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La Puglia terra di internamento ed accoglienza
15 marzo 2022

Fra le conseguenze drammatiche che ogni guerra porta con sé, c’è sempre la dolorosa teoria di civili costretti a lasciare il proprio territorio invaso e devastato, i luoghi della vita quotidiana e delle radici, degli affetti, delle memorie, per cercare uno spazio di pura sopravvivenza, nella speranza di poter, un giorno, ricominciare a vivere. Condizione indispensabile è naturalmente l’abbraccio accogliente di chi offre un tetto e mezzi di sussistenza, riconoscendo nel profugo la stessa intrinseca fragilità umana e nella solidarietà un risarcimento alla fortuna di trovarsi, senza merito, nel luogo giusto della storia contemporanea. Anche la Puglia, per la sua stessa conformazione di trampolino nel Mediterraneo e per la generosità dei suoi abitanti, ha svolto questo ruolo all’indomani dell’8 settembre, quando la veloce ritirata della Wehrmacht la rese luogo di accoglienza e sosta per iugoslavi, albanesi, greci, soprattutto ebrei di diversa nazionalità, in fuga dal terrore nazista dall’altra sponda dell’Adriatico. Un’agile guida, stampata nel 2021 con il finanziamento dell’ARET Pugliapromozione e affidata all’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (IPSAIC), con la supervisione del prof. V. Leuzzi, ci conduce alla scoperta di questi luoghi di approdo. 1 A Bari, alla periferia di Carbonara, “gli alleati anglo-americani assunsero la decisione di utilizzare le strutture di un ex campo di concentramento militare per prigionieri di guerra, denominato “Torre Tresca”, trasfor- 1. “PUGLIA - IN VIAGGIO NELLA MEMORIA - Tra i luoghi dell’Antifascismo, della Resistenza e dell’Accoglienza” - Edizioni dal Sud - 2021 mandolo in centro di accoglienza e smistamento di profughi iugoslavi, albanesi, greci e, in particolare, di ebrei di diversa nazionalità provenienti dall’area balcanica, assieme a connazionali rimpatriati dalla Dalmazia, da Corfù e da Patrasso. Il Campo … era costituito da alcuni edifici in muratura e da molte baracche di legno (demolite agli inizi degli anni ’60). Nel corso del 1944, “il Campo Transit n. 1” svolse anche la funzione di centro di arruolamento della Resistenza iugoslava. Si costituì, infatti, la prima Brigata d’Oltremare comprendente anche un plotone speciale ebraico che includeva alcuni italiani, studenti universitari, che assunsero la decisione di sostenere la lotta antinazista sull’altra sponda dell’Adriatico…”. Fra Gravina e Altamura, a ridosso della SS 96, era collocato il Centro Raccolta Profughi, che negli ultimi mesi del ’43 nacque dalla trasformazione dell’ex campo di prigionia n°65. Nell’area vi erano 60 capannoni, 22 manufatti in muratura, un avancampo, una palazzina di comando, una rete idrica, un impianto elettrico e un sistema fognario funzionante. Gli Alleati assunsero la decisione di trasferirvi profughi iugoslavi (ex internati nei Campi fascisti) e partigiani di Tito in fuga dall’altra sponda dell’Adriatico. Tra il 1943 e il 1944 un settore del Campo fu attivo nell’addestramento militare di donne e uomini dell’esercito di liberazione iugoslavo. Dopo la Liberazione, esso fu adibito alla gestione degli arrivi dei profughi giuliano-dalmati, soprattutto fra il 1951 e il 1959, e a quella dei rimpatri dall’Egitto e dalla Tunisia. Vi si svolsero attività di svago come spettacoli di prestigio, circensi, proiezioni cinematografiche e feste da ballo. Le difficoltà organizzative di un ambiente realizzato nel giro di pochi anni si riscontrarono soprattutto nel servizio sanitario; le attività legate all’istruzione, invece, erano piuttosto curate: furono istituiti un corso regolare di scuola elementare e un asilo. Il Campo fu chiuso nel 1962. A Gravina, su corso Aldo Moro, si erge Palazzo Pepe, un edificio padronale di inizio Novecento, che tra il 1943 e il 1945 ospitò i partigiani slavi liberati dai diversi campi di prigionia italiani. Per ricordare l’opera svolta dai medici slavi a vantaggio della popolazione civile, nel 1976 è stata inaugurata una lapide presso l’ospedale civico in via Canio Musacchio. Nel Salento, invece, si pensò di requisire ville e seconde case. “Tutta la costa a Nord di Santa Maria di Leuca in direzione Otranto, tra cui Tricase Porto e Santa Cesarea, e a Ovest verso Gallipoli, in