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Fatevi i fatti miei a Molfetta, ve ne prego
30 luglio 2026
MOLFETTA
- Qualche tempo fa, ho avuto modo di leggere un’esortazione, sicuramente espressa con buone intenzioni, alla politica e, in particolare al governo cittadino di Molfetta a parlare solo dopo aver acclarato i risultati del suo agire e “per ora” a preferire il silenzio. Non ho condiviso questo invito. Non per la parte del silenzio, almeno. Invero, ne vorrei fare uno ben diverso. Ma prima è bene spiegare qualcosa. C'è una differenza, apparentemente sottile, tra parlare e comunicare, tra ascoltare e comprendere. Parlare è emettere segni simbolici; comunicare è costruire, insieme con altri, un pezzo di mondo condiviso. Si può anche ascoltare senza comprendere: si aspetta, anche senza troppa educazione, come ottusi e sordi, il proprio turno, registrando o inventando l'errore altrui, per rilanciarlo come micidiale arma offensiva. Il dialogo diventa un tiro alla fune tra posizioni già scritte prima ancora di sedersi al tavolo del confronto. Jürgen Habermas ha dato un nome a questa differenza di linguaggio;
l'agire comunicativo
cerca l'intesa, un accordo reciprocamente riconosciuto;
l'agire strategico
cerca il successo, indipendentemente da ciò che l'altro pensa o percepisce
[1]
. Il discorso pubblico dei nostri tempi, e quello politico in particolare, sembra essersi arreso quasi del tutto al secondo modello. Si parla per dare ragione a se stessi, non per comprendersi reciprocamente ed avviare insieme un percorso che costruisca un agire condiviso. La democrazia, spazio dell'agire comunicativo per eccellenza, si riduce a un agone di monologhi paralleli, dai quali nessuno esce mai vincitore per davvero, o almeno non a lungo. Si è pressoché svuotata la grande platea ricca e fertile di coloro che vorrebbero sforzarsi di capire, di comprendere, basando la propria conoscenza e consapevolezza su informazioni, se non oggettive (pressoché estinte), quantomeno attendibili e coerenti, magari fornite da fonti affidabili… perché si è riusciti a renderla in assoluta prevalenza indifferente, quando non schifata. Quella platea è stata sostituita da
partigianerie a prescindere
- la cui unica espressione partecipativa è l’applauso, il mormorio, il mugugno, l’insulto, sempre gratuito, talvolta osceno - contornate, purtroppo, dalla moltitudine di coloro che non si sentono rappresentati, perché convinti che partecipare non serva a nulla, che tutto sia già stato deciso altrove. Questi sono gli
astenuti
non solo dal voto, ma altresì dalla vita pubblica, dal pensarsi come soggetti che contano qualcosa e possono ancora fare la differenza. Ma allora, vale la pena sforzarsi di comunicare, informare, rendere trasparente il proprio operato? A che serve ascoltare, cercare di comprendere i punti di vista, i bisogni, le esigenze di tutti, mediare, costruire i compromessi e le basi negoziali, se poi si propenderà a dar ragione alla propria parte comunque, nutrendo altresì
pre-giudizi
sfavorevoli su ogni parola, atto, progetto proveniente dal “
fronte avverso
”? Chi alla fine avrà goduto dei vantaggi costruiti e ottenuti con tanta fatica, li apprezzerà o li rinnegherà, soprattutto per partito preso, piuttosto che per analisi ragionata di quanto fatto? Meglio, più facile, più comodo e immediatamente più fruttuoso urlare i propri slogan, anche se incredibili o incoerenti, più proficuo dare sulla voce all’interlocutore, non importa se senza argomenti o con informazioni distorte o false. Lo scopo del confronto non è più quasi mai illustrare, dialogare, convincere, acquisire consensi consapevoli, ma consolidare le adesioni che già ci sono e acquisirne di nuove, mostrando di essere il carro vincente, sul quale “tutti” vorranno salire, salvo poi abbandonarlo ancor più rapidamente, appena il vento cambia, svelando l’inganno, la pochezza, la falsità. Qualcuno ha detto che sono beati i poveri in spirito, i miti, i perseguitati, perché veri eredi della terra e del regno dei cieli
[2]
