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INTERVISTA – Parla un penalista, l'avv. Giuseppe Maralfa. Emergenza criminalità, non è tutta colpa dell'indulto “Il pericolo sociale non si valuta in base alla statistica”
15 novembre 2006

In città negli ultimi mesi sono aumentati gli episodi di microcriminalità. Nella confusione generale causata da chi non vuole vederne la gravità e chi ne posticipa i rischi sembra unanime l'attribuzione dell'origine di tali episodi al provvedimento di indulto. Ma c'è chi ci invita a guardare a monte del problema. «Ancor prima di porci il problema di cosa sarebbe successo una volta rimessi in libertà i detenuti dei processi Primavera e Reset, avremmo dovuto preoccuparci di cosa le loro famiglie avrebbero fatto nel frattempo», è solo uno degli aspetti sollevati dall'interessante incontro con l'avvocato penalista Giuseppe Maralfa (foto) che, definendo il provvedimento come “socialmente errato” ci ha aiutato a fare chiarezza sulle reali ricadute dell'indulto nella nostra città. Partiamo dagli ultimi fatti di cronaca. In città negli ultimi mesi sono aumentati gli episodi di microcriminalità. Esiste un collegamento diretto tra la recrudescenza di tali episodi e il provvedimento di clemenza approvato dal Parlamento? «È evidente che il provvedimento di indulto, con la rimessione in libertà di un numero elevatissimo di detenuti, è stato la premessa al verificarsi di una serie di fatti criminosi che non si sarebbero verificati qualora i detenuti fossero rimasti al sicuro negli istituti di pena. Se, però, facciamo un discorso di politica criminale, dobbiamo distinguere caso da caso e collocare ogni accadimento nella realtà sociale e criminale locale. E' intuibile come l'indulto, rimuovendo l'ostacolo della libertà di locomozione del singolo individuo, ha posto il soggetto libero da vincoli carcerari in condizioni di commettere il reato. Ma ciò è stato indubbiamente determinato dal fatto che la detenzione non ha funzionato come deterrente. Tuttavia la situazione non è preoccupante in quanto non abbiamo assistito a fenomeni delinquenziali eclatanti, come reati di narcotraffico in forma organizzata, circostanza che poteva essere la ovvia conseguenza della rimessione in libertà di vari soggetti teoricamente pronti a ricompattarsi. Fino ad ora, si sono registrati aumenti di reati di micro-criminalità come furti negli appartamenti e delle autovetture, piccole rapine, cessioni di droga però grossi fenomeni per fortuna non ancora». Se si esclude il triplice tentato omicidio compiuto in pubbliche piazze da Massimiliano de Bari, tornato in libertà grazie all'indulto. «La sparatoria del 10 ottobre scorso è solo in parte collegata all'indulto; nel caso di specie vi erano rancori fra due famiglie locali, legati all'omicidio di Egidio Antinucci avvenuto dieci anni or sono, per il quale vi furono due condanne. Il De Bari ne fu ritenuto l'autore (la sentenza è pubblica e definitiva) e condannato in primo grado con il rito abbreviato per omicidio volontario, poi interpose appello e la condanna fu ridotta perché in primo grado non gli erano state riconosciute le attenuanti generiche prevalenti. Lo ritengo tuttavia un fatto isolato ed episodico che nulla ha a che vedere con l'indulto. Infatti tra tre anni il de Bari avrebbe finito di scontare la condanna per quell'omicidio ed i gravi episodi del 10 ottobre, potevano ugualmente accadere una volta tornato in libertà il De Bari anche a prescindere dall'indulto. Quello che invece appare allarmante, per il De Bari come per altri ex detenuti è che la detenzione per lunghi anni non abbia sortito efficacia deterrente. E c'è da chiedersi perché il sistema non funziona. E' gravissimo». Il Presidente della Repubblica, Napolitano, ha chiesto, dopo aver firmato il provvedimento di clemenza, un “ripensamento dell'intero sistema sanzionatorio e della gestione delle pene”. È dunque questo il reale problema? Il sovraffollamento delle carceri non crea un'afflizione in più per chi sconta la pena? «Indubbiamente. Il problema carcerario è diretta conseguenza di altri problemi di cui soffre la Giustizia nel nostro Paese. Se al ministero di Grazia e Giustizia viene stanziato solo il 2% del Prodotto interno lordo, è naturale che si verifichino situazioni di emergenza: carenza dei giudici, lentezza dei procedimenti, carenza della polizia penitenziaria, mancanza degli assistenti sociali nelle carceri o mancato pagamento del personale carcerario (accade anche questo), mancanza di mezzi economici per costruire strutture carcerarie ed endocarcerarie. A questo punto il governo sentendosi affogato che ha fatto? Ha emesso un provvedimento di clemenza! È ricorso alla soluzione, a mio parere, socialmente e giuridicamente errata. Io ritengo che l'indulto sia un provvedimento, dal punto di vista dell'obiettivo del legislatore, completamente errato, perché qual è la finalità? Quella di alleggerire il carico carcerario, ma poi non vi sono soluzioni per recuperare i detenuti, dar loro lavoro o prevenire le recidive. Personalmente ritengo che un provvedimento di clemenza avrebbe dovuto ispirarsi a ben altri principi, quali, ad esempio, la valutazione della condotta degli individui durante la detenzione in carcere e la osservazione mirata del loro comportamento. Solo quando davvero erano meritevoli sul piano personale avrebbero potuto goderne. Non è concepibile un provvedimento di clemenza basato esclusivamente sul limite di pena e sulla tipologia di reati commessi. Anche un omicida può meritare l'indulto ma deve dimostrarlo, come può esserci il piccolo spacciatore di droga che all'interno del carcere potrebbe aver riportato una serie di provvedimenti sanzionatori a fronte di condotte negative, che