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I musici di Haydn
15 novembre 2015

Appare permeata da profondo senso del mistero e dell’astrazione la recente silloge di Ada De Judicibus Lisena, I musici di Haydn, edita per i tipi della Secop, accompagnata da due saggi, del sottoscritto e della scrittrice bitontina Angela De Leo, direttrice della collana I Girasoli, che ha ospitato la bella plaquette della poetessa molfettese. Il titolo allude alla famosa sinfonia degli addii (n. 45 in fa diesis minore), composta da Haydn nel 1772, mentre era al servizio del principe Esterhazy. Il celebre aneddoto legato all’esecuzione del brano assurge ad allegoria dell’esistenza stessa. Nell’anfiteatro della sua storia personale, la scrittrice ha dovuto salutare mestamente molti compagni di viaggio (lo stesso coniuge, paragonato all’ulivo che “infittisce radici” e protegge). Ciascuno, al termine del proprio ruolo nella partitura sinfonica, ha abbandonato la “Sala luminosa”, assurgendo a “Monade dell’Ignoto”. Ciascuno ha esplorato “il paese del nostro domani”, andando incontro a quello che Rabelais, come ben sottolinea la poetessa, definiva con atteggiamento scettico il “Gran Forse”. E così, questa bella silloge della De Judicibus Lisena si pone in linea di continuità rispetto a quella tradizione letteraria che risente del Sentimento del Tempo, che tutto disfa e rende transeunte, tradizione che conosce uno dei suoi vertici nelle epistole senili di Francesco Petrarca. Il senso del caduco si insinua nel fragile idillio della villa rustica, quel piccolo grande mondo che l’autrice ha eretto a sacrario, attraverso un neocrepuscolarismo che eleva a numi della casa oggetti per altri insignificanti. Animelle di un microcosmo la cui solidità e persistenza potrebbe essere incrinata da un’assenza anche apparentemente di nessun momento. Il Male si è già insinuato nel microcosmo, quel Male che “cova uova nere” e ha determinato l’epicedio dell’Arcadia, che si traduce nella morte dei pettirossi in incipit, prefigurazione del dramma biografico della perdita del compagno di vita. E così l’acchiappanuvole ensoriana appare sempre più astratta e contemplatrice nell’”ora che prevede le tempeste / i geli”; è come quel gatto che “di là dalla soglia / (...) fissa un punto lontano”. Traccia bilanci, colloquia con l’Ospite ignoto, in un canto che si scioglie in preghiera cortese e attinge alle corde dell’universale. Nella lirica della De Judicibus Lisena, il particolare non è mai irredento, perché il lettore avverte con chiarezza che il mondo interiore della scrittrice entra in tangenza con il proprio. Il sentimento dell’autrice assurge pertanto a sentimento del mondo, così come la sua nostalgia. Al contempo, non si assiste a un ripiegamento intimistico, perché l’io lirico si volge alle voci che giungono dalla campagna e dischiudono alla storia. Stabilisce analogie tra i voli degli uccelli migratori e il desolato cantico dell’immigrato, a cui non si può non tendere la mano amica, in ossequio al principio, intimamente umano, che induce a una partecipazione non sbandierata, ma vibrante, ai dolori del cosmo. È da tale sentire che germoglie una poesia che, se potrebbe non avere la sferza di Tirteo (ma tale sferza talora si avverte), è pregna di umanesimo vivido, perché inno de hominis dignitate. E così, nel momento in cui il pensiero dell’occaso di ogni umana esperienza potrebbe far prevalere un’aura luttuosa e sconsolante, ecco che più aereo si libra il dono della poesia. Perché la Grecia, proprio come il senso della “Grande bellezza”, è una categoria dell’anima. E male fa, metaforicamente parlando, la poetessa a invidiare ai gabbiani “il potere del volo”. Quel potere è già suo, grazie all’”anima azzurra” che l’io lirico chiede in prestito a Chagall e a quello sguardo di maggio che pennella arabeschi di armonia, anche laddove canta la melancolia.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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