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Olio e mercanti a Molfetta nel primo Cinquecento. Il doganiere tenta il colpo
15 novembre 2006

Il documento inedito che andiamo a pubblicare, oltre che per la sua intrinseca rarità, è importante perchè consente di integrare le nostre conoscenze almeno in tre ambiti di ricerca: l'esportazione di olio dal porto di Molfetta nei primi anni del Cinquecento; le modalità delle tasse d'imbarco delle navi; l'identità e patria dei mercanti. Nel febbraio del 1511 una nave carica olio nel nostro porto per conto di tre mercanti tranesi, Leonardo Jacopo de Boctunis, Tobia de Gentile, e Cesare de Gello. Subito dopo la partenza, ed ancora in vista del molo, fa naufragio, o comunque perde il carico, forse malamente stivato. Successivamente i tranesi imbarcano altro olio su di un altro vettore, e il locale Doganiere impone su di esso una regolare tassa d'esportazione, senza tener conto del precedente evento. Al che i tre inviano una petizione alla Camera della Sommaria in Napoli, supremo Tribunale del Regno in materia di contenzioso fiscale, protestando per il comportamento del funzionario, che aveva eluso la norma che consentiva di esportare in franchigia una quantità di merci pari a quella naufragata in porto, o in vista di esso. La Sommaria accoglie il reclamo dei mercanti, e ordina al Doganiere di attenersi alla norma. Purtroppo non disponiamo della Petizione, che doveva essere più lunga e circostanziata in merito all'accaduto, ma soltanto di questa breve ingiunzione al Doganiere di Molfetta. Lo "jus exiturae" tassava l'uscita della merce dal porto, e non va confuso con lo "jus fundaci", relativo invece al deposito temporaneo nel magazzino di dogana. Ma le illecite pretese dell'ufficio molfettese dovevano essere alquanto frequenti. Nell'ottobre del 1490 Berardino Beltrami era ricorso alla Sommaria perchè il Doganiere di Molfetta aveva indebitamente riscosso da lui i diritti su di un carico di acciaio diretto a Messina, "non obstante che non havesse quello venduto, nè altramente contractato in detta città, ma solum nce era per transito". Vediamo ora di delineare molto sinteticamemte la struttura e l'articolazione operativa dell'organizzazione doganale marittima nella tarda età aragonese, previe alcune doverose premesse. Innanzitutto, come è noto, buona parte degli uffici del Regno potevano essere demaniali, infeudati, o appaltati: questi ultimi in toto o a percentuale. Di norma, la diversa titolarità non avrebbe dovuto modificarne il funzionamento: di fatto ciò avveniva, creando confusione lungaggini e contenziosi. Inoltre gli eventi bellici che funestarono buona parte del periodo aragonese produssero una cronica incertezza ed insicurezza del diritto, anche in materia di traffici e di commercio. Infine il Sovrano per esigenze diplomatiche, per interessi dinastici, personali, o semplicemente per debiti, interveniva pesantemente, avocando funzioni, riscuotendo in proprio, vendendo licenze, esenzioni e privilegi, modificando normative, concedendo una miriade di favori a speculatori e prestatori di ogni tipo. Ciò premesso, diciamo che di norma la custodia dei porti e dei litorali, per quanto riguardava il ramo civile, era affidata, sin dagli angioini, ai Maestri Portolani, alti funzionari di nomina regia,dipendenti gerarchicamente ed operativamente dalla Camera della Sommaria. Quello di Puglia estendeva la sua giurisdizione dalla foce del Fortore a Monopoli, e risiedette a Trani, e poi a Barletta. Era coadiuvato da un certo numero di ufficiali minori: un auditore o assessore, un notaio, un archiviario, un credenziere o contabile ispettore, un misuratore, oltre a numerosi impiegati e subalterni. Nei porti minori nominava suoi luogotenenti. Queste le sue mansioni più importanti: impedire la costruzione di porti e scali da parte dei feudatari, impedire l'esportazione di merci proibite, controllare i movimenti portuali e riscuotere i numerosi diritti da essi derivanti, compresi quelli, molto importanti, delle tratte, o licenze di esportazione, rilasciare il cosiddetto "responsale", con l'indicazione del mercante, della nave, delle tasse pagate, della natura del carico, del porto di destinazione. Il servizio doganale vero e proprio, quello cioè legato alle barriere d'entrata ed uscita dai porti, alle imposte di spedizione, alle merci speciali, alla tutela dei generi di monopolio o di importanza militare, spettava in realtà al Secreto, un altro funzionario di antica nomina regia. Esso costituiva la cosiddetta Secrecia. Di fatto però, soprattutto in età aragonese, le due cariche, con rispettive funzioni dipendenze ed addetti,si cumulavano nella stessa persona, che si intitolalva da noi Maestro Portolano e Secreto di Puglia. Il Doganiere che nel nostro documento tassa indebitamente i tre mercanti, è in realtà un luogotenente del Maestro Portolano pugliese, ed infatti l'ingiunzione gli proviene direttamente dalla Sommaria napoletana. Il movimento commerciale tranese e più in generale di Terra di