrazione comunale
15 agosto 2009

MOLFETTA - Dopo il sequestro di un'area di circa 1.000 mq. Nella zona di Lama Cupa (detta anche Martina, Schvazappa o fondo di don Carluccio) a Molfetta da parte del Corpo Forestale dello Stato, che ha trovato ben 500 metri cubi di materiale edile di risulta gettati nella zona nel tentativo di creare sbarramenti all'alveo della lama, estirpando anche decine di alberi di ulivo, si torna a discutere sulle lame e sull'incultura della gente (e forse anche di qualche tecnico) su questo problema. La lama Cupa attraversa tutta la zona di Levante e sfocia alla prima cala. Se la pioggia torrenziale di martedì scorso fosse continuata per qualche ora, il territorio di Molfetta avrebbe registrato danni enormi e il rischio idrogeologico avrebbe potuto provocare anche delle vittime. Un allarme che Quindici lancia da tempo. Chi crede che modificando la conformazione delle lame possa rendere edificabili quelle aree, probabilmente sottovaluta il rischio che questi interventi possono provocare. Ignoranza reale o ignoranza colpevole? E' quello che ci chiediamo di fronte anche ad affermazioni che vengono fatte in giro e che lasciano perplessi anche coloro i quali, pur non essendo tecnici, avvertono i possibili rischi di un superficiale approccio alla situazione critica più volte richiamata dall'Autorità di bacino. Occorre evitare in generale che un governo si possa costituire in potere, pretendendo di racchiudere ogni angolo della realtà nelle proprie categorie economiche e politiche, e finalizzare ogni progetto ai propri interessi, astraendo l'azione amministrativa dal contesto di vita quotidiano, perché in questo caso la politica rischia di contrapporsi all'uomo, ai cittadini, alla vita. Il rischio idrogeologico delle lame molfettesi non è un'arguta costruzione posta in essere da bandiere, da colori politici o di fazione, ma rappresenta una caratteristica strutturale della zona, manifestata dagli enti tecnici della regione (Autorità di bacino). Sovrapporre a questo pericolo estemporanee giustificazioni atte a legittimare degli scempi ambientali, rischia di danneggiare irrimediabilmente il territorio e i suoi abitanti. Ovviamente la valutazione delle situazioni richiede competenze specifiche, più che costruzioni retoriche utili ad indirizzare “consensi”. Per questo “Quindici” ha ascoltato, a proposto del rischio derivante dall'edificazione sulle lame, approvata con l'ultimo PIP, il prof. Vito Copertino, Ordinario di Costruzioni idrauliche e idraulica fluviale, già Preside della facoltà di Ingegneria dell'Università della Basilicata, il quale ha spesso collaborato con le autorità della difesa del suolo e della pianificazione del territorio. Secondo Vito Copertino, il territorio di Molfetta si è precarizzato a causa di alcuni interventi urbanistici attuati in passato, in particolare negli ultimi 20 anni. Le lame non costituiscono in sé dei pericoli idraulici. Senza l'intervento dell'uomo esse rivestirebbero una funzione idraulica importante, e la pericolosità geologica è ridotta anche dalla bassa piovosità della nostra zona. Sono le infrastrutture stradali, i sottopassi, gli insediamenti industriali, a rendere le lame pericolose, se non edificate con le giuste attenzioni. E' importante, allora, sapere che in ogni territorio esistono delle linee preferenziali di scorrimento dell'acqua. Le lame presentano innanzitutto una funzione naturalistica: esse sono incisioni del carbonatico simili alle doline, che si caratterizzano per delle specificità vegetali e faunistiche e per un'articolazione ondulatoria che mette in rilievo strati calcarei. Una funzione fondamentale delle lame è quella di smaltimento della pioggia zenitale, che deve raggiungere il veicolo più veloce per arrivare in mare, il quale, per questo non può essere intasato. Un buon sistema di fognatura urbana è il miglior sistema di drenaggio verso le lame e il