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Molfetta, oggi sentenza del Tar sullo scioglimento del consiglio comunale. Ma la decisione definitiva è attesa solo martedì 21 L'irresponsabilità del centrodestra che cavalca il tanto peggio tanto meglio, il partito della spesa pubblica e degli sprechi che la nuova elezione porterà a una città già piena di debiti lasciati dall'ex sindaco Azzollini
16 gennaio 2014

MOLFETTA - E’ attesa per oggi la decisione del Tar Puglia sulla validità delle elezioni amministrative relative ad alcuni Comuni italiani, fra cui Molfetta, di 4 regioni diverse. Se il ricorso dovesse essere accolto, la conseguenza sarebbe una sola: il commissariamento del Comune e il ritorno alle urne in primavera.

Su questa vicenda, della quale si è occupato anche l’Espresso in un articolo dedicato a Molfetta (siamo sempre alla ribalta nazionale da qualche tempo), occorre fare chiarezza, come Quindici ha sempre abituato i propri lettori nei 20 anni della sua storia libera. Siamo di fronte ad una vicenda da azzeccagarbugli.
L’obiettivo è quello di screditare l’attuale amministrazione di centrosinistra e soprattutto di dare l’idea che sia stata commessa un’illegalità nelle liste (anche dal centrodestra, che però non lo dice) come è avvenuto in Piemonte dove il Consiglio Regionale è stato sciolto per brogli elettorali, con la presentazione di una lista fantasma.
Nel caso di Molfetta non esistono brogli, né irregolarità, ma solo un difetto formale, dovuto a interpretazioni diverse sia degli stessi giudici amministrativi di regioni diverse, sia di autorità prefettizie che avevano autorizzato la raccolta delle firme, autenticate da un consigliere provinciale. Sono le anomalie italiane che ci portano a uno spreco di soldi, in tempi di crisi e di spending review, revisione di spesa pubblica e che solo a Molfetta costerebbero oltre 400.000 euro, senza calcolare le spese di candidati e partiti, oltre al rischio, già avvenuto, di voto di scambio, del quale si sono viste cose inaudite alle ultime amministrative, perfino un candidato che distribuiva propri volantini elettorali alla soglia dei seggi.
Ma vediamo il caso concreto, per capire meglio la situazione.
Il ricorso di Molfetta è stato proposto da quattro “cittadini elettori”, Giovanni Sasso, Giuseppe Salvemini, Onofrio Mancini e Rosa Spaccavento. Ora, c’è il dubbio che questo ricorso, come “Quindici” ha pubblicato già sulla rivista di novembre scorso, possa essere stato direttamente “ispirato” dagli esponenti di centrodestra i quali, incapaci di accettare la sconfitta nelle urne, tentano ogni strada (anche quella giudiziaria) per ribaltare il risultato elettorale e riportare Molfetta al voto dopo solo pochi mesi, con il rischio di un altro lungo e dannoso commissariamento.
Ad ogni modo questo ricorso contesta le modalità con le quali sono state autenticate le firme dei sottoscrittori di alcune liste elettorali. Ben sette liste tra quelle che si sono candidate alle scorse elezioni, infatti, sia di centrodestra (PdL, Siamo Molfetta, Molfetta Futura e Lista Schittulli) che di centrosinistra (PD, Centro Democratico e Rifondazione Comunista) sono state presentate con firme autenticate da un consigliere provinciale.
Sebbene questa modalità sia esplicitamente prevista dall’art. 14 della legge n. 53/90 e sia stata costantemente utilizzata da tutte le forze politiche (di destra e di sinistra), un recentissimo orientamento della giurisprudenza amministrativa ha stabilito che il consigliere provinciale può autenticare le firme solo per la presentazione delle liste in vista delle consultazioni provinciali, e non per le elezioni comunali.
Questa interpretazione, in realtà, oltre ad essere contraria alla prassi seguita in tutta Italia, si pone anche in contrasto con le indicazioni contenute in molteplici circolari del Ministero dell’Interno e con le istruzioni dettate (in vista delle scorse elezioni comunali) dalla Prefettura di Bari.
E che l’interpretazione della suddetta norma non sia affatto chiara, lo dimostra anche il fatto che su casi del tutto identici, diversi TAR hanno raggiunto conclusioni opposte: se, infatti, il Tar Puglia (per quanto riguarda un caso identico al Comune di Valenzano) e il TAR della Toscana (su un ricorso presentato contro il Comune di Gavorrano, in provincia di Grosseto) hanno stabilito che il consigliere provinciale non possa autenticare le firme per le elezioni comunali, il TAR Basilicata (per il Comune di Tricarico) ha stabilito che questa modalità di autentica sia assolutamente legittima e ha respinto un ricorso del tutto identico a quello presentato contro il Comune di Molfetta.
