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Esiste una reale prospettiva di lavoro?
16 settembre 2011

Il tema ricorrente in questi giorni è quello di una nuova crisi che potrebbe ulteriormente colpire un sistema economico, nazionale e internazionale, già duramente provato da una prima crisi nel 2008 a cui non è seguita alcuna sostanziale ripresa.
Il problema principale risulterebbe non tanto nell’analizzare alcuni indici anche perché, guardando ad esempio le altalene delle Borse negli ultimi giorni, ci sarebbe ben poco da comprendere e sarebbe veramente astruso affidare a delle spiegazioni logiche delle variazioni così rapide e di segno opposto nel giro di poche ore. È bene ricordare ancora che, nelle intenzioni, il meccanismo della “Borsa” doveva rappresentare una opportunità per le imprese per finanziarne lo sviluppo. Nelle attuali transazioni la vera intenzione è quella, forse, della sola speculazione.
Tuttavia sarebbe utile riflettere su un elemento ancor più preoccupante e drammatico di questa vicenda, ovvero comprendere se esista o meno una reale prospettiva di lavoro per chi dovrebbe divenire parte attiva di un sistema sempre meno definito.

A fine agosto Confartigianato ha diffuso i dati sulla disoccupazione giovanile in Italia e i numeri sono allarmanti. Si parla per il 2010 di 1.183.000 disoccupati sotto i 35 anni. Nella classifica per regioni la Puglia è al 6° posto con una disoccupazione giovanile al 23%. Inoltre, considerando la fascia d’età tra i 15 e 24 anni, quella relativa a chi si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro, la percentuale nazionale è del 29,6% nel primo trimestre 2011, ovvero quasi un giovane su tre è disoccupato.
Questi sono i veri numeri di una profonda crisi che ormai perdura da tre anni e che, sempre secondo le elaborazioni di Confartigianato, ha causato nel triennio la perdita di quasi un milione di posti di lavoro per gli under 35.
Di articoli sulla crisi, sulle sue motivazioni, sulle conseguenze, nonché sulle strategie per uscirne, ne sono stati pubblicati a iosa. Sono state individuate negatività nelle regole dell’economia, in un approccio poco etico alla finanza per non parlare poi, osservando la situazione italiana, della mancanza di riforme strutturali, di politiche per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e di programmi di sviluppo.
Lo scopo del presente articolo non è quello di soffermarsi sulle tematiche sopra esposte, in quanto sicuramente ci sono molte fonti più autorevoli che hanno dibattuto la questione con analisi e contributi interessanti.
La riflessione si spinge invece su un interrogativo molto semplice ma allo stesso tempo preoccupante: esiste una reale prospettiva di lavoro? Ed in particolare per un giovane del nostro territorio che a 24 anni ha magari conseguito una Laurea Magistrale?
La risposta, guardando la situazione odierna, potrebbe essere drammaticamente negativa. L’uso del condizionale è giustificato però da una flebile possibilità che potrebbe invece consegnarci un futuro con una visione migliorativa. Tale possibilità può essere legata solo ed esclusivamente ad un cambio di pensiero a cui deve seguire obbligatoriamente un cambio di atteggiamento.
Per oltre mezzo secolo il nostro territorio si è troppo affidato, e direi consegnato, ad una gestione pubblica clientelare che non è stata in grado di curare l’interesse collettivo mediante una seria ed attenta programmazione degli interventi. Se ci troviamo ancora a discutere di infrastrutture, formazione, sviluppo del turismo, dell’agricoltura, dell’industria, significa che poco o nulla di importante è stato fatto, divenendo la politica un centro di potere per pochi “eletti” e non un servizio alla cittadinanza. Negli ultimi giorni sono stati quasi “santificati” il governatore Vendola e il ministro Fitto per la pace fatta in occasione dell’inaugurazione della Fiera del Levante.