mare. Esse inoltre servono al deflusso delle acque che provengono dalle Murge. Per quanto riguarda la funzione naturalistica delle lame, gli interventi del passato hanno fatto scomparire queste ultime; solo la parte a monte della città conserva il paesaggio originario. In riferimento allo smaltimento della pioggia, invece, spesso il sistema di drenaggio urbano entra in crisi anche per errori progettuali, ad esempio per errori nella gestione della rete fognaria urbana. Il sistema fognario entra in crisi con temporali accentuati, come è accaduto la scorsa settimana. Il temporale di martedì scorso ha messo in crisi il sistema viario della città, per questo Vito Copertino invita a chiedersi cosa sarebbe successo se la pioggia fosse caduta con la stessa intensità per più ore consecutive. Esaminando la terza funzione delle lame, nei mesi autunnali e invernali sono frequenti crisi idrogeologiche quando dalle Murge scendono grossi deflussi di piena che devono trovare linee preferenziali di afflusso al mare, nelle lame o in canali artificiali. Nell'autunno del 1997 lama Martina entrò in crisi perché l'acqua non trovò sbocco in mare a causa delle costruzioni edilizie e stradali nelle zone di Mezzogiorno e di Levante di Molfetta. Passando ad analizzare le vicende politiche recenti, il prof. Copertino ricorda che la legge 183 del 1989 istituì l'Autorità di Bacino (AdB) come autorità di governo dei processi idraulici nel territorio. L'AdB ha l'obbligo di formulare piani di bacino e di individuare aree a diversa pericolosità idraulica, esprimendo prescrizioni e vincoli, ma anche indicazioni di valorizzazione delle aree, cui tutte le autorità, che modificano il territorio con piani urbanistici, devono sottostare. Le indicazioni dell'AdB sono perentorie e sovra ordinarie a tutte le fasi della pianificazione. Il Piano di Bacino si compone di piani di stralcio, fra cui c'è il PAI (Piano di Assetto Idrogeologico). Il PAI della regione Puglia ha individuato le aree ad alta pericolosità con modelli idraulici precisi e sofisticati. E' vietato costruire o insediarsi con attività antropiche all'interno del tracciato delle lame e delle aree limitrofe individuate come aree ad alta pericolosità idraulica. Secondo Vito Copertino, ricorrere ad un ricorso giudiziario perché annulli le risultanze del PAI (il sindaco di Molfetta, Antonio Azzollini, ha già annunciato il ricorso in una conferenza pubblica, ndr) è segno di incultura idraulica e geologica e di un metodo di lavoro che contrasta con la procedura collaborativa portata avanti dall'AdB. Per Copertino, è molto difficile che il TAR o il Tribunale delle Acque o qualsiasi autorità giudiziaria possa dar ragione ad amministrazioni che vogliono cancellare la specificità del territorio molfettese, segnato da numerose incisioni che presentano sbocchi al mare. Il professore ricorda il caso del 2005, in cui nelle lame del territorio barese, a seguito dei temporali di Ottobre, sovrappassi stradali furono devastati e le immagini scioccanti dei binari ferroviari della linea Lecce-Milano, sospesi sulla lama, ci mostrarono un pendolino fermo a pochi metri dal baratro. Ci furono cinque morti a causa della sottovalutazione della funzione delle lame nel far defluire le acque dalle Murge. Secondo Vito Copertino, anche molti sovrappassi del territorio molfettese e della zona industriale non sono progettati per consentire il deflusso delle acque lungo le lame oppure nel sistema di drenaggio urbano. Sottomettere il rischio oggettivo che investe la città, testimoniato tecnicamente dagli studi ingegneristici e dalla voce degli esperti del settore, alle esigenze economiche di turno, non può passare inosservato. Disporre le condizioni per il più sicuro sviluppo della vita rappresenta il compito principale di un amministratore. Le condizioni che si vanno prospettando, attualmente, offrono scenari fra i peggiori per noi tutti.
