Il concorsino della scuola
L’italiano – si sa – è malato di idealismo... Non perché sia particolarmente incline agli ideali, ma per la sua connaturata incapacità di fare i conti con ciò che il momento storico richiede. Non è servita, a 600 anni di distanza, la lezione di Niccolò Machiavelli, che ci invitava a fare i conti con la “realtà effettuale”. Diversamente, questo concorsone a cattedra tanto strombazzato non avrebbe mai avuto luogo e invece eccolo bandito in data 24 settembre 2012, con un corollario di motivate e – a nostro avviso – sacrosante polemiche. Bastino alcuni dati: sono banditi 128 posti di A043 (classe italiano- storia e geografia nella scuola media) nella regione Puglia. Ciò potrebbe indurre a presupporre una penuria di precari della scuola relativamente a tale classe di concorso e invece, nella graduatoria ad esaurimento (quella che sinora valeva per le assunzioni in ruolo al 50%; i restanti posti spettavano ai vincitori dei precedenti concorsi, ultimo quello del ’99), per la sola provincia di Bari figurano ben 759 docenti abilitati. I canali di conseguimento delle abilitazioni in questione sono prevalentemente due: abilitazione acquisita grazie al precedente concorso a cattedra; abilitazione all’insegnamento ottenuta al termine della frequenza dei corsi biennali Ssis. Per chi non conoscesse adeguatamente quest’ultima realtà, va precisato che alle scuole di specializzazione per l’insegnamento si accedeva mediante concorso (item a risposta multipla sulle discipline oggetto delle abilitazioni); al termine dei corsi (con frequenza obbligatoria), che prevedevano un numero non esiguo di esami, gli abilitandi erano tenuti a sostenere un esame di stato che consisteva nel pescare una terna di tracce e nell’elaborare un percorso didattico su uno dei tre stimoli. Si sfiora il ridicolo, poi, quando si nota che in Puglia verrà bandito un concorso per 2 cattedre di A052 (materie letterarie, greco compreso, nei licei classici), classe, in provincia di Bari almeno, attualmente in esubero. Ci si domanda se, in tempi di spending review, fosse poi necessario mettere in moto una dispendiosa macchina concorsuale per spiccioli di cattedre... Insomma, la prima critica che si potrebbe muovere alla decisione di un nuovo concorso a cattedra risiede proprio nel fatto che sarebbe stato forse più opportuno stabilizzare le schiere di precari già penalizzate dall’uragano Gelmini e costrette a elemosinare supplenze nel periodo più oscuro che la scuola italiana ricordi nell’ultimo trentennio. Molti giornali hanno, incautamente, alimentato incertezze e leggende metropolitane. I titoloni che facevano riferimento all’abolizione delle graduatorie celavano un fraintendimento – o forse un’artata manipolazione – delle parole del ministro Profumo. Il concorso del 2012 non creerà nuove graduatorie da esaurirsi in tempi biblici (emblematico risulta, in tal senso, il precedente concorso, dal quale ancora a 13 anni di distanza si continua ad attingere per le immissioni in ruolo). Chi vincerà il certamen addiverrà al tanto sospirato posto fisso in tempi rapidi e le graduatorie a esaurimento continueranno a essere adottate per le nomine annuali e per il 50% delle nomine in ruolo. Ci si chiede, tuttavia, visto che pare nuove cattedre siano spuntate per “mostro o per miracolo”, se non fosse più ‘economico’ – in tutti i sensi – avvalersi di questi posti per sfoltire le pletoriche graduatorie, piuttosto che mettere in moto quest’ambivalente fabbrica dei sogni. Si potrebbe obiettare che, nelle graduatorie a esaurimento, l’elemento discriminante sia sostanzialmente rappresentato dall’anzianità di servizio. Essa è garanzia, senza dubbio, di esperienza, ma – come dato – nulla ci dice in merito alla qualità dell’insegnamento dei singoli docenti. È poi un criterio che penalizza i docenti più giovani, cui – in molti casi – si schiude un poco rassicurante orizzonte di almeno vent’anni di precariato prima di addivenire alla stabilizzazione. Considerati questi elementi, il concorsone potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per giovani meritevoli e impossibilitati, per ragioni anagrafiche, a dar la scalata alle graduatorie permanenti... Anche qui, tuttavia, bisogna fare i conti con la “realtà effettuale”. L’operazione, infatti, avrebbe in sé una logica, se le modalità di selezione fossero davvero ispirate a criteri meritocratici. Un concorso che volesse saggiare la preparazione di un aspirante insegnante di lettere, ad esempio, dovrebbe in primo luogo sondare le sue competenze linguistiche, la sua conoscenza della storia letteraria, la natura ingenua o critica delle sue interpretazioni testuali. Così, l’unica modalità che consente realmente di valutare correttamente questi elementi