Quasi fosse un evento fuori dal comune. In un altro paese civile un avvenimento del genere sarebbe stato considerato del tutto “normale”, poiché il mandato consegnato dagli elettori, indipendentemente dall’area politica di appartenenza, è un compito di responsabilità, in cui alle idee e agli interessi personali bisogna anteporre l’interesse per la “res pubblica”, nei fatti e non solo nelle intenzioni. In definitiva ai giovani spetta il cambiamento, sradicando le logiche di chi ha costruito le regole attuali, in particolar modo quelle regole non scritte. E per cambiare bisogna intervenire su pochi ma sostanziali punti. È necessario comprendere che:
non è dalla politica che arriva la soluzione al problema del lavoro;
occorre essere propositivi rischiando in proprio;
è necessario favorire il confronto con altre realtà, sia a livello nazionale che soprattutto a livello internazionale;
bisogna valorizzare le nostre ricchezze, da intendersi come “vantaggi produttivi del territorio”.
È mai possibile che sulle nostre spiagge i lidi chiudano a metà settembre con una temperatura esterna che supera ancora i 30 gradi? Sarà pure un problema di concessione ma bisogna rimanere immobili ed essere perseguitati di una miope regolamentazione? Pertanto, senza giungere alle pesanti conseguenze dei recenti moti del Nord Africa (a cui molte volte siamo paragonati), occorre veramente contrapporsi a quell’immobilismo di cui siamo stati per troppi anni artefici e vittime. La speranza è quella che questo periodo di crisi possa servire invece da risveglio per una nuova ripartenza, con quelle capacità umane, prima ancora che economiche, che nel nostro ambiente non mancano. Ripartire dal basso senza attendere la classica soluzione calata dall’alto. Il Giappone è un chiaro ed evidente esempio di questa filosofia. Autostrada ricostruita sei giorni dopo gli eventi catastrofici di inizio anno. Da noi magari si discute da decenni per realizzare un sotto passaggio che elimini gli inutili e pericolosi passaggi a livello.
Autore: Domenico Morrone
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La risposta economica alla globalizzazione è per sua natura nemica sia della stabilità che della sicurezza. Lo sradicamento delle persone diventa una condizione della efficienza e della competitività; regna sovrana la mentalità del “salta sulla bicicletta e cercati un lavoro”. Inoltre lo smantellamento del welfare state è all'ordine del giorno. Questi sviluppi non sono sempre negativi, anzi, entro certi limiti sono inevitabili; ma gli eventi stanno puntando in direzione nettamente opposta. L'effetto è duplice: distruzione di caratteristiche rilevanti della vita comunitaria e, per molti, un senso crescente di insicurezza personale. I centri degradati delle città documentano in modo eloquente questa situazione destabilizzante, aggravata ulteriormente dalla tendenza a creare centri commerciali nel verde a spese delle vie cittadine e delle piazze del mercato. Per un po' contratti a termine e lavoro part-time vanno bene, specialmente per le persone giovani e in salute, nonché forse per le donne in gravidanza; ma anche i giovani invecchiano, e scoprire a cinquant'anni (e a volte anche prima) che non c'è bisogno di te può bastare per renderti una “pantera grigia”. Si aggiunga a tutto ciò, come effetto delle pressioni della globalizzazione, la rinascita del darwinismo sociale, e la miscela diventerà ancora più micidiale. L'effetto forse più grave del trionfo dei valori legati alla flessibilità, all'efficienza, alla produttività, alla competitività e all'utilità, è la distruzione dei servizi pubblici. E allora servizio sanitario nazionale, istruzione pubblica per tutti e salario garantito, comunque vengano chiamati, diventano vittime di un economicismo sfrenato. Né può sorprendere che, nel corso di questo processo, trasporti per pendolari, tutela ambientale e pubblica sicurezza subiscano un netto peggioramento. La sensazione che si va diffondendo è quella che stia venendo meno ogni certezza: di qui senso di anomia, tramonto di ogni regola, e profonda insicurezza.
