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Oltre la siepe
15 settembre 2007

Quando entrai per la prima volta in quella villa non feci eccessivamente caso all'alta siepe che la circondava. Cercavo un luogo isolato, fuori dal mondo per concentrarmi indisturbato e scrivere quel libro che da tanto tempo mi frullava nel cervello. La costruzione era a un solo piano a livello del suolo con grandi arcate, bianchissima, di stile prettamente mediterraneo. Di una bellezza semplice, pulita dava un gran senso di pace, forse per quel silenzio nel quale il rumore dei miei passi pareva profano. Riuscii presto ad adattarmi e i primi giorni passarono velocemente. Avevo comprato provviste per una settimana deciso a non uscire più di un altro paio di volte in quel mese di affi tto. Volevo che nulla mi disturbasse perché sentivo che presto la mia mente avrebbe partorito un 'opera eccezionale. Avevo accuratamente esplorato l'interno della villa, la rimessa e persino il piccolo pozzo che risultò soltanto un abbellimento. Il giorno dopo fu la volta del giardino. Pochi arbusti, qualche cespuglio di fi ori che fi ancheggiava il vialetto d'accesso, un piccolo aranceto alle spalle... e la siepe. Era altissima, mediamente intorno ai quattro metri, ben squadrata e curata. Non un ramo cresceva fuori posto o sporgeva più degli altri. Mi chiesi chi potesse avere la pazienza di tenerla in uno stato così perfetto, ma poi tutto fi ni lì, senza dare al fatto eccessivo peso. In fi n dei conti ero stato proprio io a chiedere, con l'annuncio sul giornale, un posto veramente isolato. E avevo visto quello. Non ce n'era uno migliore per le mie esigenze. Nessun. rumore veniva dall'esterno, ma quello che mi sorprese di più fu l'assoluta mancanza di un cinguettio o del canto di una cicala. Non riuscii a vedere un solo insetto. Finalmente l'ispirazione giunse e fu un fi ume tumultuoso. In tre giorni buttai giù quasi due capitoli scritti cosi bene che fui subito certo che avrebbero avuto bisogno soltanto di una leggera revisione e questo era davvero raro data la mia estrema pignoleria. Stavo per attaccare il terzo capitolo quando distrattamente il mio sguardo si posò sulla siepe oltre la fi nestra. C 'era qualcosa che non andava. Lasciai il portatile e uscii fuori un tantino perplesso. Ricordavo che, sulla destra della villa, proprio dalla parte della fi nestra, vi era un boschetto di pini molto più alti della siepe, quindi dall'interno avrei dovuto vederne le cime, ma oltre la siepe non si notava nulla. Davvero strano. Non era possibile che avessero abbattuto tutti gli alberi vicini al confi ne, almeno non in quei pochi giorni che ero li. E in assoluto silenzio. Sollevai le spalle e tornai al mio romanzo. Quella sera mangiai distrattamente. Due passi fuori nel giardino per digerire. La serata era calda, non afosa, piacevole. Il cielo doveva essere coperto perché non mi riuscii di vedere una sola stella. A pochi. chilometri c'era una grande città e certo, guardando verso est, avrei dovuto vedere il chiarore delle luci nel cielo notturno. Ma il cielo era di un nero opprimente. Andai a dormire con la bocca amara. L'indomani cercai di concentrarmi sul libro senza riuscirci. Inevitabilmente lo sguardo dal foglio scivolava alla fi nestra e correva oltre per posarsi sulla siepe. Dovevo chiarire quel fatto. Ero certo che c'era sotto il solito stupido errore da parte mia e che si sarebbe tutto concluso con una risata. Ma dovevo farlo, cosi andai su tutte le furie quando non riuscii a trovare le chiavi del cancello. Di ferro lavorato in barre quadrate di un paio di centimetri di lato, quindi molto robuste, dalla parte esterna gli era stata saldata una spessa lamiera che non permetteva a un estraneo di guardare dentro, ma, e ci feci caso soltanto allora, anche a me di guardare fuori. Quel fatto mi era piaciuto all'inizio poiché mi teneva lontano da sguardi indiscreti, ma in quel momento mi parve eccessivo. Cercai di non innervosirmi convincendomi che prima o poi la chiave sarebbe sbucata fuori da qualche parte. Eppure quella siepe... C'era un ulivo i cui rami contorti si avvicinavano quasi a sfi orare il tetto della villa. Non c'erano scale di alcun tipo per cui decisi di arrampicarmi su quell'albero per salire più in alto possibile. L'arrampicata fu facile e non priva di una certa soddisfazione per la buona effi cienza del mio fi sico non più giovanissimo. Volsi lo sguardo verso il cespuglio. Nulla. Era impossibile. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a distinguere nulla che non fosse quel cielo celeste chiaro che mi sovrastava. Certo il terreno intorno era tutto pianeggiante senza neanche una collina che fosse più di un cumulo di terra, ma, almeno in lontananza, qualcosa avrei dovuto vedere. Non so, il tetto di un edifi cio, un serbatoio d'acqua sopraelevato, un campanile. Nulla. Scesi nervosamente procurandomi numerose escoriazioni. Ormai tutto era diventato assurdo. Decisi di passare alle maniere forti. Quasi di corsa entrai nella rimessa dove, appesa a un chiodo avevo visto in precedenza una grossa cesoia. L'afferrai e con decisione andai verso la siepe. I primi rami vennero via facilmente, poi ne incontrai di più grossi e divenne sempre più diffi cile tagliarli fi n quando mi trovai di fronte una impenetrabile barriera vegetale fatta di robusti rami con almeno cinque centimetri di diametro che si intrecciavano gli uni con gli altri e che non riuscii a tagliare in alcun modo. Con rabbia gettai a terra l'arnese e cercai di arrampicarmi. Fu tutto inutile. I piccoli rami superfi ciali si spezzavano facilmente mentre le mie mani e i miei piedi non riuscivano a trovare un appiglio su quelli più grossi molto bene intrecciati tra loro. Con un enorme sforzo di volontà riuscii a calmarmi, ormai stavo per dare fuoco all'arbusto certo però di non ottenere nulla. Mi ritirai sconfi tto in casa in preda a una spiacevole sensazione di prigionia. L'alba grigia mi trovò con gli occhi spalancati a fi ssare il candido soffi tto. Avevo passato gran parte della notte a cercare la maledetta chiave, ma invano. Non c'era mobile che non avessi spostato e svuotato, non c'era vestito magari anche mai messo in quella occasione che non avessi frugato. Eppure pareva che la chiave fosse svanita nel nulla. I miei appunti giacevano sparpagliati sul tavolo e questo era un sintomo piuttosto evidente della mia esasperazione. Avevo paura di uscire, avevo paura di trovarmi ancora intorno la siepe. Preferivo restare a letto a convincermi che era tutto il solito banale incubo. Mille volte durante quella specie di dormiveglia che era stato il mio sonno avevo rivisto lo sguardo divertito del proprietario che mi assicurava un isolamento completo, mille volte avevo riudito il rumore del cancello che si richiudeva alle mie spalle. Ero anche arrivato a illudermi che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a cercarmi. L'indirizzo l'avevo lasciato a qualche mio amico, ma quando? Tutti, amici e collaboratori, sapevano che per circa un mese non volevo essere assolutamente disturbato e, con un brivido ricordai di aver aggiunto: -…anche più di un mese, quindi non rompete e lasciatemi in pace se volete il nuovo libro. Cosa avrei mangiato? Dovevo sopravvivere per riuscire a trovare una soluzione, la dispensa era praticamente vuota. Sarei dovuto uscire a fare spese... già... sarei dovuto uscire... E un'idea mi attraversò la mente. Nuovamente corsi nella rimessa. C'e1'a una lunga pertica che i contadini usavano per far cadere le olive dagli alberi negli appositi teloni stesi sotto. Era robusta e piuttosto fl essibile. L'idea era semplice: avrei cercato di scavalcare la siepe con un salto usando quell'asta. Ai tempi dell'università ero stato un discreto saltatore con l'asta. Certo l'altezza della siepe non era mai stata alla mia portata eppure non era un salto impossibile. Dovevo tentare. Passai un paio di giorni ad allenarmi e con soddisfazione notai che ero in forma. Il bastone si mostrò adatto allo scopo. Mi preparai in maniera impeccabile. ... Il giorno del tentativo era grigio e alquanto freddo. Avevo pulito accuratamente la striscia di terreno che doveva servirmi da pedana e avevo scavato la cassetta, una buca nella quale andava infi lata la punta dell'asta, ai piedi della siepe in un punto che ritenni adatto allo scopo. Stupidamente mi parve di sentire la folla acclamare intorno a me e sapevo bene che creavo quella situazione per aumentare la mia carica emotiva. Feci un breve riscaldamento. Poi partii. I piedi percuotevano il terreno con forza e decisione e non appena li staccai dal suolo con l'asta infl essa allo spasimo seppi che ce l'avrei fatta, non avevo mai eseguito uno stacco cosi perfetto. Forse sarà stato merito dell'asta, forse della disperazione, non so. Fatto sta che scavalcai abbondantemente la siepe. E la oltrepassai. E quello che vidi oltre fu il nulla. Il vuoto. L'Assenza Totale. E' da allora che sto cadendo.
Autore: Donato Altomare
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