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La testimonianza a Molfetta di don Antonio Manganiello, prete scomodo per la mafia e per la Chiesa Il sindaco Paola Natalicchio ha ricordato l'impegno dell'amministrazione comunale a recuperare i quartieri emarginati negli anni scorsi e a censire i beni confiscati alla mafia per destinarli ad un uso sociale
04 settembre 2015

MOLFETTA – Un uomo che si è messo di traverso tra le mafie e le nuove generazioni. Un prete di frontiera che è sempre stato al di fuori dalla retorica dell’antimafia da salotto. Un sacerdote che è sceso in campo, accendendo una luce di legalità e di speranza per il futuro di molti bambini e ragazzi che vivono in quello che purtroppo oggi è considerato nell’immaginario collettivo il quartier generale della camorra. Si tratta di Don Antonio Manganiello che è stato parroco di Scampia, il tristemente famoso sobborgo alla periferia settentrionale di Napoli, dal 1994 al 2010. Sedici anni durante i quali ha combattuto la criminalità organizzata, strappando alla manovalanza della malavita tantissimi giovani.

Un percorso di carità e impegno concreto per e tra la sua gente che lo ha spinto persino a rifiutare di dare la comunione ai malavitosi e di battezzare i loro figli. Una testimonianza che la cui eco è risuonata forte e chiara sino a Molfetta grazie alla presenza di Don Manganiello nell’ambito della rassegna letteraria “Storie Italiane”, organizzata dalla libreria “Il Ghigno”. Un incontro, introdotto dalla prof.ssa Isa de Marco del "Ghigno", che sarebbe dovuto essere propedeutico alla presentazione dei suoi due ultimi libri – “La meglio gioventù di Scampia” (Imprimatur Editore, pp.67) e “Legalità e scrittura, in cammino verso Santiago” (progetto editoriale no profit) - e che invece ha lasciato spazio ad un flusso di coscienza ininterrotto e appassionato relativo ad un pezzo di vita a lui particolarmente caro. Ha ricordato quanto è stato difficile all’inizio trasferirsi a Scampia portando sulle spalle il peso di un bagaglio pieno di pregiudizi ereditati perlopiù dall’immagine che i media trasmettevano e continuano a trasmettere di Napoli e soprattutto di alcuni dei suoi rioni più problematici.
Ben presto però le paure e la reticenza lasciano spazio ad una inequivocabile certezza, quella di voler essere un prete portavoce dei disagi e delle difficoltà sociali esistenti e nel contempo un “attivista” disposto a denunciare le malefatte della mala anche a costo di pesanti ritorsioni. Ha avuto il coraggio di criticare apertamente l’ipocrisia e la superstizione degli affiliati che all’interno delle proprie case ostentavano immagini sacre mentre al di fuori erano avvolti da un pesante alone di corruzione e perdizione. E proprio per questo suo essere “curvato sul sociale” che ha pagato con il trasferimento in un’altra parrocchia, il borghese quartiere Trionfale di Roma. Una scelta presa dall’Ordine ecclesiastico “Don Guanella” che però Don Aniello non ha mai digerito. Così come non è andata giù a centinaia di fedeli che negli anni avevano imparato a trovare in lui il vero punto di riferimento.
E così dopo soli sei mesi dallo spostamento di sede, il parroco simbolo dell’antimafia decide di prendersi un “anno sabbatico”. Silenzio che romperà di lì a poco con la pubblicazione dello scritto “Gesù è più forte della camorra” in cui racconta storie di delinquenti ma anche e soprattutto di ripensamenti, conversioni e vittorie contro il sistema malavitoso sino a giungere all’epilogo della vicenda che lo ha visto tristemente protagonista.
Non a caso Don Aniello è stato considerato un prete scomodo non soltanto per la mafia ma anche per la Chiesa. Egli stesso, in un’intervista, ha dichiarato: «Voglio credere nella versione ufficiale dell’avvicendamento ma i miei superiori non hanno mai gradito il mio ricorso alla stampa per denunciare i soprusi della camorra. Mi hanno accusato di essere un showman senza capire che, attraverso gli organi di informazione, ho solo cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica a portare avanti la mia battaglia contro la criminalità organizzata». Insomma un sacerdote che ha pagato con l’isolamento da parte dei vertici della Chiesa napoletana, il suo prodigarsi a vantaggio della comunità tutta. Ha reso pubblici i luoghi in cui avveniva lo spaccio di droga e in cui si appostavo i cosiddetti “pali”, ha denunciato gli estorsori che chiedevano il pizzo ai commercianti e ha avuto anche la forza di segnalare i terreni depositari di sversamenti illegali di rifiuti tossici.
Ma per Don Aniello, Scampia non ha solo rappresentato una battaglia contro la camorra ma è stata anche un’esperienza di vita che gli ha permesso di abbattere il muro di preconcetti di cui si faceva portatore, riscoprendo anche il lato buono di quel quartiere che gli è rimasto inevitabilmente nel cuore. Ha creduto fortemente nel cambiamento e in realtà qualcosa si è mosso. Di certo c’è ancora tanto da fare, a partire – come egli stesso a ricordato – da una rieducazione delle famiglie al concetto di legalità e giustizia attraverso una maturazione della dimensione del bene pubblico.
Per tale ragione non ha risparmiato qualche critica nei confronti di Roberto Saviano che attraverso il celebre film “Gomorra” – ispirato all’omonimo libro da lui redatto - ha messo in risalto solo il marcio esistente a Scampia e a Napoli. Non a caso è stata definita «un’operazione da cassetta che non ha avuto rispetto per nessuno». Ma il sacerdote di frontiera non si è perso d’animo e subito - per riscattare il suo adorato quartiere da dicerie e falsi tabù – ha pubblicato il libro “La meglio gioventù di Scampia”. Una risposta proprio a chi ha fatto di quel sobborgo un fenomeno da baraccone, un ghetto inaccessibile, un mero quartiere dormitorio. Un atto d’amore e di risarcimento nei confronti di quella parte di gioventù che è riuscita a farcela e a travalicare i limiti imposti da una condizione sociale e civile difficile.

A chiudere la serata l’intervento prezioso del Sindaco di Molfetta, Paola Natalicchio che ha ricordato quanto l’impegno dell’attuale amministrazione sia rivolto all’inclusione di quartieri che fino a qualche anno fa costituivano la periferia urbanistica, etica e sociale della città a riprova di una vicinanza nei confronti di tutti i cittadini, senza discriminazione alcuna. Inoltre il primo cittadino insieme alla sua squadra si è prodigata a censire tutti i beni confiscati alla mafia presenti in città con l’auspicio – come è già accaduto in alcuni casi – che questa eredità frutto di malaffare possa rinascere a nuova vita ed essere messa a disposizione del sociale.
© Riproduzione riservata

Autore: Angelica Vecchio
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