Bari, fu investigato nei lavori di Carabellese, Beltrani e Vitale. La documentazione pubblicata da quei benemeriti studiosi più di un secolo fa, testimonia la grande vitalità di quello scalo, e l'intraprendenza degli operatori indigeni, che riescono a contrastare efficacemente l'imperialismo veneziano, sostenuto dalla flotta, ed il capitale straniero,a cominciare da quello fiorentino. I mercanti del nostro documento, de Boctunis, de Gentile, e de Gello, appartengono a tre delle famiglie più ricche, e maggiormente coinvolte in operazioni commerciali, interessate all'esportazione di olio, vino, frumento, derivati di prodotti agricoli, e bestiame. Come spesso avviene, sono anche unite da legami di parentela. Probabilmente, per contrastare più efficacemente la concorrenza, si sono costituite in Società o in Compagnie: acquistano all'ingrosso derrate che poi rivendono sulle piazze adriatiche, e non solo, avvalendosi delle informazioni e dell'attività di loro agenti: spesso anche le navi sono armate a loro spese. Sappiamo che intorno al 1480 Ferdinando d'Aragona deve 1200 ducati a Cola e Pellegrino de Gello, e 121 Gabriele Gentile; anni prima, un altro de Gello, Mele, risulta creditore dell'Università di Molfetta insieme a Francesco Spina. Spesso, soprattutto da parte regia, questi debiti venivano estinti con la concessione di tratte, vale a dire franchigie di esportazione per determinate quantità di merce. Quanto ai de Boctunis, la loro vicenda meriterebbe da sola un libro a parte. Dobbiamo purtroppo interrompere il discorso su di una materia di grande interesse, e a volte affascinante. Aggiungiamo soltanto che i tre mercanti citati sono tutti neofiti, detti anche "cristiani novelli", appartengono cioè a famiglie di origine ebraica convertitesi al cristianesimo in tempi recenti. Anche qui non più di un accenno. Controllati e malamente tollerati in un continuo alternarsi di concessioni e divieti, spogliati dei loro averi, usati come capri espiatori in ogni crisi sociale, discriminati anche nei loro abiti (dovevano portare sul petto un cerchio di panno rosso), riescono tuttavia a monopolizzare buona parte del commercio marittimo tranese fino alla fine della dinastia aragonese. La loro conversione non viene mai considerata autentica, ed il trattamento loro riservato è assimilabile a quello tenuto nei confronti degli ebrei ortodossi. Con l'instaurarsi del Viceregno spagnolo, si aggravano le limitazioni personali e professionali, fino ai decreti definitivi di espulsione del 1539. La loro diaspora coinciderà e contribuirà al declino della prosperità commerciale della Terra di Bari. La secolare produzione olearia dell'agro molfettese è testimoniata in numerose fonti,sia locali che indirette, e questo documento ne fornisce un'ulteriore conferma. La mancanza di dati quantitativamente e cronologicamente più consistenti impedisce però una valutazione più organica e analitica della quota di produzione esportata da Molfetta, e della sua provenienza. D'altra parte, è anche possibile che un'eventuale minore volume di traffico sia da imputare alle ridotte capacità ricettive del nostro porto, o alla sua pericolosità. Si spiegherebbero in tal senso le continue richieste di riparazione ed ampliamento del molo rivolte dalla nostra Università alle diverse autorità competenti. Nel 1464 essa chiede a Ferdinando d'Aragona di poter imporre alle navi una specifica e temporanea tassa d'entrata, per la riparazione e completamento del molo. Una analoga richiesta, del 1484, è riportata in un anonimo frammento inedito di cronaca molfettese, pubblicato da Francesco Carabellese nel 1899. Nel 1494 la Camera della Sommaria stanzia una somma sempre per gli aggiusti al molo. E potremmo continuare. Insomma la più volte lamentata inadeguatezza del porto molfettese potrebbe nascondere l'impossibilità di smaltire partite olearie in partenza, magari forzosamente dirottate su scali vicini, con aggravio di spese per gli operatori commerciali, e perdita di entrate doganali. Ma questa resta soltanto una ipotesi. Dohanerio: noviter e stata presentata peticione in questa Camera per parte de li onorabili leonardo Iacobo de boctunis: tobia de gentile et cesar de gello mercanti de la cita de trani de la quale presentibus inclusa ve mandamo copia Et perche quando se pate naufragio in lo locho dove se carreca o vicino adeo che se vede dal loco dove se carreca se deve permectere iterum extrahere la quantita naufragata senza pagamento: pero ve dicimo et officii auctoritate qua fungimur comictimo et comandamo che essendo vero quello in dicta peticione se contene debiate permectere che dicti mercanti possano extrahere altrotanto oglio da quessa cita quanto era quello naufragato et perduto, liberamente et senza pagamento de exitura o altro impedimento Et non fate altramente (etc) datum (etc) die xii februarii 1511. hyeronimus de francesco locumtenens. Iacobus raparius pro magistro actorum Dohanerio melficte
Autore: Ignazio Pansini
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