Prospettive sempre più oscure! Basterà ricordare alcune circostanze: l'integrazione dei giovani nella società non è più così facile, ma dove la famiglia fa acqua, la scuola non è in grado di sopperire a tale funzione; il mercato del lavoro non è propriamente in attesa di nuovi venuti: molti giovani incominciano ad andare alla deriva e ad abbracciare comportamenti asociali, mentre la gente vorrebbe vederli disciplinati. Il welfare state va riformato e la cosa non può avvenire senza sacrifici. Ma questi sacrifici, pensa la gente, devono ricadere in primo luogo su coloro che vivono alle spalle degli altri e che non danno alla società nessun contributo personale. Se qualcuno non ha voglia di lavorare, occorre costringerlo a farlo o negargli ogni cosa. I genitori che non si prendono cura dei loro figli devono essere costretti a farlo, se necessario. Accade troppo spesso che la libertà degeneri in licenza. Il comportamento in pubblico, si pensa, è troppo disgustoso, inutile elencarne i comportamenti, lo si vede chiaramente (Molfetta?). La natura del lavoro sta cambiando Una carriera lavorativa unica che copra l'intera esistenza della persona sarà l'eccezione e non la regola. Nell'arco della propria vita le persone avranno dei periodi di lavoro e dei periodi di disoccupazione, attività a tempo pieno e attività part-time, periodi di addestramento e di riaddestramento. In qualche misura, con grande disappunto di molti uomini, diventerà regola generale l'esperienza delle donne. Il nuovo mondo del lavoro impone che i giovani vengono posti nella condizione di vivere un'esperienza di addestramento professionale strettamente legata a occupazioni reali e destinata a concludersi con un periodo di impiego. L'istruzione non risolve tutti i problemi. Le persone comprensibilmente si chiedono che sbocchi abbia. Ma un'istruzione legata a un impiego nell'età critica che va dai 16 ai 19 anni circa assicura alla persona una base di esperienza e di motivazioni che può sostenerla nel corso di tutta una vita di cambiamenti. Viceversa, in assenza delle necessarie opportunità di rendersi conto dell'utilità dell'istruzione e dei vincoli del mercato del lavoro, molto, se non tutto, è perduto. Anche ammesso che non siamo in grado di porre rimedio alla situazione di coloro che sono già esclusi dalla società, dobbiamo fare quanto basta per impedire che un'altra generazione faccia la stessa triste esperienza.

Finchè non si costruirà un “livello europeo”, quindi l' “Europa”, le cosiddette “prospettive” non compenseranno gli effetti della globalizzazione. Perché l'Europa non ha l'influenza internazionale che la sua popolazione e il suo livello di sviluppo richiederebbero. Anche e soprattutto perché l'Europa appare come una zona di progresso debole, per non dire di stagnazione, in un mondo sconvolto dalla crescita accelerata della Cina e dalla crescente egemonia americana. Bisogna abbandonare le illusioni di un discorso “europeista” estremo e riconoscere che è necessario cercare su un altro piano, più basilare, la ragion d'essere del declino di una certa visione della vita sociale. Una volta messa da parte questa falsa risposta, bisogna affrontare ciò che si chiama “la fine del sociale” e trarne tutte le conseguenze per l'analisi. L'indebolimento dell'Europa è dovuto al fatto che essa non crede nel proprio futuro. E' scontenta dell'egemonia americana, ma non abbastanza da cercare di svolgere un ruolo geopolitico pari a quello degli Stati Uniti o della Cina, per l'assenza di una coscienza europea: gli stati più forti economicamente cercano solo di proteggersi e proteggere i propri privilegi, frenati dal timore di scatenare un conflitto con gli Stati Uniti. Da questo punto di vista gli americani non hanno torto nel giudicare severamente i cittadini europei, che non hanno “né armi, né idee, né volontà”. L'impotenza europea non si manifesta solo nel campo della politica internazionale: la maggior parte dell'èlite scientifica e industriale mondiale è attratta dagli Stati Uniti per la qualità dei suoi centri di ricerca e delle sue grandi università. Sarebbe tempo che l'Europa, superando le debolezze e l'impotenza di ciascun paese europeo, creasse una rete di istituzioni e di centri di ricerca eccellente in grado di rivaleggiare con gli Stati Uniti o di collaborare con le università e i laboratori americani su di un piano di parità. Manca una coscienza europea. La costruzione europea presenta moltissimi vantaggi e solo una piccola minoranza vi si oppone, ma è così poco esaltante da ridurre i paesi europei al rango di osservatori critici della storia mondiale. L'Europa non è più un continente di combattenti; si sta trasformando in un continente di pensionati. L'espressione “il mondo occidentale” è ormai pressoché priva di senso. L'Europa non solo è una Stato senza nazione, ma è uno Stato debole che definisce più in senso amministrativo che politico. E poiché l'Europa non è una nazione, è al mondo intellettuale, scientifico, artistico e culturale formato dall'unione di paesi, città, correnti di idee, scuole, centri di ricerca, che va chiesto di essere più creativo, più indipendente dagli Stati Uniti e anche più cosmopolita e multiculturale.
