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Motti e usi della malavita ottocentesca I nostri detti memorabili
15 febbraio 2000

di Marco de Santis Tra le espressioni dialettali inedite, di cui in più di un'occasione mi è stata chiesta la ragione, figura il modo di dire cu tàgghjë mbàccë (col taglio in faccia), pronunciato col movimento dell'unghia del pollice lungo la guancia, che ha il significato di "ottimo, eccellente, coi fiocchi". Il detto, che preso per se stesso potrebbe risultare sibillino, inserito nel suo contesto si chiarisce come indizio di coraggio nella lotta all'arma bianca, non diversamente dalla definizione latina cicatrices adversae per le cicatrici di ferite sul petto, segno di ardimento e mancanza di viltà per i romani. Similmente un individuo ferito sul viso e non alle spalle nei duelli rusticani dava, "col taglio" subìto, la prova evidente della sua prodezza. Dunque l'espressione rinvia al mondo della malavita ottocentesca, camorra compresa, che risolveva a coltellate (mêzzàtë dë crëttìëddë) le controversie personali e di gruppo con il coltellaccio da tasca (la sparrë) o con il coltello a serramanico (u crëttìëddë ê mmóllë). In questo ambiente è nato anche il precetto proverbiale Curë c'av'a scì chêmënénnë lê nóttë, av'a prëttà u crëttìëddë, Chi deve camminare di notte, deve portare il coltello (a sua difesa). Un altro modo di dire rientrante in questa categoria fraseologica è mèttë u crëttìëddë nghênnë, mettere il coltello alla gola, nel senso di costringere, obbligare con la violenza. Di segno opposto è il detto registrato da Rosaria Scardigno nel suo Nuovo lessico molfettese-italiano (Mezzina, Molfetta, 1963, p. 172): Tuttë s'acciàitë senza crëttìëddë, "s'ammazza senza coltello, è un vanesio che dà somma importanza a sé e alle cose sue". Quando si pensa alla camorra e alla malavita del secondo Ottocento, il pensiero corre facilmente alla figura del guappo (u uuàppë) e alle sue braverie (rë uapparàjë) tramandate dal teatro, dal cinema e dalla televisione. In realtà il guappo non coincide necessariamente col camorrista. Il guappo è un prepotente o un malavitoso che si distingue per il suo comportamento violento e smargiasso. A volte è un semplice millantatore, uno spaccone di solito incapace di mettere in atto le sue rodomontate e perciò qualificato come guappo di cartone (uàppë dë cartòënë). In tal senso è il parente povero del Miles gloriosus di Plauto, del Rodamonte di Boiardo, del Rodomonte di Ariosto, dello Scaramuccia di Tiberio Fiorilli e dei vari Capitan Fracassa e Spaventa. Nella Molfetta del secondo Ottocento gli affiliati alla Camorra (Chêmòrrë), relativamente pochi, si distinguevano, per gerarchia ascendente, in giovani attivi (ggiùvënë attivë), picciotti (pëcciùttëlë) e camorristi (chêmurrìstë o chêmburrìstë). La riunione di più camorristi si chiamava paranza (parênzë), mentre i raggruppamenti di picciotti o giovani attivi erano detti chjurmë o rócchjë. A Napoli, dove la Bella Società Rifurmata poteva contare su un numero molto più elevato di malviventi, la Camorra si divideva in società maggiore, formata dai cammurristi, e minore, costituita dai picciuotti 'e sgarro e dai giuvinotti onorati o picciuotti d'annóre, inizialmente esclusi dalla divisione delle tangenti. Questi ultimi si riunivano in chiorme, laddove i camorristi si riunivano in paranze comandate ciascuna da un caposocietà o capintitro, da cui dipendevano anche i picciotti e i giovanotti onorati del relativo quartiere. Fra i camorristi più ardimentosi delle "paranze" di Porta Capuana veniva scelto il capo supremo, detto capintesta, cui dovevano obbedienza tutti i capisocietà dei diversi quartieri e, ovviamente, tutti i rispettivi subalterni. Le questioni personali o d'onore si risolvevano col duello al coltello, detto sgarro o