MOLFETTA - Quando succede qualcosa di importante, che genera intense emozioni e porta ad uno stato mentale di positiva aspettativa, sovente mi fermo, per ascoltare e assaporare quel momento, per scoprire la contingente alchimia che lo ha originato.
Non bisogna perdere neppure uno di quegli istanti che ci fanno sentire davvero vivi, pezzi essenziali di un puzzle magico chiamato realtà, che sia grande quanto l’umanità intera o sia solo nostra, poco importa, perché la sentiamo vera.
Sin dalla sveglia mattutina del 26 di maggio, come tanti, ho seguito (non nego, con un pizzico di incredula, deliziosa sorpresa) i diversi notiziari e ho letto (invero, compulsando freneticamente) la enorme dovizia di commenti su social e siti on line; è stato detto tutto e il suo contrario, come nei paradossi di Chesterton (sì, quello di Padre Brown). Ma non voglio aggiungermi alla platea di bravissimi commentatori che con precisione farmaceutica hanno pesato ogni singolo voto e con visione da campione di scacchi analizzato ogni possibile scenario; non ne sarei mai capace e comunque non lo ritengo… interessante.
Vorrei condividere, invece, un aspetto del tutto emozionale (niente numeri e statistiche per una volta), che prescinde quasi completamente dalla scelta appena compiuta in quel metro quadro oscurato da compensato e (brutte) tende, armati di una matita spuntata (nessun cenno a scelte di campo, peraltro già palesi).
Ho immaginato come doveva sentirsi chi 80 anni fa, in quel weekend tutto italiano, nel mese di giugno del 1946 si recò alle urne. Domenica 2, giorno di festa per antonomasia in una nazione prevalentemente cattolica, giorno in cui il lavoro, ufficialmente ad assoluta prevalenza maschile, si interrompeva per il meritato riposo settimanale; mentre per le tantissime donne, sulle quali gravava la quasi totalità delle incombenze familiari, tra messa, pranzo, mariti, bambini ed anziani in casa, la domenica era una giornata di impegno convulso. Ma c’era ancora domani: lunedì 3, si tornava al lavoro e a scuola e allora… Nel giugno del 1946 quasi il 90% degli italiani andò a scegliere la forma di governo che voleva, Monarchia o Repubblica; votarono 12 milioni di uomini e 13 milioni di donne; queste, per la prima volta alle urne nazionali. La Repubblica fu scelta dal 54,3%.
I nostri concittadini votavano con negli occhi le macerie della guerra, ufficialmente finita ai primi di maggio del 1945, con notizie incerte e confuse su dispersi e prigionieri, con la terra dei tumuli ancora fresca di scavo, con le strade teatri di violenza. In tanti per la prima volta e tutte per davvero, furono chiamati a scegliere, non su quale muro piangere il proprio dolore e la propria miseria, ma con quale sole asciugare le lacrime.
Andarono, nonostante i trasporti e le vie in rovina, nonostante le difficoltà di un vivere quotidiano difficile e magro. Mi sembra di poterle udire le chiacchiere in coda al seggio, su dove comprare il pane e cosa facevano i figli, sulle malattie e sui matrimoni che riprendevano… mi sembra di vedere quegli sguardi, stanchi di pena e di fatica, pieni di un orgoglio un po' smarrito di chi sa che il suo gesto cambierà qualcosa.
Così, percuotendo lievemente le chianche ad ogni passo, per allontanarmi da quel continuo, ansiogeno vocìo, uscito per una ariosa passeggiata verso quel mare che tutto accoglie, tra le chiacchiere ai bar e ai forni e il tremolio argenteo dell’acqua, si faceva strada sorprendente in me la sensazione di un risveglio. Luminoso, allegro, freschissimo, famelico.
Mio, sì, ma non solo: della comunità, di tutta la gente, della città.
Questa tornata elettorale ci ha di nuovo donato qualcosa, il modello Molfetta ancora una volta, nella sua unicità, condivisa con le altre competizioni, si è rivelata un pochino più unica.
Molfetta si è svegliata, lo so per certo.
Lo so perché l’aria profuma di aspettative e negli sguardi c’è la speranza che ancora si possa fare qualcosa per tornare, anzi per essere di nuovo una città nuova, che guadagna, con impegno e onore, il ruolo e il rispetto del territorio, che emerge ancora come riferimento culturale, di bellezza e di eleganza, che rappresenta una alternativa coerente di vita sostenibile ed inclusiva, per nuclei familiari d’ogni sorta, che adegua i suoi servizi e i suoi contesti alle necessità e ai bisogni di tutti, che organizza il tempo e lo spazio per lo studio, il lavoro, la salute, il gioco.