Quali sono, dunque, le condizioni ineludibili della globalizzazione? Che cosa devono fare aziende, paesi o regioni di ogni parte del mondo, se non vogliono condannarsi all'arretratezza e alla povertà? Gli attori economici hanno bisogno soprattutto di flessibilità, per usare una parola oggi di moda. Con tale termine si vuol intendere qualcosa di desiderabile, ma per molti esso descrive il prezzo da pagare; dunque le due connotazioni sono tali e tante che è difficile legarlo a un significato particolare. Eppure, in assenza di un grado notevole di flessibilità, le aziende non possono sopravvivere nel mercato mondiale. Flessibilità significa in primo luogo eliminazioni delle rigidità: quindi due fattori che generalmente contribuiscono a crearla sono la deregulation e la limitazione delle interferenze governative; molti vi includerebbero anche l'alleggerimento del peso fiscale su aziende e individui. Il termine flessibilità ha finito per indicare soprattutto allentamento dei vincoli che gravano sul mercato del lavoro: maggiore facilità nell'assumere e nel licenziare, possibilità di aumentare e diminuire i salari, espansione degli impieghi part-time e a termine, cambiamento più frequente di lavoro, di azienda e di sede. Gli operai devono essere flessibili, ma il discorso naturalmente vale anche per gli imprenditori: al riguardo si è soliti invocare l'immagine idealizzata che dell'imprenditore e della sua “distruttività creativa ci ha dato Schumpter. Flessibilità significa anche disponibilità di tutti gli operatori di accettare i cambiamenti tecnologici e a reagirvi prontamente. In termini di marketing flessibilità è capacità di andare dovunque si offra una opportunità e di abbandonare ogni posizione in cui le opportunità passate si siano esaurite. Le economie a retribuzioni basse trovano il loro posto nel mercato mondiale vendendo a prezzi più bassi delle altre. I loro prodotti sono più convenienti, ma anche i loro operai sono più poveri. Si sente dire che questa è la sola via di successo, ma tutto dimostra che questo estremo economicismo è semplicemente un errore. Anche l'alta specializzazione può creare un vantaggio competitivo: non solo perché essa ed essa sola fa avanzare le frontiere della tecnologia, ma anche perché, a dispetto della computerizzazione, per avere dei prodotti di qualità e per mantenere la qualità dei prodotti occorrono a monte degli operatori specializzati. A un certo punto una persona altamente specializzata costa meno di cinque operatori scarsamente remunerati che producono le stesse cose. In relazione a queste scelte sembra che gli Stati Uniti si stiano muovendo in direzione di retribuzioni basse, mentre il Giappone abbia optato per l'alta specializzazione, che la Gran Bretagna preferisca le retribuzioni basse, mentre la Germania l'alta specializzazione. E l'Italia? L'Italia e gli italiani hanno scelto il “Bunga Bunga”, hanno scelto l'idea dell'arricchimento facile e senza sacrifici e rinunce, relegando tutto nelle mani di un pifferaio sconosciuto: dopo anni di strombazzate in lungo e in largo, folle esaltate ai limiti della follia, i risultati stanno sotto gli occhi di tutti.....e c'è ancora chi lo nega!!!!!
