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Percorso donna, blitz dei carabinieri all'ospedale. Prosegue l'inchiesta di Quindici: niente fatture, ma misteriosi bollettini di pagamento
15 marzo 2014

Percorso donna: ancora misteri. Continuano le voci sulla sospensione di “Percorso donna”, il servizio di eccellenza per la prevenzione dei tumori femminili erogato dal Presidio ospedaliero Mons. Bello di Molfetta. Nel numero di febbraio Quindici si era già occupato della sospensione del servizio, per il quale i vertici della Azienda Sanitaria avevano dato ampia disponibilità ad adottare tutte le misure per una celere ripresa. Nei primi giorni di marzo i carabinieri hanno eseguito un blitz, su ordine della Procura della Repubblica di Trani per un’inchiesta su presunti ammanchi di denaro e irregolarità nella gestione del servizio. Per usufruire degli esami previsti, le utenti si recavano al quinto piano del nosocomio molfettese ove munite soltanto di richiesta per check-up senologico (mammografia, ecografia e visita senologica), versavano direttamente nelle mani dell’operatrice 92, 30 euro, equivalente dell’importo di due richieste una delle quali, quella relativa al check-up ginecologico (ecografia, pap-test e visita ginecologica), veniva compilata direttamente in direzione sanitaria. La paziente, al momento, non riceveva alcuna fattura di quanto pagato, ma questa veniva inviata direttamente al domicilio della stessa. Dopo l’articolo apparso su Quindici di febbraio, sono pervenute in redazione alcune segnalazioni di utenti che hanno espresso, come prevedibile, dissenso per un servizio che non era gratuito, ma che permetteva in una o due giornate, di fruire di un checkup completo. Una lettrice ha lamentato, inoltre, il ritardo con il quale è venuta in possesso del documento attestante il pagamento da lei effettuato per fruire dei servizi offerti da Percorso donna. La lettrice ha dimostrato di aver effettuato check-up senologico nel mese di maggio 2013 e check-up ginecologico il mese successivo. Ha pazientemente atteso l’invio della fattura al proprio domicilio e ad ottobre ha cominciato a telefonare in direzione sanitaria, col timore di non aver dichiarato la nuova residenza. Agli inizi di novembre si presentava per richiedere check-up per l’anno 2014 ma la fattura, nuovamente richiesta, non veniva consegnata. “Torni a gennaio per essere inserita nella lista d’attesa e la fattura verrà inviata al nuovo domicilio a breve”, affermava la dipendente. La lettrice-utente è tornata agli inizi di gennaio 2014 quando ha avuto l’amara sorpresa della sospensione del Percorso donna. E la fattura? Ancora nulla. E’ tornata agli inizi di febbraio in direzione sanitaria e all’ennesima richiesta di fattura, ha ricevuto dall’impiegata, una busta bianca chiusa, all’interno della quale vi era un bollettino di conto corrente postale il cui beneficiario è la ASL, come se la medesima utente si fosse recata essa stessa all’ufficio postale per pagare il giorno 28 novembre 2013, con l’aggravio del costo del bollettino (1,30 euro), l’importo di 92,30 euro, per visite e indagini diagnostiche fruiti a maggio e giugno. In pratica, la ASL avrebbe erogato servizi e concesso fiducia all’utente, permettendole di andare a pagare il bollettino diversi mesi dopo, all’Ufficio postale di Molfetta 07/127 Via Raffaele Cormio, solo che l’utente giovedì 28 novembre si trovava all’estero con familiari e precisamente a La Valletta (Malta)! Naturalmente, afferma la lettrice, tutto ciò è dimostrabile anche attraverso una perizia calligrafica. Perché un bollettino anziché fattura e perché mesi dopo la fruizione dei servizi? Perché è stato pagato da “qualcuno” nello stesso mese in cui è stato sospeso? Chi è il “qualcuno” che ha pagato per l’utente? Questa anomalia nei pagamenti e fatturazione può essere all’origine o comunque aver influito sulla decisione della sospensione di Percorso donna? Se ci sono delle responsabilità, è bene che vengano fuori e che la magistratura punisca eventuali illeciti. Sarebbe auspicabile che i vertici ASL mostrino la consueta disponibilità e dichiarino i veri motivi ed eventualmente i nomi di coloro che hanno causato la sospensione del servizio. E’ un diritto delle donne e segno di rispetto verso coloro che si sottopongono ad esami, anche invasivi, per prevenire malattie per il bene non solo di se esse stesse ma anche dei propri cari, perché una donna sana può solo produrre benessere al prossimo.

Autore: Beatrice Trogu
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