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Questa sera Felice de Sanctis parla di “giornalismo all'italiana” all'Upm di Molfetta Troppe informazioni, scarsa qualità, poca verità: un tema di grande attualità. Alle ore 19 nella sede dell'Università popolare a Corso Umberto, 70
23 aprile 2013

MOLFETTA – Questa sera alle ore 19 all’Università Popolare Molfettese (Corso Umberto, 70),  il dott. Felice de Sanctis (foto), giornalista economico della “Gazzetta del Mezzogiorno” e direttore di “Quindici”,  terrà una conversazione su un tema di grande attualità: “Giornalismo all’italiana. Troppe informazioni, scarsa qualità, poca verità”.
Introdurrà l’oratore la prof.ssa Ottavia Sgherza Altomare, presidente dell’Upm.
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Il giornalismo secondo Indro Montanelli (sintesi). - Noi giornalisti dobbiamo fare i conti con un nemico mortale. Anziché combatterlo, ci siamo messi al suo servizio: è la televisione. Ho le stesse idee di Popper, la televisione è la più grossa iattura che potesse capitarci, perché è stata utilizzata in modo tale da esserlo. I giornali sono diventati i megafoni della televisione, per questo troviamo titoli a otto o nove colonne su Pippo Baudo o la Parietti. La televisione potrebbe essere un grande strumento di cultura, ma non lo è. Questi però sono affari suoi. Ciò che è affar nostro è di esserci messi a fare i megafoni, copiandone anche i costumi e riconoscendone la supremazia. L'Italia, oltre ad aver sempre mescolato il serio con il futile, ha sempre preso il futile come l'unica cosa seria. E noi non facciamo che adeguarci, portando agli eccessi questa perversione del nostro costume. Ma c'è di peggio. La televisione insegna ed apre la strada al protagonismo, che portato nel giornalismo ha effetti catastrofici. La televisione aizza quel pessimo incentivo tipico dei cattivi giornalisti, la ricerca a tutti i costi dello scoop. Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c'è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori. Chi di voi vorrà fare questo mestiere, si ricordi di scegliere il proprio padrone, il lettore. Si metta al suo servizio e parli la sua lingua, non quella dell'accademia. Porti la cultura dell'accademia alla comprensione. Badate che questo è stato il più grave dei tradimenti commessi in Italia, e ne sono stati commessi parecchi. Volete le prove? Prendete un qualsiasi scritto di chiunque dell'Italia del '700 e mettetelo a confronto con le pagine dell'enciclopedia francese. Le pagine di Voltaire, di D'Alembert, sono chiare e limpide, tutto si capisce. Nelle altre non si capisce nulla: lingua togata, irreale, del principe. Lingua di cultura al servizio del signore, che poi è diventato partito. E quindi è anche peggiorata, perché era meglio servire un duca o un cardinale che un partito. Era meno ignobile, anche se era ignobile anche quello. Ricordatevi che la cultura in Italia non si è mai diffusa, quel poco che è stato fatto è stato fatto dal giornalismo. Se volete fare questo mestiere, questo è l'impegno che dovete assolvere. Per farlo non c'è sofferenza che ve ne possa sconsigliare, e questo mestiere è bellissimo. Non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun'altra cosa. (Indro Montanelli)


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