Tre rivoluzioni economiche in trent'anni – Concorrenza, nuove tecnologie, Globalizzazione – hanno trasformato il mondo. Se potessimo ritornare a metà degli anni settanta non riconosceremmo l'Italia di allora e non sapremmo riadattarci a vivere un'economia così diversa. Trent'anni fa non erano nati il liberismo e le privatizzazioni (la Fiat aveva il 50% del mercato italiano). I sindacati erano molto più potenti di oggi, il rischio di perdere il lavoro per chi lo aveva era minimo, ma già cresceva la disoccupazione giovanile nonostante il crollo delle nascite. I computer erano grosse macchine che si vedevano soprattutto alla Nasa e nei film di James Bond. La Cina chiusa e arretrata esportava solo miti ideologici. All'inizio degli anni Ottanta Reagan e Thatcher hanno dato il via alla ritirata dello Stato dall'economia, la deregulation e l'apertura alla concorrenza in molti settori: telefoni, banche, energia, aerei, televisioni. L'Italia ha seguito l'onda in ritardo ma anche da noi il livello di competizione interna è aumentato, la logica del capitalismo è penetrata in ogni angolo della nostra esistenza. La tv commerciale e l'esplosione della pubblicità hanno favorito l'ascesa del fenomeno dei logo delle griffe e delle sponsorizzazioni. La nuova “economia dell'immagine” regna dai supermercati ai campi di calcio. La rivoluzione tecnologica ha cambiato la nostra vita. Ci sembra impossibile mandare i figli in vacanza e non poter ricevere un sms al giorno; le aziende si fermerebbero se dovessimo tornare a usare la macchina da scrivere. La “globalizzazione” ha ingigantito l'orizzonte dei paesi con cui dobbiamo misurarci. I paesi poveri hanno premuto sui poveri perché si aprissero a loro volta, sicuri di poterli dominare. Invece via via che l'Asia e l'Europa dell'Est si convertivano al mercato ce li siamo trovati in casa: come produttori, e come immigrati per riempire il deficit demografico strutturale delle nostre società in rapido invecchiamento. Nessuno poteva immaginare la delocalizzazione in Romania e i telefonini coreani, tantomeno che la Cina e India diventassero superpotenze mondiali. Nei tre decenni l'economia italiana ha attraversato crisi sempre più gravi: dal primo choc petrolifero al dissesto permanente dei conti pubblici, dal deperimento del Welfare state al tramonto della grande impresa pubblica e privata. La stagione di successi delle piccole aziende e dei distretti industriali non ha retto alla nuova globalizzazione segnata dai giganti asiatici. Ma le cause del nostro declino di oggi erano già visibili trent'anni fa. -

(Una ripetizione) - Ciò che stiamo vivendo è la “distruzione della società”, ovvero della vita “sociale”; la distruzione di tutte le categorie nelle quali eravamo rinchiusi come in un'armatura da più di un secolo. Vediamo crollare intorno a noi società di produzione e venir meno le lotte sociali che, con il loro pungolo, ci hanno regalato svariati secoli di vantaggio sul resto del mondo. Vediamo il ritorno della violenza e della guerra, evidente anche il trionfo del mercato rispetto al lavoro e alla creazione. (ne è esempio il bombardamento pubblicitario mercatale molfettese tanto discusso in questi giorni). Accanto a tutto questo, si scorgono anche i primi barlumi di una modernità i cui principi (la fede nella religione e il riconoscimento dei diritti individuali universali) si affermano sulle rovine dei sistemi sociali (vedi le ultime elezioni Napoli e Milano). Ben lungi dall'essere immersi in un mondo in cui esisterebbero solo l'interesse e il piacere, siamo sempre più di fronte alla nostra responsabilità di essere liberi. Sulle rovine dei sistemi sociali emergono, in modo sempre più manifesto, due forze che non sono, né l'una né l'altra, e, dall'altro, l'appello, a sua volta non sociale, perché assoluto e universale, ai diritti e alla ragione. La nostra storia non viene più definita dal suo senso e dall'eventuale punto di arrivo; e neppure dallo spirito del tempo o di un popolo, ma dallo scontro di forze naturali – mercati, guerre e catastrofi – con