Che fa di tutto per non far scappare i giovani, per accogliere gli stranieri, per valorizzare il contributo di tutti alla crescita, per far sì che nessuna o nessuno sia costretto a scegliere tra famiglia e lavoro, tra carriera e figli, tra assistere qualcuno e avere possibilità di affermarsi professionalmente…
Una comunità che non induca nessuna e nessuno a tacere, a voltarsi dall’altra parte, per conservare un finto privilegio o una posizione sociale che si fonda sulle sabbie mobili della menzogna e della ipocrisia, che tenga salda, tra i suoi canoni comportamentali primari e ineludibili, la libera volontà di ciascuno e la piena considerazione dell’altro, che abbia fermi i valori etici della trasparenza, dell’onestà, della correttezza e, soprattutto, del rispetto.
Cosa ha svegliato questa mia città? Soprattutto la certezza che qualcuno avesse una visione. Non importa che siano diversissime, talvolta antitetiche e quasi sempre inconciliabili; la comunità è andata incontro a chi gli ha raccontato come voleva questa città e cosa avrebbe fatto per renderla tale, con convinzione, amore, passione, tenacia, sacrificio, impegno. Ha scelto chi ha percepito vero, convincente, se stesso; e gli ha creduto.
Certo, non tutti e non a tutto, in verità. A votare ci è andato solo il 60% scarso, meno delle altre città importanti vicine. Molti hanno votato come dovevano, spesso perché ritenevano inutile e ininfluente scegliere.
Tuttavia, in tanti, nonostante tutto, hanno partecipato: per dire la loro, per far sentire, di nuovo, forte e limpida la loro voce, per conservare quel filo di speranza che fa la differenza tra l’essere ancora vivi e partecipi, orgogliosi della propria comunità, artefici dei propri sogni e protagonisti del domani, invece di abbandonarsi al grigiore di piccole squallide transazioni, alla continua inutile lamentazione, al querulo pietismo per prebende e privilegi immeritati e resi vani dalla reale incapacità di progettare il futuro oltre la dimensione del proprio ombelico.
La scelta da fare ha posto, tra l’altro, di fronte a tutti noi una delle più grandi problematiche della nostra epoca: come considerare e misurare il valore di una idea, di una visione, di una speranza.
La nostra è una società bulimica di informazioni; è molto difficile, distinguerle classificarle, valutarle e pesarle come meritano. Si può cercare di capire da chi e da dove provengono e scaturiscono, tenendo conto che la medesima fonte può avere autorevolezza differente a seconda dell’argomento, della controparte, del momento storico.
Questa capacità di selezione non è asettica, né priva di soggettiva percezione, anzi è perlopiù una emozione, condivisa, convinta, razionale e al tempo stesso ideale, frutto sì di ragionamento come pure di passione.
Resta, peraltro, uno strumento preziosissimo, da allenare e affilare con l’uso, perchè è pensiero critico e capacità di comprendere e di adattarsi. Non sono abilità del tutto innate e naturali, ma diventano formidabili strumenti, alimentati da conoscenza, consapevolezza, cultura, ascolto. E sono anche le doti di valenza cruciale per le risorse umane nell’ambito del tessuto produttivo futuro, quello che vede donne e uomini interagire con Intelligenza artificiale, elaborazioni quantistiche, nanotecnologie, spazio infinito e infinitamente piccolo.
Con questa coscienza non è affatto detto che la scelta fatta sia quella più giusta, né mi sembra necessario lo sia, ma è di sicuro più consapevole, più coerente, più lungimirante, più adeguata al futuro che si vuole costruire, qualsivoglia sia.
Certo questa visione è più facile sia propria dei giovani, quelli a cui, la generazione a cui appartengo per ragioni anagrafiche, con infinito proclamato amore, ha ipotecato l’avvenire, derubato la possibilità di essere protagonisti, scompigliato la possibilità di scegliere, reso difficile ogni strada e ogni decisione, ristretto il percorso ad una ampiezza molto prossima alla mera sopravvivenza, ad un piatto e immutabile status quo.
Oggi se lo sono ripreso, il loro futuro, senza chiedere permesso, perché sapevano che era cosa loro, portando a bordo anche chi era giovane da tanto più tempo, ma ne conservava il fuoco. Hanno svelato a tutti che nulla è per sempre, nulla è immutabile, né scontato, che si può sempre ancora fare tantissimo e che le persone contano più di ogni altra cosa.
E allora svegliati bene Molfetta, perché è arrivata la Primavera. Alzati, rimboccati le maniche, che è tempo. Fallo, per te, per noi, per tutti i tuoi figli e i figli dei figli che devono ancora venire, fallo perché senza, non c’è vita che valga la pena, fallo perché le prossime generazioni possano volgere al futuro uno sguardo pulito e pieno di speranza. Se non ora, quando?
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