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Fari d'Italia: il viaggio di Enrica Simonetti continua ATTUALITA'
15 aprile 2006

E prese (Achille) lo scudo grande e pesante, di cui lontano arrivava il chiarore, come di luna. Come quando splende in mare ai naviganti il chiarore di un fuoco acceso, ch'arde in alto sui monti. E' questa dell'Iliade la prima testimonianza che ci parla di un faro, di quella luce nella notte che accompagna i naviganti, di quelle “cattedrali sul mare” che rassicurano nella tempesta, che maestose si stagliano nella quiete. Proprio il faro è stato oggetto dell'incontro nella Fabbrica San Domenico, in cui è stato presentato il libro “Luci e ombre sul mare – I fari d'Italia” (Edizioni Laterza, Bari), di Enrica Simonetti, giornalista del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno. E' il secondo libro dedicato ai fari dopo Lampi e splendori, andar per fari lungo le coste del Sud, sempre edito da Laterza, nato anch'esso da questa passione insolita della giornalista, “nata quasi per gioco, per la curiosità di cercare in ogni viaggio, in ogni passeggiata su un lido di qualsiasi parte del mondo, la familiare torre”. L'incontro di Molfetta è stato fortemente voluto, oltre che dall'autrice, anche dalla Lega Navale e dall'associazione “Eredi della storia”. Il libro non è solo descrittivo, ma è anche una visita virtuale lungo le coste italiane, da Capodarma a Trieste, per più di 2.000 km., un viaggio nella storia, nella letteratura, nella pittura, un pellegrinaggio in quelle torri che emanano sacralità e mistero, dai saldi basamenti sino alla preziosa lucerna. Nonostante oggi la tecnologia svilisca la funzione del faro, quest'ultimo comunque continua a partorire immagini fantastiche e suggestive, e soprattutto ad affascinare. E proprio Enrica Simonetti e la sua troupe di fotografi sono stati colpiti dal suo fascino e hanno intrapreso questo viaggio, raccontato in maniera coinvolgente proprio nel testo. Durante la serata, l'autrice, con l'aiuto di diapositive esplicative, ha passato in rassegna una gran quantità di fari, diversi cronologicamente, geograficamente e architettonicamente. Ha aperto la serie il Faro di Alessandria del 250 a.C., considerato già all'epoca una delle sette Meraviglie del mondo: la sua lucerna è stata alimentata nel tempo nei più disparati modi, con il fuoco, con un gioco di specchi, sino a una struttura ruotante messa in movimento dalla forza meccanica di alcuni animali. Da non dimenticare, sempre tra le grandiosità artistiche che la storia antica ci ha lasciato, il Colosso di Rodi, oggi scomparso, ma anch'esso con la funzione di faro. L'autrice ha, inoltre, posto l'attenzione su quelle che sono le svariate testimonianze in cui compare, riprodotto o menzionato, un faro: è il caso di alcuni dipinti di Monet, De Chirico, Picasso, nonché dello stemma dell'Università di Bari, che riporta il faro di S. Cataldo, e di quella di Trieste, sino a piccoli ex voto di pescatori salvati durante un naufragio. Due le curiosità che possono attirare il lettore e che Enrica Simonetti ha chiarito: come è alimentato il faro e chi lo custodisce? Generalmente l'intensità della luce è di 1.000 watt, ma essa è amplificata da un ingegnoso sistema di specchi, che ne aumenta la portata. Inoltre, come ha raccontato l'autrice, entrare in un faro, è come immergersi nella storia anche delle famiglie dei faristi, di credenze popolari, di racconti di fantasmi che abiterebbero queste torri costiere. Ogni faro ha una sua struttura, per forma della costa, epoca, funzioni secondarie a cui può essere stato adattato: è il caso del faro di Genova, che fu adibito anche a carcere, o di quello dell'Isola Asinara, in cui anticamente giungevano i detenuti in semilibertà per i lavori forzati. Varie inoltre le ubicazioni dei fari: da piccoli isolotti a rampe inaccessibili a picco su mari perennemente tempestosi, da tralicci a siti ormai immersi nel caos dei porti, come quello di Napoli, in cui il faro è accompagnato da un altro simbolo fondamentale per la città, la statua di S. Gennaro. Ma il faro, oltre che unire mare e terra, è anche ponte tra culture: è il caso questo del faro di Leuca, nel Salento, dalla sommità del quale è possibile vedere la costa albanese. Da non dimenticare certamente il faro di Molfetta, nato per volere del console austriaco a Napoli, il quale gestiva le navi che da Trieste si dirigevano in Grecia, passando per la nostra città. L'ingegnere dei lavori fu il noto Sergio Pansini, che il 12 gennaio 1857 dichiarò ufficialmente in funzione il nostro faro. Particolare è la presenza di una targa, rara nei fari, che ricorda l'importanza del Comune nel finanziamento dell'opera, nonché riassume in poche righe la storia di questa torre in pietra che da millenni accompagna i rischiosi viaggi per mare di intere generazioni di pescatori molfettesi. Dunque, il faro come polo importante che, nella sua visibilità e altezza, permette ai naviganti di riconoscere una località o, sulle rocce sperdute, di segnalare il pericolo. Ma il faro anche come scrigno inaccessibile dalle caratteristiche contrastanti: solitudine e vita, luce e buio, presente che si perde nella storia. Storia di terra e mare, ma sempre di uomini che cercano speranzosi quel fuoco ardente.
Autore: Gabriella Valente
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