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Dove nasce e dove si diffonde la cultura: un teatro per Molfetta
(27 marzo 2026 – giornata mondiale del teatro)
27 marzo 2026
MOLFETTA
- Qualche tempo fa, un noto Ministro (Giulio Tremonti) fu vittima di
quote laundering
; una sua frase venne “ripulita e rimaneggiata” per divenire il motto: “
con la cultura non si mangia
”, rinnegato e smentito ripetutamente dal presunto autore (e invero, non si fa fatica a credergli, conoscendo il suo bagaglio professionale e– appunto – culturale). Vorremmo invertire quanto attribuitogli, dimostrando che invece: “
senza la cultura, non si mangia; almeno, non quanto potremmo
”. Il
valore economico
dell’ampio e diversificato segmento produttivo che si iscrive sotto il nome di “
cultura
” va ben oltre il valore aggiunto diretto, con effetti moltiplicativi significativi, e contribuisce - con un peso sistemico nell’economia quantificabile, per il nostro Paese, in oltre 112 miliardi di euro - a realizzare il 6% circa del PIL nazionale, ammontare in rapida crescita
[1]
. Il Valore Aggiunto complessivo (diretto + indiretto), secondo l’autorevole fonte citata, andrebbe pressochè triplicato (oltre 300 miliardi di euro), generando una occupazione di oltre 1,5 milioni di addetti e potendo annoverare più di 300 mila iniziative, tra imprese ed ETS
[2]
. La
tecnologia avanzata
appare sempre più come variabile cruciale per produttività, attrattività e competitività del tessuto economico e sociale; diventa, quindi, fattore vincente la capacità di adottare la medesima in maniera pro-attiva ed efficiente. Come molti affermano
[3]
, in campo tecnologico è basilare utilizzare abilità trasversali come il
pensiero critico e creativo
, segnatamente se unito alla capacità di
adeguarsi in tempo reale
; questi, invero, sono sia prerequisiti, sia modalità operative per governare, invece di rifuggire, l’incertezza, costituendo il nucleo economico irrinunciabile e insostituibile della formazione umana nell’era dell’Intelligenza Artificiale (generativa), della Realtà Potenziata e di altre
diavolerie
. Allo scopo, non sono richieste soltanto competenze tecniche di tipo strumentale (“saper usare” un meccanismo), ma devono essere impegnate qualità cognitive di ordine superiore, ad esempio: saper valutare la qualità e l’attendibilità di un output, formulare domande pertinenti, costruire ragionamenti per confronto e analogia, riconoscere valori e limiti etici. Queste facoltà si formano e si consolidano attraverso la frequentazione assidua, magari anche inconsapevole e comunque sfacciatamente
hungry and foolish
dei
luoghi culturali
, individuati nei significati più ampi, diversificati e profondi.
