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Michela Murgia scrittrice sarda con l'impegno civile, dialoga con il sindaco di Molfetta Paola Natalicchio
04 marzo 2016

MOLFETTA - Non solo storie di rituali antichi, non solo usi e costumi della terra d’origine. Michela Murgia, lanciata nel mondo della scrittura con le tragicomiche avventure autobiografiche di vita da precaria, confermatasi scrittrice di successo vincendo il premio Campiello nel 2010 con il romanzo “Accabadora”, affascina e trascina il lettore esplorando il rapporto tra maestro e il discente.

Nell’aula consiliare di Molfetta, per il secondo appuntamento della rassegna di impegno civile “Parola data”, la scrittrice, la cui opera è stata  introdotta dall’assessore alla Cultura Betta Mongelli, nel presentare il suo ultimo libro Chirù, dialoga con il sindaco Paola Natalicchio. Il Sindaco afferma di aver fortemente voluto questo incontro in un luogo simbolo nella casa della città, in un momento in cui si impone una riflessione sui legami al di  fuori dei vincoli familiari. Il legame descritto in Chirù tra una maestra di vita e il suo allievo può aprire uno spiraglio di dialogo, di confronto costruttivo che fa si che l’opera della scrittrice possa essere annoverata tra quelle di letteratura “utile”.
Il legame tra la scrittrice sarda e Paola Natalicchio nasce quando Michela Murgia deve decidere se accettare o rifiutare l’offerta di candidatura per le elezioni del Presidente della Regione Sardegna. Alcuni amici comuni convincono la scrittrice ad incontrare Paola Natalicchio prima di prendere una decisione. E’ cosa fatta: Michela Murgia si candiderà nel 2014 come indipendente sostenuta da intellettuali e movimenti civici.  La scrittrice sottolinea l’importanza del declinare i sostantivi al femminile. Il termine maestro nella declinazione maschile indica colui che eccelle nelle arti, mentre il termine maestra indica l’insegnante di scuola elementare. Per questo, continua la Murgia, è bene che si segua l’esempio della Presidente della Camera Laura Boldrini che pretende la declinazione al femminile dei sostantivi.  Il legame tra un adulto ed il giovane allievo di vita cela una dimensione erotica ad alta tensione, quella consumata tra due intelligenze, una dimensione che è molto più avvincente e devastante di un amore consumato.
Paola Natalicchio mostra molta gratitudine verso il personaggio del giovane violinista così come lo era la talentuosa Gabriella Cipriani, una eccellenza strappata alla sua famiglia ed alla città, una giovane vita spezzata. Eleonora, attrice e maestra di vita di Chirù, incontra il suo allievo all’età di 38 anni, quando lui ne ha solo 18. Eleonora cresce in una famiglia “normale” con due genitori ed un fratello ma di fatto è orfana e figlia unica sentendosi di fatto sola e “sacrificabile”; per questo la scelta di diventare attrice le permetterà di indossare le maschere che celeranno il suo dolore e la sua personalità.
La Sindaca afferma che il libro è interessante per il ragionamento sul merito, sul talento e la perfezione che fanno sentire frustrati chi rimane indietro. La Murgia prova orrore verso questa concezione che condanna tutti all’infelicità; i talentuosi costretti a migliorarsi  sempre, i mediocri  condannati  da una società che non li accetta e ricorda che l’origine del termine talento è da ricercare nella parabola dei talenti, motivo per il quale il termine è associato a qualcosa di materiale e pecuniario. La teoria dell’eccellenza è stata al centro dei regimi nazionalsocialisti ed è tuttora evocata da nostalgici. La legge del più forte, la teoria dell’X factor, fa paura  e non bastano i diritti a tutelare i più deboli.
La Murgia proviene da un territorio, la Sardegna, che si è sentita perdente e svantaggiata a causa di secoli di dominazioni straniere, motivo per il quale quando un sardo, sia egli uno scrittore che concorre per  il premio Campiello o un cantante per il talent Amici, vince, tutta la Sardegna si sente riscattata, senza ricordare che ci sono ben altre cose per le quali essere orgogliosi delle radici sarde. Basti ricordare che la prima sindaca dell’Italia post seconda guerra mondiale fu una cittadina di Orgosolo, figlia di quella Sardegna retta da una società matriarcale non per scelta ma per atto fisiologico di responsabilità  causato dall’assenza forzata di uomini, minatori, pastori ed emigranti, di fatto fisicamente assenti. Era quella una società le cui protagoniste erano Donne forti, mosse dalla passione, come è la passione la forza motrice di tutte le attività, come sempre è la passione l’ingrediente che fa la differenza, nel caso della missione dell’insegnare, tra educazione e manipolazione. Il finale, assicura la Murgia, è tutto da leggere; non è un lieto fine, ma, afferma la scrittrice, è una resa.
Michela Murgia, donna moderna, conserva radici antiche e passioni attuali e si candida a miglior rappresentante della scrittura contemporanea.

© Riproduzione riservata

Autore: Beatrice Trogu
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