zumpata. Inizialmente il furto era escluso dalle finalità della Camorra napoletana, che ricavava i suoi proventi svolgendo compiti di "giustizia" per i cittadini poco fiduciosi nelle istituzioni dello Stato borbonico e soprattutto incamerando tangenti da tutte le attività controllabili, lecite o illecite. La tangente versata ai camorristi partenopei si chiamava sbruffo. A Molfetta, invece, la tangente era detta nzògnë, che propriamente vale "sugna" (e solo in questo significato insieme a "strutto, lardo" la voce è registrata dalla Scardigno), ma in senso figurato lê nzògnë, partendo dal valore di "grasso per ungere" (Mittë lê nzògnë, ca aggìrë la ròëtë, Metti il grasso e la ruota girerà), si è evoluta nell'accezione di "regalìa, mancia" e quindi "pizzo". Che l'attività caratterizzante delle associazioni camorristiche fosse l'estorsione o la sottrazione illecita è documentato anche dall'espressione fa la chêmòrrë, che nel frasario famigliare e fanciullesco ancor oggi equivale a "fare la cresta" sugli acquisti. Come è noto, i maggiori proventi della Camorra napoletana derivavano dalle percentuali sulle entrate del contrabbando, delle bische, del lotto clandestino e della prostituzione. Anche la malavita locale partecipava agli introiti del meretricio, controllando fin dove fosse possibile i lenoni più arrendevoli o non direttamente coinvolti in attività camorristiche. I mezzani nel gergo furbesco erano detti portapullastrë, propriamente "portapollastre", in quanto procacciatori di prostitute. Un sinonimo frequente era rëfujênë "ruffiani", ma ultimamente da noi questo termine si è specializzato nel senso di "delatore, rapportatore". Ancora in uso sono per contro le voci mêgnêccë "pappone" (dal romanesco magnaccia o magnaccio) e rëchëttàlë "mantenuto", nome originato dalle espressioni gergali mêngià la rëcóttë 'mangiare la ricotta', cioè "godere dei frutti della prostituzione" o vènnë la rëcóttë 'vendere la ricotta', ossia "procurare amore venale per lucro". Anche a Roma il "protettore" è detto ricottaro, ma questo non implica necessariamente che la città sia il solo o il principale centro di diffusione della parola, perché la voce è presente anche a Napoli come rëcuttàrë. Invece in Sicilia e negli ambienti mafiosi italo-americani il ricottaru è l'adepto rampante, il picciotto in carriera. La malavita aveva e ha i suoi riti e il suo codice d'onore. Il peggior disonore (u chjù ppèëscë sonòërë) era ed è quello dell'infamia (mbêmëtàtë) ossia delazione. La spiata, il tradimento e altre serie infrazioni (sgarrë) al codice malavitoso erano e sono puniti, a seconda della gravità, con pene proporzionalmente pesanti, varianti dallo sfregio (u sfràisë o u sfréggë) al pestaggio (mêzziatòënë) fino alla morte. I camorristi destituiti di credibilità per viltà o inettitudine erano detti scurnêcchjàtë o scrënnêcchjàtë (scornati) ed esclusi dai duelli al coltello per dirimere le controversie o avere "soddisfazione" delle eventuali offese subite. Di un camorrista di Terra di Bari con scarsa voce in capitolo è tramandato il nome in un motto molfettese che dice: Ci stè a parlà, Pëppìnë Tagljênë? Chi sta parlando, Peppino Italiano? La risentita domanda si rivolge agli interlocutori distratti che non prestano attenzione a chi conduce la conversazione o non danno risposte a chi avanza richieste. Di tutt'altra tempra erano i capi camorristi napoletani al tempo dell'impresa dei Mille. Quando il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entrò in carrozza a Napoli fra ali plaudenti di folla, il servizio d'ordine fu impeccabilmente garantito dalla "guardia cittadina" organizzata da Liborio Romano, prefetto di polizia di Francesco II di Borbone e agente di Cavour. Tutti i componenti della guardia erano camorristi.
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