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Ricordo di un maestro degli anni '50 Angelantonio Altamura
15 aprile 2015

Era la seconda metà degli anni 50, quando a Molfetta ci si conosceva un po’ tutti, non c’erano le auto, prima del boom e prima che il consumismo cambiasse il paese e, chi si fosse trovato a passare da via Roma o da via Massimo d’Azeglio verso le cinque di pomeriggio avrebbe potuto incontrare due persone che camminavano a passo spedito. Uno era lo scrivente (che allora aveva 7/8 anni) e, per la verità, arrancava dietro il suo maestro di scuola; indossava il grembiule azzurro con il colletto duro bianco in plastica corredato di fiocco blu e sbatteva la sua cartella di qua e di là. L’altro era il professor Angealantonio Altamura nostro maestro delle elementari laureato in pedagogia e uomo di grossa caratura. Camminava ondeggiando, assorto nei suoi pensieri e lievemente curvo in avanti e con la borsa tenuta fra le mani incrociate dietro la schiena. In classe me lo ricordo sempre calmo, imperturbabile e un po’ sornione, non si arrabbiava mai, non l’ho sentito mai alzare la voce, però ci teneva tutti in riga col classico polso fermo in guanto di velluto. Sedeva in cattedra con le mani poggiate ad una riga nera (quelle che si usavano, una volta, negli uffici) con la quale minacciava le “spalmate” ai più discoli e a giudicare dai risultati si sono rivelate efficaci se non indispensabili… (una volta mi fece capoclasse e io bastonavo a tutt’andare così un pomeriggio dovetti scappare da un agguato tesomi dai compagni più scalmanati che volevano farmela pagare, così fini la mia carriera di capoclasse). Il “maestro”, così lo chiamavamo, non era un cerbero e distribuiva le spalmate raramente, con parsimonia e moderazione come era nel suo carattere mite e un po’ schivo. Quando dovevamo uscire, alla fine delle lezioni, ci imponeva il silenzio (“braccia conserte”) assoluto e poi lasciava uscire, una alla volta, noi alunni. Senz’altro non amava il rumore e la confusione e così evitava il caos dopo il suono della campanella. Parlava poco, ma una volta ci raccontò di aver quasi salvato la vita a suo padre, al quale era andato di traverso un grosso acino d’uva, dandogli delle forti pacche sulla schiena, e sottolineò che a tavola bisognava stare attenti e mangiare piano. Un’altra volta parlando delle processioni e di chi andava sotto alle statue sentenziò ‘’da s vete l’ommne’’ ad indicare la forza che ci voleva per portare quel peso. Poi quando arrivava il suo collega che, come si usava allora, portava a mano gli stipendi ridendo ci faceva alzare in piedi dicendo ‘’questo porta i soldi!!’’. Ogni tanto ci faceva cantare in coro il Nabucco e ci dirigeva con cura di c’insegnò a leggere a scrivere e a parlare col metodo globale nonché’ le tabelline e la matematica di base. Nella vita pubblica fu consigliere comunale e assessore con delega ai lavori pubblici negli anni 67 e 70 nelle file della Dc, ma soprattutto fu un precursore nel trattamento dei diversamente abili sostenendo la giusta (a mio modesto ma convinto parere di professore di sociologia) tesi dell’integrazione di quei soggetti nel tessuto sociale in cui venivano, di volta in volta a trovarsi (asili, scuola, lavoro), tale teoria, oggi viene universalmente accettata e sostenuta dalla legislazione in materia, lo vedeva allora come precursore intelligente ed operatore concreto ed efficace, in quanto realizzò completamente le sue idee durante il ventennio della sua direzione scolastica dell’istituto S. Giovanni Bosco di Molfetta dal 1964 al 1986. Caro professore, caro maestro (caro collega) io la ricordo con rispettoso affetto e immutabile stima insieme ai vari Pansini, Piccininni, Boffoli, Turci, Bellapianta, Angione, Albanese, Vilardi, De Cesare, De Robertis e altri, certamente tanti, che hanno imparato da lei non solo le varie materie di studio ma la l’onestà, la serietà, la laboriosità e la ricerca della serenità e della gioia nelle cose semplici.

Autore: Maurizio Sancilio
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