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Parafarmacie, gli effetti della liberalizzazione. L'esperienza di una giovane dottoressa
15 febbraio 2008

L'entrata in vigore della legge n. 223, 4 luglio 2006, che converte il “decreto Bersani” sulle liberalizzazioni, ha goduto di grande clamore di stampa, suscitando molte discussioni e anche alcune contestazioni feroci (tassisti, avvocati e farmacisti per fare solo alcuni esempi). Nella nostra provincia, e negli ultimi tempi anche nella nostra città, ciò che inizia a suscitare una certa attenzione da parte del cittadino-consumatore, ma anche di giovani neo-laureati in cerca di prima occupazione sono le parafarmacie. Si iniziano a tirare le somme sugli effetti del decreto per la liberalizzazione della vendita dei farmaci OTC (on the count - da banco) e SOP (senza obbligo di prescrizione): a circa un anno e mezzo dal via libera voluto dal ministro Pierluigi Bersani, sono 1.664 le parafarmacie aperte in Italia; un vero e proprio boom delle nuove attività. I numeri, forniti direttamente dal ministero dello Sviluppo economico, sono aggiornati al 25 ottobre scorso. Nel dettaglio sappiamo che sono state aperte 185 parafarmacie in grandi strutture, 107 in esercizi di medie dimensioni e 1.372 esercizi di vicinato. Per approfondire la conoscenza di queste nuove strutture farmaceutiche, soprattutto per testare la soddisfazione professionale di chi vi lavora, ma anche la qualità del servizio reso al consumatore abbiamo avvicinato una giovane dottoressa neo-laureata, con ottimi voti, in chimiche e tecnologie farmaceutiche, impiegata in una parafarmacia della provincia barese. Ormai è da diversi mesi impiegata in una parafarmacia di Bari; come valuta la nascita di queste nuove strutture: un'opportunità occupazionale da sfruttare o il troncamento defi nitivo di ogni velleità professionale? «Come primo impiego è sicuramente un'esperienza positiva, si trova subito lavoro, le richieste sono rilevanti in tutta Italia, e se sei fortunato come me trovi anche occupazione vicino casa. Da un punto di vista professionale non è il massimo delle mie ambizioni, dopo un lungo e faticoso percorso universitario». Prima di incominciare effettivamente l'attività lavorativa ha affrontato un particolare periodo di formazione, ad esempio l'affi ancamento a personale esperto come avviene in farmacia? «No questo non è avvenuto anche perché non ce n'è bisogno. Per spiegare ad un cliente la funzionalità di un'aspirina o di una caramella per la gola è più che suffi ciente la formazione universitaria. La formazione che ho ricevuto ha riguardato sostanzialmente il marketing, la predisposizione dei prodotti sugli scaffali, come convincere ed orientare il cliente verso l'acquisto di determinati prodotti, il più delle volte costosi. Il nostro, sostanzialmente, è un lavoro di immagine, si attira il cliente con la possibilità di acquistare farmaci da banco con il 20% di sconto, poi il camice bianco e la spilla di riconoscimento che indossiamo, la nostra professionalità accademica, potrebbero risultare particolarmente convincenti per indurre all'acquisto di prodotti più costosi. Non le nascondo che se un cliente ha mal di testa gli consiglio l'omeopatico anziché il farmaco, in quanto maggiormente remunerativo. Potremmo dire che se la commessa di un negozio di abbigliamento attende prima la scelta del capo da parte del cliente e poi interviene, noi cerchiamo subito di spingerli verso determinati prodotti non appena ascoltiamo le loro necessità». Ritiene che i consumatori abbiano ricevuto più vantaggi e servizi migliori con la nascita delle parafarmacie? «Forse è ancora troppo presto per parlare di evidenti vantaggi per i consumatori, anzi vendendo contemporaneamente farmaci, prodotti da erboristeria e per la bellezza potrebbero essere anche più confusi non riuscendo a