Autore: Giacomo Pisani
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Ogni giorno che passa, mentre la popolazione aumenta, e aumenta il numero delle esigenze, pretendiamo sempre di più dalle nostre principali risorse naturali. Data la situazione, sarebbe saggio raddoppiare la nostra cura verso il fragile pianeta che ci garantisce il benessere materiale. Invece succede proprio il contrario. E' molto probabile che nell'attuale decennio disboscheremo più foreste, sfrutteremo per il pascolo più praterie, elimineremo più terre per favorire lo sviluppo urbano ed eroderemo più suolo fertile che durante il ventennio 1960-1980. A meno che non cambiamo metodo, nell'arco di tempo che ci sapara dalla fine del secolo potremmo infliggere all'ecosistema della Terra danni ancora più gravi di quelli inflittigli nel periodo 1900-1986. Lungi dall'usare con cautela le nostre risorse, le stiamo consumando come se avessimo un pianeta di riserva parcheggiato nello spazio. - -La minaccia dell'erosione. Pochi problemi sono così gravi, anche se così poco discussi, come quello della scomparsa del suolo. Ogni anno molti miliardi di tonnellate di terreno finiscono in mare o vengono portati via dal vento. Non conosciamo nessun sistema che ci consenta di rimpiazzare lo strato fertile andato perduto. Se dovessimo aspettare i processi naturali, aspetteremmo per secoli, se non per millenni. La scomparsa del suolo costituisce una minaccia per la nostra agricoltura e per i nostri stessi servizi di sussistenza. Tuttavia, pochi dei nostri leader gli concedono una frazione dell'attenzione che merita. E' difficile sensibilizzare l'opinione pubblica su questo punto. Si reputa che l'Europa, il continente meno interessato dall'erosione, stia perdendo quasi un miliardo di tonnellate all'anno di terreno, mentre l'Asia, la più colpita, è probabile che perda circa 25 miliardi di tonnellate. Dai campi coltivati a cereali degli Stati Uniti scompare ogni anno un abbondante miliardo di tonnellate di suolo (al netto del rimpiazzo naturale), ossia più di 300 mila ettari di terra potenzialmente coltivabile. La stessa triste storia si ripete in tutto il mondo, specie negli umidi tripici, con le loro abbondanti piogge. Violenti acquazzoni portano via dai pendii lo strato superiore del suolo e scavano grandi fosse nel terreno, mentre le tempeste di vento devastano zone semiaride dove è stata tentata qualche coltivazione. Si ritiene che l'Etiopia, che pure è meno di un sesto degli Stati Uniti, stia perdendo ogni anno almeno la quantità di suolo agricolo che perdono gli Usa. Metà di tutti i paesi e metà di tutti i terreni arabili stanno subendo questo fenomeno a ritmi ormai inaccettabili. Se si permetterà che l'erosione continui incontrollata, scopriremo che tutta la nuova terra che speriamo di coltivare a cereali entro il 2000, ossia circa 200 milioni di ettari (supponendo che la percentuale di nuove coltivazioni aumenti di parecchie volte rispetto al ritmo attuale), servirà solo a controbilanciare la perdita di produttività dovuta all'erosione. Noi, che siamo parte dell'Homo sapiens, siamo le prime forme vitali capaci di modificare il processo evolutivo, ma lo facciamo in genere per ignoranza o per erroere. Ben poca attenzione prestiamo alle complesse catene alimentari che garantiscono sopravvivenza alle specie e armonia ecologica, o alla ricca messe di informazioni genetiche rappresentante dalle specie stesse, tanto che a tutt'oggi non sono più del 10% gli organismi che gli scienziati hanno classificato. Il biosistema è una "biblioteca" di strategie della sopravvivenza, accumulatosi in miliardi di selezione/estinzione, e non si può manipolarlo alla leggera. - - by permission of "GAIA BOOK" - London -1970

Mi auguro di esaudire, anche se parzialmente, le curiosità di "geo illogico". Eugenio Scalfari intervista Enrico Berlinguer sulla questione morale . CONDIVIDI sabato, 13 giugno 2009 19:00 Era il 28 luglio del 1981 . Eugenio Scalfari intervistava il segretario del PCI Enrico Berlinguer . E' straordinario come spesse volte le parole espresse da uomo non hanno barriere e diventano profetiche nella drammaticità dell'intuizione. Basta leggere di seguito l'intervista , sulla questione morale , sui partiti politici , sull'informazione , sulla sicilia per rendersi conto che in quegli anni Berlinguer e Moro sono stati artefici di una vera rivoluzione purtroppo interrotta dalle loro premature scomparse. Una lezione di buona politica che oggi fa riflettere sulla degenerazione dei partiti. Allora come non ritornare alla questione morale , partendo dai partiti per non lasciare che quella rivoluzione rimanga ancora interrotta. Buona lettura. Enrico Berlinguer e "La questione morale" - Eugenio Scalfari - Repubblica 28/07/1981 La passione è finita? Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora... Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana. È quello che io penso. Per quale motivo? I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il ... risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle. E secondo lei non corrisponde alla situazione? Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane. Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive. In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità. Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura? Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani? Veniamo alla seconda diversità. Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata. Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti. Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi. Non voi soltanto. È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee? Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico. Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate. Dunque, siete un partito socialista serio... ...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo... Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società? No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese. Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no? Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta. Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché? La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude. Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere? Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili. Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito... Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati. E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare? Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire. Fonte: Eugenio Scalfari - Repubblica 28/07/1981
A "geo illogico". Tratto da "AFFONDI" di Felice De Sanctis, ("guarda caso" Direttore responsabile di "QUINDICI") - 2006 - pag.67. QUALITA' DELLA POLITICA - Si parla tanto di qualità della vita e poco della qualità della politica. Eppure proprio da quest'ultima dipende la prima. La gente, oggi più di ieri, quando si fa riferimento alla politica la considera in senso negativo: trionfo degli interessi personali, corruzione, imbrogli ecc.. A consolidare questa "fama" di una "disciplina" che dovrebbe essere nobile, contribuisce lo scenario italiano dove un uomo per difendere interessi personali e censurabili, "scende in campo" e blocca l'intero sistema in attesa che gli venga riconosciuta l'impunità al di sopra della legge. Ma quel che è più grave, è che c'è gente che segue questo Cavaliere che non ha nulla dei nobili cavalieri medioevali. Il risultato è lo scadimento della politica ad affare, proprio dopo la stagione di Tangentopoli che sembrava aver liberato il sistema italiano dal forte intreccio con gli interessi di bottega, strada naturale per la corruzione identificata con i partiti politici. Già Gaetano Salvemini in una lettera a Tommaso Fiore scriveva: "basta che dalla politica militante tu sia uscito per sempre: quella non è partica per la gente onesta". E, caduto il muro di Berlino e le ideologie del Novecento, sono nati i Movimenti, segno che la gente ha bisogno di politica, anche quando dice di rifiutarla.................. distruggendo apparentemente il vecchio sistema........il "bipartitismo imperfetto" non è riuscito a perfezionarsi............. Massimo d'Azeglio ammoniva: "meno partiti ci sono, e meglio si cammina. Beati i Paesi dove non ve ne sono che due: uno del presente, il Governo; l'altro dell'avvenire, l'opposizione. Un tale stato di cose è segno della robusta salute d'una nazione; è segno che in essa le questioni di vera utilità pubblica soffocano le questioni d'utilità private, di persone, di sette ecc.". Il risulttato? Una grande depressione, soprattutto a sinistra...................... Gli uomini politici attuali sembrano insensibili a qualsiasi stimolo. I cittadini chiedono risposte? E loro, anche a Molfetta, tacciono, non rispondono: c'è il rischio di esporsi troppo, di fare promesse o dire cose che poi non si riescono a mettere in pratica. .................Come formare oggi la classe dirigente? Dove? Come organizzare la partecipazione sociale, dopo il superamento delle contrapposizioni ideologiche. Con i partiti? Ma le sezioni sono sempre deserte. Con i movimenti? Ma la società civile, dopo la campagna elettorale, torna al suo lavoro, alla famiglia, al privato, perchè non trova spazio nel pubblico. O perchè non riesce a trasformarsi in partito?.................... Si tornerà ai politici di mestiere? In questo vuoto istituzionale, ma soprattutto politico, avanza il cosidetto "partito dei sindaci", simbolo di un federalismo in fieri, ancora molto indefinito. Dove è finita la politica a Molfetta? Dove sono i luoghi della mediazione politica?.......... Chi considera la politica un servizio? Qual'è il ruolo di un sindaco, oggi? Cosa si aspetta da lui e cosa egli può offrire? Tutti sanno solo chiedere da un posto di lavoro (che pure manca ed è tanto necessario) o una presidenza di commissione o di condominio, per acquistare "visibilità", come si dice oggi, perchè è più importante apparire che essere. "Non chiedete che cosa il vostro paese può fare per voi, ma che cosa voi cittadini potete fare per il vostro paese", disse il presidente americano John Kennedy nel suo discorso di insediamento. Ma non è più attuale. -

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