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Il Teatro come arte
15 giugno 2011

Continua il ciclo di conferenze organizzato dall’Associazione “Il carro dei comici” (e presentato da Francesco Tammacco), che, a ridosso della Settimana Santa, ha potuto avvalersi di un prestigioso relatore nella persona di Grazia Distaso, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofi a presso l’Università degli Studi di Bari. La docente, esperta conoscitrice della letteratura teatrale italiana, con una spiccata preferenza per il teatro meridionale secentesco, ha tenuto un interessante e dotto intervento sulla tematica del Teatro come arte, soffermandosi in particolar modo su un dominio spesso trascurato e considerato di secondaria importanza, il teatro di matrice religiosa, in cui le arti della parola e della comunicazione scenica sono poste al servizio di fi ni suasivi, che dovrebbero scaturire delle intense emozioni suscitate dalla mise en scene. Attraverso le parole di Grazia Distaso, rivive il clima controriformistico; la polemica religiosa irrompe sulla scena e si squadernano tematiche di estrema problematicità come la spinosissima questione del libero arbitrio. Lo spettacolo assurge a massimo strumento di edifi cazione morale e propaganda religiosa e si connota per la fortissima impronta retorica, viva soprattutto nel teatro gesuitico. La relatrice esplora la produzione di autori poco noti, quali Antonio Putio, arcivescovo di Bari. Coadiuvata dalle letture degli attori Betty Losito e Pantaleo Annese, Grazia Distaso presenta il volgarizzamento del testo latino del Christus iudex di un gesuita siciliano. Di notevole interesse l’Avvertimento iniziale, nel quale assume un ruolo fondamentale l’apparato scenografi co, dove risaltano le rappresentazioni dei diavoli e dell’Antecristo e, per contrasto, il trionfo del Redentore. Un momento particolarmente suggestivo è dato dal dialogo tra Gesù e Cleopatra, non presente nel testo latino originale e quindi frutto dell’ingegno del Putio: la scena si distingue per il netto contrasto tra la consapevolezza della vanità di ogni umano mito e la nostalgica rievocazione che la regina, caduta dalle altezze, fa della propria bellezza. La preside Distaso si sofferma, di conseguenza, a indagare quell’intreccio tra sensualità repressa e misticismo che conosce la sua più viva incarnazione nel personaggio per eccellenza del Barocco fi gurativo (dal Caravaggio al Guercino), Santa Maria Maddalena, icasticamente effi giata nell’immagine lasciva e penitente al contempo che ne ha dato lo scrittore Andreini in una celebre azione drammatica. Proprio su un lamento della santa nel Funerale di Cristo di Serafi no delle Grottaglie, la relatrice indugia, evidenziandone il concettismo audace e gli accenti ambiguamente mistico-sensuali. Accenti che ricorrono anche nell’opera del medico e letterato di Acquaviva Domenico Antonio Mele, soprattutto nel Ballo della fi glia di Erodiade, dove al linguaggio aulico di Erode, che esalta incantato le bellezze di Salomè, fanno da contrappunto gli spoetizzanti interventi di un servo che, col suo linguaggio dialettale, determina effetti di estremo straniamento. Nella produzione del Mele incontra cittadinanza anche il motivo metamorfi co, presente nella ripresa dei miti di Dafne inseguita da Apollo e di Aretusa. Dal sacro si volge al profano e, in omaggio al gusto tipico del Carro dei comici, la Distaso conclude con l’evocazione di una sorta di Pantalone meridionale, la maschera del biscegliese Don Pancrazio Cucuzziello, oggetto negli anni Settanta di un appassionato recupero da parte della compagnia “Puglia teatro” (in stretta collaborazione tra Rino Bizzarro e il direttore vallisano Daniele Giancane). La serata si conclude così all’insegna del sorriso sulle baggianate di quest’agiato possidente inurbato a Napoli, costante bersaglio di sberleffi per la parlata colorita e gli improvvidi atteggiamenti da galletto, misti a un’avarizia proverbiale e impenitente.

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