comprendere la nostra attività. Diciamo che se prima l'aspirina la compravano solo in farmacia, ora la comprano anche da noi con qualche sconto in più, senza chiedere particolari spiegazioni per il loro uso, in quanto i farmaci OTC e SOP sono ampiamente diffusi e conosciuti; si può dire che su 100 persone solo 20 chiedono particolari chiarimenti. Ritengo che a differenza della farmacia, la parafarmacia sia il luogo più ideale per la vendita dei prodotti per la cura del corpo e dell'immagine, in quanto il contesto ambientale è più informale, defi niamola una profumeria più specializzata». Si sente gratifi cata professionalmente? «Sono convinta che la parafarmacia è un buon trampolino di lancio per i neo-laureati, s'impara, con l'auto-formazione, la gestione e l'organizzazione di un esercizio commerciale, e guadagnare sin da subito più di mille euro al mese è sicuramente positivo; inoltre, siamo in una vetrina dove ci possiamo far notare da farmacisti titolari di farmacie, molto spesso vengono a curiosare tra i nostri prodotti, forse per vedere i prezzi, ma non escludo che qualcuno di loro possa farmi una proposta lavorativa per la sua struttura farmaceutica. Ciò che mi preme evidenziare è che anche in questo ambito professionale vi sono delle differenze tra Nord e Sud d'Italia; in questi tempi, ho avuto la possibilità di confrontarmi con una mia amica che lavora in una parafarmacia in Lombardia. L'ho sempre sentita soddisfatta del suo impiego, ha un confronto professionale con i clienti che si comportano come se entrassero in una farmacia, chiedendo consigli e chiamandola dottoressa, invece a me il più delle volte si rivolgono con il classico “mi scusi signorina”; non si occupa della pulizia dei locali ed anche per quanto concerne gli incassi ci sono delle differenze, qui da noi intorno ai 500 euro al giorno, da loro anche 3.000-4.000 euro al dì. Per quanto mi riguarda, da quando lavoro in parafarmacia, non ho mai smesso di trovare un altro impiego e se un domani non avessi un lavoro e qualcuno mi proporrebbe di lavorare nuovamente in una parafarmacia non accetterei; bisogna però ammettere che qualsiasi esperienza lavorativa dal cameriere, al muratore, al dottore è sempre positiva e formativa». Questo è il parere, per alcuni tratti anche lo sfogo, di un'addetta ai lavori; sicuramente la fase iniziale delle liberalizzazione promosse dal ministro Bersani non potrà apportare benefi ci a tutti, ma in questo caso almeno ha innescato un processo di unione di una nuova categoria, i liberi farmacisti, che iniziano a far sentire la propria voce, chiedendo che nel prossimo decreto sulle liberalizzazioni, in fase di discussione parlamentare, sia prevista la vendita dei farmaci di fascia C (con obbligo di prescrizione) in esercizi già abilitati alla vendita di farmaci da banco e l'abolizione della pianta organica che limita a determinati parametri il numero di farmacie e parafarmacie presenti in un paese. Forse solo in questo modo si innescherebbe un vero processo concorrenziale che porterebbe da un lato i consumatori a risparmiare effettivamente sulla spesa farmaceutica (si parla di una stima di 600 milioni di euro all'anno che gli italiani risparmierebbero) senza pregiudicare la sicurezza e la qualità del servizio farmaceutico, e dall'altra si consentirebbe la libertà di esercizio professionale a tutti i farmacisti laureati e abilitati all'esercizio della professione (e anche a Molfetta ve ne sono diversi), che oggi di fatto non possono svolgerla in virtù di una supremazia di una corporazione, quella dei titolari di farmacie, chiusa ed elitaria. Non è il luogo che legittima un professionista, ma è un professionista che legittima il luogo; quindi è il farmacista che determina il luogo della salute e non il contrario.
Autore: Roberto Spadavecchia
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