Regna, quindi, grossa confusione su questa questione e quello che potrà accadere è davvero difficile da ipotizzare, perché la vera partita si giocherà non oggi, ma fra qualche giorno, il 21 gennaio, quando il Consiglio di Stato, tribunale di appello del Tar, dirà la parola definitiva sui ricorsi presentati dai Comuni di Valenzano, Gavorrano e Tricarico amministrati sia da centrodestra che da centrosinistra.
Per la verità in questa vicenda c’è ancora una volta lo zampino del sen. Antonio Azzollini, la cui sconfitta elettorale brucia ancora e non si è rassegnato ad una sconfitta che per lui significherebbe la morte politica, soprattutto per il fatto che difficilmente riuscirebbe ad essere rieletto nel caso di votazioni senza porcellum, che gli hanno permesso di entrare in Parlamento per il rotto della cuffia. Avendo imboccato la parabola discendente, Antonio Azzollini, ex sindaco e presidente della commissione Bilancio, indagato nella presunta truffa del porto di Molfetta (e per questo bisognoso dell’immunità parlamentare) ha bloccato il tentativo del Parlamento di risolvere il pasticcio attraverso una interpretazione autentica della norma, che avrebbe evitato il ritorno al voto e uno spreco di soldi per un semplice cavillo burocratico.
Per questo Azzollini non ha esitato ad abbandonare Berlusconi al quale deve tutto, anche le riconferme alla presidenza della commissione senatoriale, per sposare Angiolino Alfano, ministro dell’Interno al quale è stato richiesto un intervento dalla senatrice Laura Puppato del Pd, per una circolare interpretativa per risolvere la vicenda. Ma Alfano non può permettersi di perdere uno solo dei suoi parlamentari in un gruppo già risicato per sostenere il governo delle cosiddette “larghe intese” e quindi ha nicchiato. Più che l’interesse del Paese che dichiara a parole, potè l’interesse di partito.
Come se non bastasse è stato proprio il ministero dell’Interno a fare confusione. La circolare numero 7 dell’11 febbraio 2008, recitava esplicitamente: “I consiglieri provinciali e comunali sono competenti ad eseguire le autenticazioni di cui si tratta indipendentemente dal tipo di elezione per la quale le sottoscrizioni vengono raccolte”. Intanto il Consiglio di Stato con la sentenza 1889 del marzo 2012 aveva cominciato a definire una interpretazione restrittiva della legge. Di questa sentenza c’è traccia nelle istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature diramate nella primavera scorsa ma proprio lì si spiega che il divieto di procedere all’autenticazione vale per il “rinnovo del consiglio di altro Comune per il consigliere comunale o di altra provincia per il consigliere provinciale”.
Un pasticcio giuridico all’italiana (una volta culla del diritto) che porterà ad un vero e proprio spreco di denaro pubblico, voluto da un centrodestra irresponsabile e alla perenne ricerca di una rivalsa giudiziaria dopo la cocente sconfitta elettorale. Insomma, la logica del tanto peggio, tanto meglio per garantire gli interessi di parte contro quelli collettivi, come ci ha insegnato il berlusconismo deteriore.
Al centrodestra non interessa la spesa pubblica, anzi ne ha sprecato a larghe mani, lasciando debiti su debiti a Molfetta, frutto di un irresponsabilità senza limiti. E la conferma viene da questa vicenda, che per colpa dello stesso centrodestra avvia la città a ulteriori sprechi e soprattutto alla gestione commissariale che, come abbiamo visto, ha prodotto solo danni alla città. L’ultimo commissario prefettizio non ha voluto nemmeno approvare il bilancio comunale, pieno di debiti e di buchi, scaricando la patata bollente sulla nuova amministrazione. Non può essere la giurisprudenza ad amministrare i Comuni, deve essere la politica e i cittadini che hanno dato la maggioranza all’attuale sindaco Natalicchio.
Questa è la verità inoppugnabile che “Quindici” dice ai cittadini in un deserto informativo e strumentale, con pseudo giornali con giornalisti frustrati da una vita e affetti da demenza senile progressiva oltre che da siti internet senza professionalità, tutti mestieranti d’accatto, commercianti di notizie (false, vedi la vicenda degli stipendi degli assessori, dove hanno rimediato una figuraccia cane). Costoro hanno dimenticato la funzione civile dell’informazione, che non è servire un padrone che paga o distribuisce prebende e incarichi, né raccattare centesimi con gli AdSense (i messaggini pubblicitari presenti sui vari siti, che regalano pochi centesimi in base al numero dei visitatori), ma anche raccogliere pubblicità (i giornali, quelli veri, non campano d’aria o di sovvenzioni indirette) con lo spirito di sostenere l’informazione libera e far crescere l’opinione pubblica e la democrazia e soprattutto la libertà da pensieri indotti di politici che, come hanno dimostrato vent’anni di berlusconismo e azzollinismo deteriore, vogliono solo servi e non cittadini liberi.

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Autore: Q
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