particolare Santa Maria al Bagno, si trasformò, tra la fine del 1943 e gli inizi del 1947, in un immenso campo profughi gestito dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) e dalle autorità militari anglo-americane… Nel Campo profughi di Santa Maria di Leuca, … nei primi giorni del 1944, nei locali dell’ex colonia Scarciglia, ai piedi del faro, si costituì un campo profughi sotto il controllo dell’UNRRA, Camp n. 35. I locali dell’ex colonia furono trasformati in un ospedale dove confluirono, dai vari campi profughi dell’area salentina, ammalati, feriti, puerpere, assistiti dalle “Suore salesiane” e da infermiere slave. Fino al dicembre del 1944 il Campo ospitò abitualmente da 2.500 a 3.000 profughi slavi, alloggiati nelle ville requisite ai signori locali. A partire dal 1945… cominciarono ad arrivare soprattutto rifugiati ebrei, provenienti perlopiù dalla Germania, con il loro carico di sofferenze ed esperienze raccapriccianti”. Partendo da Santa Maria di Leuca, percorrendo la strada lungo la costa, si arriva a Tricase Porto, distante circa venti chilometri. Tra il 1944 e il 1945, le ville signorili sovrastanti la banchina e il Casotto del porto furono requisite per allestire il Campo D. P. n. 39. Sulla base di accordi intercorsi tra gli Alleati e i governi italiano e albanese, centinaia di ebrei, assieme a civili e militari italiani, partirono da Durazzo e sbarcarono a Bari per essere sistemati, poi, a Tricase Porto. Proseguendo verso Otranto, si incontra la città di Santa Cesare Terme, sito di sorgenti sulfuree, dove furono requisite diverse ville e adibite a campo profughi. Le memorie dei profughi ci restituiscono la sensazione di ritrovata libertà e gioia di vivere che la luce del Salento e la generosità della popolazione, sia pur molto povera, avevano ridonato a molti superstiti dei campi di concentramento. Paolo Pisacane, nel suo «Il Campo profughi di Santa Maria al Bagno», in V. A. Leuzzi - G. Esposito, La Puglia dell’accoglienza. Profughi, rimpatriati e rifugiati nel Novecento, Progedit, Bari 2006, sui buoni rapporti tra i neretini e gli ebrei, scrive: “I ragazzi del luogo familiarizzarono quasi subito con i ragazzi e le ragazze ebree, erano presenti in tutte le feste, specialmente quando si ballava o c’era la possibilità di assaggiare i dolci che venivano preparati. Durante la loro permanenza si celebrarono, e non solo all’interno della loro comunità, circa 400 matrimoni, uno dei quali tra una ragazza del luogo Giulia My e Zivi Miller, autore dei tre Murales che ancora si conservano”. Miriam R. Moskowitz, ebrea polacca, originaria di Lodz, fu deportata nel 1939 in diverse località della Polonia con i suoi genitori e tre fratelli. Nel 1941 fu trasferita prima a Krupe (dove fu separata dalla famiglia che non rivide più), poi nel ghetto di Rejowietz e nel 1943 assieme a 500 donne a Czestochowa, in una fabbrica di munizioni. Nel gennaio del 1945 fu liberata dai russi, raggiunse l’Austria e poi Bologna, infine Santa Maria al Bagno: “Con il mio terribile passato alle spalle, sola al mondo, fui stretta nell’abbraccio della gente di S. Maria, con calore e amore. La gente di lì, a quei tempi, era molto povera, come me, ma aveva così tanto amore da dare. Loro furono per noi come le sorelle e i fratelli che avevamo perso durante la guerra. Mi unii a un Kibbutz, con i miei poveri amici italiani e con i bambini che aspettavano per ricevere cibo. Con alle spalle la tristezza dei miei anni di guerra, la gente e la bellezza di S. Maria al Bagno mi diedero una speranza per tornare a vivere. Avevo 19 anni. Entrai in una compagnia teatrale e presi parte a una rappresentazione. Lì incontrai la mia anima gemella, mio marito. Lui era il direttore del teatro: fummo molto tristi quando lasciammo S. Maria al Bagno per essere trasferiti nel Campo di permanenza temporanea di Bari…”. Le parole di questa ragazza diciannovenne ci restituiscono fiducia in quella parte dell’umanità che sceglie di contrastare, con l’accoglienza, la condivisione, la generosità, l’insensatezza di chi, accecato dall’ odio, dal razzismo, dal nazionalismo, dagli interessi economici, opta per la sopraffazione e per la violenza come forme di rapporto tra popoli ed individui. Maddalena de Fazio Sezione Anpi Molfetta

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