è il tanto vituperato tema, ancora in uso nel concorso del 1999. Per il latino e il greco – checché se ne dica – resta la versione con annessa esegesi critica; per la matematica la risoluzione di quesiti complessi; per le metodologie operative, l’igiene o la psicologia l’esame di un caso specifico e dettagliato. Per ricorrere, tuttavia, a più validi ed efficaci strumenti di valutazione occorre tempo. La correzione di centinaia di migliaia di elaborati necessita di commissioni competenti e che restino all’opera per mesi. Ne deriva che una procedura concorsuale seria e che indaghi le reali competenze di un docente non sarebbe probabilmente espletabile nell’arco di un anno. Allora qual è l’opzione del ministero? Ricorrere a quiz preselettivi con il deliberato intento di sfrondare il numero dei partecipanti. Ok. Gli item a risposta multipla – quantunque aberranti come strumento di valutazione perché poco dicono in merito all’organizzazione delle conoscenze – da anni sono adottati per le selezioni dei concorrenti a tutti i livelli dell’apparato statale. Una seria valutazione di un docente di filosofia, però, come accadeva per le Ssis (e per il TFA, errori a parte), dovrebbe avvenire sulla base di test relativi alle conoscenze, abilità e competenze delle discipline che andrà a insegnare: storia e filosofia. Invece, questo non accade: sarebbe dispendioso e poco rapido mettere all’opera commissioni che elaborino item per tutte le classi di concorso. Le preselezioni avverranno, pertanto, sulla base di una batteria di quiz identici per tutte gli aspiranti docenti, indipendentemente dalla loro disciplina e dalle cognizioni che hanno consolidato nel tempo. L’appiattimento più becero dei saperi, in sostanza. Quali i domini prescelti: forse la cultura generale? No, 15 quiz di logica; 15 testi da comprendere (non Calvino o Morante, ma magari cervellotici sdilinquimenti senza sale); 7 quiz di informatica e 7 di lingua straniera. Si sa, la tecnologia è la nuova frontiera della didattica, ma, se è auspicabile che un bravo docente sappia adoperare Excel, realizzare Power Point per presentare gli argomenti didattici, essere padrone degli strumenti di ricerca offerti dalla rete, è forse poco ortodosso escludere a priori un docente di greco da una procedura concorsuale, perché magari non conosce cosa sia “Eula”. Questo dovrebbe essere al massimo un ulteriore livello della procedura, laddove si deve discriminare chi si attesta nelle prime posizioni della graduatoria da chi naviga a centro classifica... Perché l’insidia che si cela dietro tali modalità di preselezione è che approdi alla seconda fase – quella in cui entrano in gioco le materie – gente che conosce tutto di RAM, plotter e MS-DOS, ma non sia in grado di distinguere un aoristo da un perfetto. Quanti docenti eccellenti cadranno nelle panie di queste forche caudine, con 50 test in 50 minuti, l’obbligo di leggere testi anche lunghi al PC (e c’è gente che ha difficoltà a restare seduta a lungo dinanzi un computer) e la spada di Damocle di un futuro affidato sostanzialmente al caso? Al caso, perché questi quiz saranno sorteggiati su un database di 3.500 domande (le modalità di diffusione di questo database risultano tuttora alquanto nebulose). A ogni candidato spetteranno 50 quiz differenti dall’altro, in barba alla sacrosanta necessità che i candidati siano tutti sullo stesso piano... Ci si augura, almeno, che questi quiz siano raggruppati per difficoltà e che due candidati diversi abbiano domande di difficoltà analoga e non capiti che uno si veda domandare il contrario di “lieto” e un sinonimo di “cortese” e l’altro – il più sfortunato – il significato di “pentacosiomedimni” e un contrario di “eumenide”. Quanto ai database, si auspica ancora che il Ministero abbia cura di preoccuparsi della loro accessibilità e non accada ciò che avviene quando comincia l’aggiornamento delle graduatorie di istituto e non si riesce ad accedere agevolmente alle Istanze On line. Questi database dovrebbero essere quantomeno scaricabili su PC, anche perché non tutti hanno le disponibilità economiche per una connessione ADSL permanente. Quanto al motto “largo ai giovani!” (un refrain caro ai nostri politici), basta soffermarsi a considerare i prerequisiti d’accesso per accorgersi che pochi saranno i docenti al di sotto dei trent’anni a poter effettivamente partecipare al concorsone. Che, sotto il profilo culturale, sembra, a nostro modesto avviso – piuttosto configurarsi come concorsino. Ben altra serietà e ben altro rigore richiederebbe una selezione all’altezza delle aspettative di tante famiglie italiane e rispettosa di quel concetto ormai puramente astratto che definiamo “professionalità di un docente”.
Autore: Gianni Antonio Palumbo