Le infrastrutture catalizzatrici
di quelle capacità, ovvero i
luoghi economici della cultura,
sono certamente tantissimi e molti del tutto inaspettati; sicuramente sistematicità, accessibilità e produttività pressoché uniche, vanno riconosciute ai
teatri
. Corre l’obbligo definire un “Teatro”, ovvero il luogo del “vedere” (da
theàomai
, “guardare con attenzione e meraviglia, contemplare con partecipazione”). Il teatro moderno (nella tipologia che “
abbiamo in mente
”) è un luogo fisico, un edificio composto da palcoscenico sopraelevato e attrezzato, golfo mistico, sala per gli spettatori (platea, palchi, loggioni), e retroscena (camerini, laboratori scenici, depositi); in questa configurazione solitamente si riconosce il cd. “teatro all’italiana”
[4]
. La sua funzione è realizzare un contesto in cui operano insieme le diverse arti, per rappresentare, sotto forma di testo recitato o drammatizzazione scenica, una
storia
, attraverso la combinazione di “parole, gestualità, musica, danza, vocalità, suoni e ogni altro elemento proveniente dalle altre arti performative”. Il teatro è simultaneamente luogo artistico e narrativo, catalizzatore economico e culturale di una comunità, dispositivo di formazione del pensiero attraverso l’esperienza estetica condivisa, infrastruttura sociale che genera coesione, identità collettiva e capitale sociale simbolico… In effetti, la sua storia affonda nella notte dei tempi, con il tramandarsi della conoscenza orale, e deriva dai rituali sciamanici (tra 40.000 e 15.000 anni fa); le prime testimonianze formali si trovano nel VI secolo a.C. ad Atene, in un contesto religioso e festivo legato al culto di Dioniso, o, ancora più addietro, in Egitto, con i rituali della morte e resurrezione del dio, nonché in India, Cina e Giappone, derivanti da rituali religiosi e filosofici. Insomma, da sempre il Teatro ha rappresentato i legami dell’individuo con i suoi simili, le sue emozioni, i comportamenti, i ruoli nella società e i modi di viverli, subirli, abbatterli… il gioco della vita nelle sue infinite sfaccettature. Ma il teatro richiede anche attente e complesse
soluzioni tecniche
, sia per ospitare iniziative di stampo classico, con grandi scenografie cangianti, con necessità acustiche specifiche, con una “buca” per l’orchestra, con una visibilità studiata per ogni manifestazione, sia per accogliere rappresentazioni più contemporanee, che hanno necessità specifiche
[5]
; la struttura deve inoltre garantire funzionalità degli impianti e organizzazioni sceniche particolari, assicurare la sicurezza dei partecipanti anche a fronte di eventi inattesi o catastrofici, nonché l’eventuale intervento individuale di soccorso in sala, e, non ultimo, l’accesso (e parcheggio) se non agevole, almeno possibile. E poi, deve individuare la sua
mission
e adeguarsi ai suoi stakeholder attuali, ma anche pensare a quelli che potrebbero essere i futuri destinatari della sua attività. Insomma, l’iniziativa necessita di una
pianificazione strategica
che va ben oltre le complessità architettoniche, ingegneristiche e logistiche, che già da sole basterebbero. Senza quella progettualità, però, anche il miglior artefatto potrebbe restare estraneo alla comunità e non inserito nelle sue interrelazioni più promettenti e proficue. Deve peraltro essere ben chiaro che l’attività del Teatro non deve (non vorrà e non potrà) sostituirsi a quella delle tantissime, lodevoli, coraggiose iniziative spontanee che stanno mantenendo – malgrado tutto - il panorama culturale cittadino vivace, intenso e accorsato, da cui potrà invece ricevere sollecitazioni produttive, stimoli proficui e, soprattutto, una utilissima segnalazione dei bisogni e preferenze della comunità. Il Teatro dovrà, quindi, sostenere quelle iniziative, farsi loro complementare e costituire un volano alle modalità di espressione del pensiero e della creatività, per consolidare la partecipazione attiva di ogni componente della comunità, magari ospitando (meglio se pressochè gratuitamente) le