; per molti e per molto tempo questo ha significato che i giusti avrebbero avuto comunque ragione dopo la morte, nell’aldilà, nel regno dei cieli, giustificando le sofferenze, i torti, i soprusi e le ingiustizie patite durante la loro vita … perché, tanto “dopo”… Invece dovremmo rovesciare questo paradigma, utile più che altro a tener buono, con un artificio consolatorio, il consesso più numeroso e, in apparenza, meno potente, per confermare che non sempre chi urla più forte, chi usa il potere economico o l’influenza sociale, la violenza delle armi o delle parole, la prepotenza della ricchezza potrà affermare indisturbato le proprie “ragioni”, perlopiù egoistiche e di corta visione. Nell'agone della vita, che purtroppo continua a produrre “vincitori” effimeri che nessuno ricorderà a lungo, sempre più spesso prevale, anche se con grande fatica e enormi sacrifici, chi resta fedele a una postura, ad un valore etico, ad un comportamento civico, anche se può sembrare che sia vinto, perduto. È questa la platea più potente di tutte, quella che nessuno slogan, per quanto forte urlato e ossessivamente ripetuto, riesce a raggiungere, perché non è a un volume più alto che sta cercando risposta. Sono, in verità, numerosi i casi in cui la parte più debole sulla carta ha vinto, affermando le proprie idee, facendo valere i propri diritti. Il politologo Ivan Arreguín-Toft ha dedicato uno studio alla questione, giungendo a una conclusione che va oltre il semplice conteggio delle risorse: non è la potenza relativa degli attori a decidere l'esito, ma l'interazione tra le loro strategie. Quando le strategie dei due contendenti sono simili, vince il più forte; quando sono opposte, per esempio quando il debole rifiuta lo scontro diretto e adotta tattiche asimmetriche (
innovative)
, le probabilità si rovesciano a suo favore
[3]
. Detto altrimenti: alla lunga vince chi ha davvero qualcosa a cuore, da difendere, da rivendicare, financo da vendicare, e costruisce su questo la propria strategia, più di chi dispone semplicemente di più mezzi, risorse, potere. La stoffa di chi vince alla lunga, sempre più spesso appartiene a chi sa leggere il futuro e non si lascia fermare nel raggiungerlo. Alan Kay
[4]
, pioniere dell’informatica personale, già nel 1971 affermava che “
The best way to predict the future is to invent it”
. Non si prevede il futuro osservandolo da fuori, aspettando che accada: lo si costruisce ogni giorno, con la stessa fedele tenacia incrollabile di chi ha cara qualcosa e non si lascia fermare. Senza quella utile triade
comunicazione/conoscenza/consapevolezza
, senza questo esercizio, costante, difficile, profondo, non riusciremmo nemmeno a formarli, quel pensiero critico e quella capacità di adattarci alla evoluzione del contesto. Senza una visione dell’avvenire, così consolidata, non c'è nulla che progredisca davvero per noi; o, meglio, qualcosa progredirà comunque, ma senza di noi, senza la nostra partecipazione, lasciandoci indietro, proprio come quella grande platea degli
astenuti
. Allora, torniamo al mio, di invito, sincero, quasi accorato e denso di aspettative. Gente di buona volontà, costruttori, fatevi carico di tutti i
fatti
che interessano e riguardano me, noi, l’intera comunità. Parlatene, discutetene, assumeteli come propri, rendeteli appieno vostri. Aprite tutte le porte e spalancate le finestre. E poi raccontateci delle decisioni prese, del perché e come si intende intervenire. Raccontateci ogni passo, ogni discussione, ogni delibera e, quando sarà fatta, quando saranno noti e acclarati i risultati, raccontateci tutto di nuovo, (magari facendo una sintesi). Non lasciate che le cose, tutte le cose della Comunità, della Città restino "mie", o "loro", o di quel partito/fazione/gruppo/combriccola... Solo così i fatti, le questioni, le problematiche smettono di essere proprietà privata di chi urla più forte, di chi vanta il
pacchetto
di voti più gonfio, e tornano a essere ciò che dovrebbero sempre essere: la materia condivisa da cui si parte per comunicare e per costruire quel futuro che tanto desideriamo da meritarlo, per noi e per le generazioni a venire. © Riproduzione riservata
[1]
Jürgen Habermas, *Teoria dell'agire comunicativo* (Theorie des kommunikativen Handelns), Suhrkamp, 1981.
[2]
Il Discorso della montagna, Vangelo secondo Matteo, 5,3-10 (versione CEI 2008): “
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.
[3]
Ivan Arreguín-Toft, *How the Weak Win Wars: A Theory of Asymmetric Conflict*, Cambridge University Press, 2005.
[4]
Alan Kay, Xerox PARC, 1971
Autore:
Sergio Magarelli
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