non meritano prognosi favorevole, ovvero potrebbe aver dato ordini di spacciare droga all'esterno». Quali altre conseguenze potrà provocare l'indulto? «Esso si applicherà per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, per condanne non superiori a 3 anni di reclusione. E' serio il problema che riguarda i processi già in corso, che magari sono durati anche molti anni o addirittura devono ancora cominciare e adesso con l'indulto, che è una causa estintiva della pena, le eventuali condanne non produrranno effetti. Lo Stato spende soldi a palate per i costi dei processi e noi cittadini ne facciamo le spese. Vi sono alcuni processi che stanno per iniziare e chi dureranno forse 10 anni, ma l'indulto è già maturato per coloro i quali saranno eventualmente condannati». Se la scarcerazione di un centinaio di detenuti genera ancora allarme sociale a distanza di dieci anni dalle operazioni Primavera e Reset, è segno che qualcosa in questi anni non ha funzionato. Lei ci ha spiegato che la missione rieducativa della pena è fallace ma non sarà che c'è qualcosa che non va anche dall'altra parte, quella dei comuni cittadini nel cui tessuto sociale sono maturati questi fenomeni criminosi? «Ha fatto centro. Quando fu emessa la sentenza del processo Reset, il dott. Michele Emiliano, allora Pubblico Ministero e attuale sindaco di Bari che seguì le operazioni ed il processo, tenne una conferenza a Molfetta, organizzata dal Comune, nella quale prospettò la necessità di interventi mirati e concreti da parte della pubblica amministrazione per i parenti di coloro i quali si sostentavano attraverso lo spaccio della droga. Fui perfettamente d'accordo con quel magistrato perché ancor prima di porci il problema di cosa sarebbe successo una volta rimessi in libertà quei detenuti, avremmo dovuto preoccuparci di cosa le loro famiglie avrebbero fatto nel frattempo. Occorre un piano di prevenzione ma anche di reinserimento sociale con grande partecipazione dell'amministrazione comunale e di esperti nel settore. Ad esempio, gli appalti in materia di servizi sociali mi risulta che siano abbastanza ricchi anche a livello comunale: ma perché alcuni detenuti opportunamente monitorati in carcere, ed avviati a piccoli corsi di apprendimento, una volta rimessi in libertà, non potrebbero far parte della schiera degli operatori delle società che partecipano alle gare? Perché, non si pensa a fare una associazione di imprese locale con operatori locali, fra i quali detenuti rimessi in libertà, che abbiano dato prova in carcere di pieno reinserimento? E' nell'interesse di un soggetto appena scarcerato dimostrare di essere meritevole del beneficio. Indulto si, ma a piccole dosi. A chi sbaglia verrebbe revocato il beneficio e tolto il posto di lavoro e ripristinata la detenzione». Il sindaco Azzollini ha lamentato la mancanza di adeguate risorse finanziarie, promesse dal governo nazionale, per accompagnare l'attuazione della legge. Cosa si potrebbe fare per attutire gli effetti negativi dell'indulto? «Il problema finanziario è prettamente politico, e non entro nel merito della questione date le competenze indiscutibili e la presenza in campo politico nazionale del nostro sindaco. C'è, in ogni caso, la necessità di un aumento dell'organico della Compagnia dei Carabinieri di Molfetta. Il sindaco certamente è in grado di far sentire la sua voce per questo fine se non addirittura valutare una eventuale Questura di Polizia a Molfetta. Perché il problema è anche un altro. Molti aspetti della delinquenza nella nostra città sono sopiti, nel senso che non vengono fuori perché c'è una “fascia” della delinquenza che non opera costantemente. Commette i reati, sparisce per poi ricomparire. Peraltro c'è un'altra fascia di criminalità, il cui range non è più quello tradizionale, ma cresce intelligentemente con l'evoluzione della società e con i mezzi informatici a disposizione. Mi si potrebbe opporre che la Questura non serve perché statisticamente a Molfetta i reati sono pochi. Ma il pericolo sociale non si valuta in base alla statistica. Una Questura, in una città di circa sessantacinquemila abitanti servirebbe moltissimo per avviare delle indagini su determinate materie inesplorate. Va aumentata l'attività di prevenzione e di controllo del territorio. Non da ultimo attribuirei maggiori poteri ai vigili urbani. Si vede che la polizia municipale è presente per le strade, ma andrebbero riconosciute agli agenti maggiori funzioni di responsabilità e di controllo, rendendoli molto più vicini ai carabinieri dal punto di vista operativo. In sintonia e interazione con i carabinieri stessi. Da questo punto di vista l'assessore all'annona può fare molto». SCHEDA Cos'è l'indulto Con il voto del Senato, il 29 luglio 2006 è stato definitivamente approvato il disegno di legge che - raccogliendo consensi trasversali nella maggioranza e nell'opposizione - ha introdotto un provvedimento di indulto. Si tratta, nella fattispecie, di un provvedimento di clemenza consistente in sconto di pena per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie. Sono state stabilite peraltro molte esclusioni: l'indulto non è applicabile ai reati di terrorismo (compresa l'associazione eversiva), strage, banda armata, schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia, tratta di persone, violenza sessuale, sequestro, riciclaggio, produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti, usura. Lo sconto di pena è comunque anche condizionato alla buona condotta fuori dalla cella: in caso di commissione di nuovi reati nei cinque anni successivi alla concessione dell'indulto, il beneficio sarà revocato.
Autore: Michele de Sanctis jr.
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