migliori attività, realizzate o realizzande, dando loro una elevata risonanza mediatica e favorendo, con una selezione accurata ed esclusivamente professionale, la segnalazione di percorsi culturali ad ampia diffusione di cui la comunità potrà arricchirsi. È ovvio quanto indispensabile, il coinvolgimento attivo, anche finanziario, degli Enti territoriali, la cui governance deve essere così lungimirante da sostenerne una crescita autonoma e culturalmente indipendente, in modo da poter interloquire alla pari e in maniera propositiva con ogni stakeholder. Se non saremo capaci di farlo, la pena sarebbe una sola: il fallimento dell’iniziativa, che – al più – potrebbe rappresentare un ulteriore cloaca in cui infognare le risorse pubbliche, i soldi di tutti noi. Molfetta non è affatto nuova a cimentarsi come protagonista in quest’ambito. Ricordiamo che nella città, nel 1810, fu costituito il primo teatro di tutta la Puglia. Il “Teatro Vecchio”. Il sindaco dell’epoca, Felice Fiore – definito dalle fonti “umanista di profonda cultura” – fece allestire un teatro provvisorio nell’attuale sede del Palazzo di Città, grazie a contribuzioni volontarie dei cittadini. Il teatro fu successivamente ingrandito e, nel 1860 fu iscritto presso le agenzie teatrali di Napoli, Roma e Milano, divenendo “una importante piazza musicale”, dove si esibirono cantanti famosi. Il 23 marzo 1902, con il cambio dell’Amministrazione comunale, il teatro fu demolito, “ritenuto opera di lusso, devoluta alla casta signorile”. Molte furono le strutture successive nella città, ma nessuna è rimasta fino ai nostri giorni:
Teatro Allegretta
(1908): costruito nell’atrio della vecchia chiesa di Santa Teresa. Durò brevemente e cedette il posto all’iniziativa successiva;
Politeama Attanasio
(1909-1915): dopo l’inaugurazione nel 1909, fresco dei trionfi alla Scala, Leopoldo Mugnone vi diresse la “Norma” di Bellini. Fu demolito durante la Prima Guerra Mondiale per ricavarne legname a uso militare.
Politeama Sociale
(1913-1919): sorto nell’atrio dell’antico convento di Santa Teresa con entrata da Via Ugo Bassi. Vi si alternarono stagioni liriche con la partecipazione della celebre Lina Cavalieri. Nel marzo 1919, un furioso incendio distrusse l’intero teatro in meno di quaranta minuti.
Teatro La Fenice
(1936-1957): aperto nel 1936, fu teatro di compagnie di operetta, rivista e prosa. Nel 1957 fu demolito per far spazio a un edificio residenziale di nove piani all’angolo fra Corso Umberto e Via Vittorio Emanuele, affacciato su Piazza Garibaldi. La sua scomparsa chiuse definitivamente l’era dei teatri a Molfetta
[6]
.
Anche le diverse sale cinematografiche aperte in città quasi tutte nel periodo del secondo dopoguerra
[7]
e sul finire degli anni 50 non hanno avuto miglior ventura. La storia, peraltro, è ben ricca di esempi di strutture che sono andate distrutte o in rovina e che poi sono caparbiamente risorte, riprendendo la propria attività, Il caso a noi più vicino è sicuramente il Teatro (borghese)
Petruzzelli
a Bari, devastato da un incendio nel 1991. Ha ripreso l’attività 18 anni dopo, nel 2009, ritornando ad essere uno dei più prestigiosi contenitori culturali dell’intero territorio. Sventure e avventure analoghe hanno anche interessato il
Gran Teatro La Fenice
, di Venezia (ben 2 volte), il
San Carlo
di Napoli, che, dopo un rovinoso incendio, in meno di un anno tornò a risplendere, simbolo della resilienza partenopea, il
Regio
di Torino, dopo due secoli, ancora un incendio, poco prima dello scoppio della II guerra mondiale, ne fermò l’attività per ben 40 anni; è rinato negli anni ’70, rinnovato con grandissima originalità, infine, il teatro dei teatri italiani,
la Scala
di Milano, emblema della cultura italiana, bombardato nel 1943, durante la guerra, riaprì tra i primi in Europa, subito dopo la cessazione del conflitto, nel maggio del 1946. All’apertura ufficiale, con il mitico Maestro Toscanini, erano presenti circa 5.000 persone in teatro e 40.000 in piazza. Mai, o quasi, una comunità è rimasta priva del proprio veicolo culturale, se lo ha voluto, con forza e decisione. Il file rouge che lega tutte queste storie di resilienza e rinascita è quello della
