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Fuga dalla paura storia di sopravvissuti all'Olocausto
15 dicembre 2009

Tutto il mondo all’inizio non sapeva e poi non volle sapere: queste le parole di Irena Zeligowski, coautrice con il marito Henryck Zeligowski del libro “Fuga dalla Paura” edito da la meridiana. Un libro a due facce, due volti di una stessa tragedia: la persecuzione razziale. Il nostro compito oggi è proprio quello di sapere, anzi di ricordare una strage così ampia e dolorosa come l’Olocausto, che non può, non deve essere dimenticata. Proprio in quest’ottica, il 9 dicembre, presso la Sede Storica del Liceo Ginnasio “L. da Vinci”, due classi hanno incontrato la dott.ssa Anna Zeligowski, figlia degli autori del libro, sopravvissuti alla persecuzione, nonché traduttrice in italiano del libro che racchiude i racconti autobiografici dei suoi genitori. L’incontro, finalizzato alla verifica e al confronto, ha concluso il percorso didattico “I giovani ricordano la Shoah”, svolto dalle classi II C e III C e coordinato dalla prof.ssa Giovanna Musolino, docente di Storia e Filosofia, e dalla prof.ssa, Marianna Turtur, docente di Lingua e Letteratura Italiana e Latina. Con il breve racconto della storia dei suoi genitori la Zeligowski ha lanciato diversi spunti di riflessione, ben accolti dagli studenti, che hanno aperto un dibattito su temi strettamente connessi alla Shoah e al dopo-Shoah. Importante il riferimento alla memoria e al tempo, su cui la Zeligowski ha espresso un giudizio abbastanza deciso. Sembra che non riservi grande fiducia alla memoria, mezzo troppo labile di cui l’uomo dispone. Infatti seppur il tempo e la memoria siano in connessione, il tempo è il più grande nemico della memoria stessa. Tutti i particolari legati ad un avvenimento si sbiadiscono anno dopo anno per essere poi inevitabilmente cancellati. Ma a quello della memoria si lega un altro tema fondamentale: la vergogna. Essa diventa un fattore caratterizzante di molti deportati ebrei, che si sentono inspiegabilmente colpevoli delle persecuzioni subite dalla loro etnia. E’ un sentimento che fortunatamente non si è insinuato in Irena e Henryck Zeligowski, sicuri della loro innocenza e anche per questo artefici della lotta per la sopravvivenza prima, e per la vita poi. Sono proprio l’attaccamento alla vita e la ardente volontà di testiDopomoniare quella atroce “ecatombe” che li spinge a lottare e a dare alla vita i connotati di fede; loro che non avevano fede in Dio. Altro importantissimo tema di discussione è l’ateismo, che accompagna una larghissima percentuale di deportati. Non sempre è un ateismo precedente la deportazione, ma spesso si radica negli ebrei, diventandone una nota caratteristica durante e dopo la Shoah e che li spinge a pensare, inesorabilmente e tristemente: “Dio è morto”. Tutto questo deriva, forse necessariamente, dalla incomprensione e dall’incredulità degli ebrei dinnanzi a tale violenza, assolutamente inutile, eppure reale, che strazia un intero popolo attraverso le mani ariane di uomini comuni. Al termine del dibattito, Anat (nome ebreo della Zeligowski), testimone indiretta delle infinite peripezie vissute dai suoi genitori, ha visionato i lavori prodotti dalle due classi, destinati anche ad un concorso bandito dal Miur e incentrati sul rapporto tra i sopravvissuti e i giovani, nonché sulla disposizione di questi ultimi ad accogliere le testimonianze dei primi e a farsene attivi portatori. La conversazione con la Zeligowski ha avuto una connotazione fortemente emozionale più che storica o teorica, e ciò che ne è emerso è un grande messaggio di forza e di speranza. «I vivi non devono perdere mai la speranza. “Andrà bene”, mi sono detta » (I. Zeligowski)

Autore: Gabriella M.A. Abbattista
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