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Il trabucco
15 giugno 2011

Recentemente la Mostra Etnografi ca Permanente del Mare, curata da Archeoclub d’Italia sede di Molfetta e collocata presso la Fabbrica di S. Domenico, si è arricchita di due esemplari in scala di una macchina da pesca, conosciuta comunemente come Trabucco. E’ un attrezzo da pesca costiero, classifi cato nelle reti di posta. E’ costituito da una struttura di pali di legno portante, ancorata e fi ssata sulla riva del mare mediante una serie di tiranti di acciaio. Su di essa poggia una piattaforma protesa sul mare su cui trova posto un casotto dove alloggiare gli argani manuali per sollevare la rete e vari attrezzi. Sul lato che sporge al mare due lunghe antenne mobili, collegate per mezzo di funi all’argano, sono fulcrate alla base della piattaforma; esse sostengono un’ampia rete di forma quadrangolare avente maglia e trama stretta. La rete, comunemente detta bilancia, mediante opportuna manovra di aste e funi viene calata in mare in modo che il suo lato più vicino alla piattaforma rimanga a pelo dell’acqua, mentre il lato opposto va a fondo. Gli attenti sguardi degli uomini, preposti nell’osservare il pesce capitato nella rete, curano poi la sollevazione di essa, raccogliendo il pesce che eventualmente rimane nel fondo della rete. Si pesca anche di notte con una luce a riverbero per richiamare il pesce. Generalmente occorrono quattro uomini per manovrare l’attrezzo. I trabucchi derivano dai capanni di pesca molto diffusi nel delta del Po e nelle Valli del Comacchio. Gli esemplari situati sulle coste adriatiche sono costruiti a ridosso di coste rocciose o poco distanti dalla riva, sfruttando fondali con una profondità di almeno una decina di metri e interessati da effetti di corrente marina. La loro presenza è documentata dal XVIII sec. Sono numerosi e diffusi sulla costa adriatica da Barletta fino a Ravenna. I trabucchi abbruzesi si distinguono per essere arroccati sulla costa, attirando e affascinando i turisti, mentre a quelli pugliesi, se distanti dalla riva, vi si accede per una passerella sospesa su pali. Diversi esemplari pugliesi, costruiti sulle coste del Gargano, sono tutelati dal Parco Nazionale del Gargano che cura la loro salvaguardia e la valorizzazione, tramandandoci una tradizione della civiltà costiera garganica. Per quanto riguarda la presenza dei trabucchi a Molfetta siamo ricorsi alla memoria di alcuni marinai anziani, ma nessuno ricorda qualcosa. Abbiamo consultato presso la Biblioteca Comunale il ms. 149g in cui è riportata la descrizione della costa molfettese da torre Calderina al Gavetone eseguita nel 1892 dall’allora comandante Enrico Biagini dell’Ufficio Circondariale di Porto di Molfetta ma, a tal proposito, nulla riporta. Infruttuosa è stata pure la ricerca su comuni cartoline postali e foto antiche della costa molfettese. Tuttavia della presenza di un trabucco a Molfetta ci sono alcune tracce: intorno al 1930 c’era un trabucco situato a metà del molo Pennello e rivolto verso la chiesa della Madonna dei Martiri. Una ricognizione sul retro del molo Pennello ha evidenziato, nel tratto tra la sede dalla Lega Navale Italiana e il circolo Ippocampo, l’esistenza, a livello degli scogli aggettanti, di due getti di calcestruzzo distanti tra loro una decina di metri con al centro un foro del diametro di circa 40 cm e profondi circa 70 cm. Questi fori potevano benissimo alloggiare i pali posteriori della piattaforma del trabucco, ma nessuno ha saputo darci informazioni più precise. Riteniamo che, dismesso, fu ricostruito a cala S. Giacomo sulla riva sinistra. Era di proprietà dei Gambardella. Scomparve negli anni Cinquanta del secolo scorso. Si pescava pesce minuto, come gamberetti (l salipc), alicetti (sarachelle) o pesce vario scogliero. Le notizie relative a Molfetta mi sono state date nel 2010 da Carlo Amato (autore dei due esemplari esposti) armatore, classe 1952, che a sua volta, le apprese da un marinaio anziano chiamato Zi mnone. A volte la perseveranza premia e la testimonianza di Zi mnone è avvallorata da alcune foto d’epoca scattate nell’ottobre del 1950, di proprietà di Vincenzo D’Alessandro, recentemente donate alla locale sezione dell’Archeoclub d’Italia. Ora con piacere abbiamo la possibilità di pubblicarle, sicuri di rendere, ancora una volta, un servizio alla nostra città, forte di una tradizione marinaresca.

Autore: Corrado Pappagallo
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