la modernità e con il soggetto. Nella sua forma liberista, la vita sociale si riduce a un mercato senza regole in cui ognuno cerca di appropriarsi di un prodotto che definisce un buon affare. Questa concorrenza generalizzata sostiene gruppi di interesse e corporativismi che non si preoccupano più dell'interesse generale. Ci stiamo avvicinando, più o meno in fretta a seconda dai paesi, alla fase in cui la capacità di accumulo scomparirà e il consumo prevarrà sulla produzione al punto tale da far gravare sulle generazioni successive il peso della crescita del debito pubblico. Le nostre società potrebbero allora diventare mercati, bazar, in cui ogni gruppo cercherà di vendere ciò che produce e di comprare al miglior prezzo i beni e i servizi di cui ha bisogno. Altri paesi eviteranno questa deriva entropica concentrando risorse e potere decisionale nelle mani di nuove èlite: gruppi che operano tramite la guerra più che la produzione, che detengono armi piuttosto che mercati e che impongono una nuova schiavitù peggiorando il più possibile la qualità di vita dei lavoratori.
Ci sono voluti decenni di lotte intestine – “lotte di classe” come furono giustamente chiamate allora (1895) – per affermare l'uguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani. E ci sono volute anche due guerre moderne: per quanto sia terribile a dirsi, non esiste un fattore di livellamento sociale più efficace di una guerra moderna che coinvolge l'intera popolazione. Non è a caso che la seconda guerra mondiale sia stata chiamata “guerra totale”. Quando si profilano opportunità nuove ma la gente non riesce ancora a coglierle, quando lo sviluppo economico conosce una forte accelerazione ma la crescita sociale e politica stenta a decollare, matura una miscela di frustrazione e di irresponsabilità che alimenta la violenza. Tale violenza a volte è individuale e indiretta, ma può anche diventare collettiva e dirigersi contro vicini apparentemente più felici, contro membri del proprio ambiente, o anche contro entrambi. Fino a quando alcuni paesi sono poveri e, ciò che conta ancora di più, condannati a restare tali, perché vivono del tutto al di fuori del mercato mondiale, la prospettiva resta un vantaggio ingiusto. Fino a quando ci sono individui che non hanno diritti di partecipazione sociale e politica, i diritti dei pochi che ne usufruiscono non possono considerarsi legittimi. L'esplosione demografica, l'aggressione militare, aggravata dalla vasta diffusione di armi letali o addirittura nucleari, il fondamentalismo militante, il protezionismo nei confronti dei beni non meno che delle persone: questi e altri mali sono sottoprodotti possibili e, anche troppo spesso, reali delle prime fasi di sviluppo, destinati ad accompagnarci nel corso delle prossime generazioni. Quante generazioni? Due? Tre? Certamente si tratterà di un periodo lungo. Per restare competitivi in un mercato mondiale in crescita si devono prendere misure destinate a danneggiare irreparabilmente la coesione delle rispettive società civili. Se si è impreparati a prendere queste misure, si ricorre a restrizioni delle libertà civili e della partecipazione politica che configurano addirittura un nuovo autoritarismo. Il compito che incombe sul primo Mondo nel decennio prossimo ventura è quello di far quadrare il cerchio fra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica. La “quadratura” del cerchio è impossibile, ma ci si può avvicinare con progetti collettivi e di coesione umana. Ci riusciranno per prima i paesi attualmente esclusi dal cerchio? Il Messico o stati fortunati dell'America latina? O le tigri e i draghi dell'Asia? Oppure la Cina? Per ora tutti questi paesi sono alla ricerca di una rapida crescita economica che si sposi con una robusta coesione sociale, senza preoccuparsi troppo di promuovere insieme stato di diritto e democrazia politica, trascinando anche tutto il mondo occidentale, con le problematiche che ci attanagliano ogni giorno e senza soluzioni al momento.

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