volontà identitaria
di una comunità, che riconosce in quella fucina culturale non solo la propria storia e tradizione, ma ne intravvede anche un futuro per le prossime generazioni. È forse questo che è mancato alla nostra città? L’orgoglio di sentirsi una comunità, fiera del proprio passato e piena di voglia di essere protagonista del proprio domani? Eppure, non son pochi, né poco significativi i numerosi esempi che ci offrono le comunità viciniori. Oltre al capoluogo barese, che vanta una dovizia di strutture
[8]
, alcune storiche, altre più moderne, molti comuni viciniori a Molfetta, anche meno popolosi, possono contare sulla presenza di localizzazioni similari. Barletta con lo storico Teatro Curci, Bitonto con il Traetta, riaperto dopo 50 anni all’inizio del nuovo secolo, Bisceglie con il Garibaldi… ma anche Mola, Gioia del Colle, Ruvo di Puglia, Modugno, Noicattaro, Monopoli, Conversano, Bitritto, Corato, Acquaviva delle Fonti, Canosa, Cerignola… confido di non averne dimenticati troppi. Tra le città più popolose delle province di Bari e Bat,
Molfetta
condivide questo fastidioso e umiliante primato insieme con
Andria
, che forse è l’unico capoluogo di provincia ad essere privo di uno spazio teatrale e con
Trani
, altrettanto incredibilmente, viste le accentuate connotazioni culturali di quella comunità e gli impegni …in itinere.
[9]
Certo, è ben noto il progetto di edificare a Molfetta
[10]
un “nuovo teatro pubblico”. Un progetto antico, avviato formalmente nel 2019, che prevede una costruzione estesa su 3.000 mq di superficie, per 16 di altezza, con un golfo mistico e torre scenica adeguati e un palco idoneo ad ospitare attrezzature, impianti e sceneggiature, una capienza di 1.200 posti (platea + balconata), da realizzare secondo criteri di sostenibilità e architettonicamente caratterizzati (struttura in legno lamellare e vetro, , ecocompatibile, alimentato anche da energia prodotta da fonti rinnovabili). Meno pacifica la sua potenziale collocazione, piuttosto periferica e con aspetti tecnici critici, e il reperimento dei finanziamenti necessari per la realizzazione completa
[11]
. Il progetto, comunque, è allo stato “sospeso”, in attesa di…tempi
migliori
? È chiaro che le caratteristiche di un
Teatro cittadino
devono rispecchiare, ma anche risvegliare le aspirazioni di una comunità e consolidarne la sua vocazione identitaria. Pensare esclusivamente ad una pianificazione proficua non è solo avvilente per la stessa comunità, ma rischia anche di non cogliere l’obiettivo, creando un ulteriore
monstrum,
che mostra solo se stesso. È decisivo che la comunità lo voglia, con forza tenacia e sapienza, ma ancor più importante è che quella comunità sappia meritarlo.
Sergio Magarelli
© Riproduzione riservata
[1]
Il rapporto annuale “Io sono Cultura”, giunto nel 2025 alla sua quindicesima edizione, è la fonte più autorevole disponibile per la misurazione del Sistema Produttivo Culturale e Creativo (SPCC) italiano. I segmenti più dinamici sono risultati Software e videogiochi, seguiti da attività di Comunicazione.
[2]
I dati italiani sono in linea con la media europea e lievemente superiori a quelli dei principali paesi nel mondo, nel rapporto con il rispettivo PIL; a livello regionale, invece, si rilevano le consuete disparità tra Centro-Nord e Meridione, con Campania, Sicilia e Puglia con poco più del 3% del PIL regionale composto da imprese del segmento.
[3]
A
nche un elenco sintetico sarebbe ridondante e incompleto; non si possono però sottacere i contributi basilari di “economisti etici” come il maestro Amartya Sen, promotore della cultura come base delle capacità umane e del pensiero critico costruttore di libertà, nonché i nostri Umberto Galimberti e Luciano Floridi propugnatori dell’Umanesimo digitale, indispensabile completamento del sapere tecnologico. Insomma dai “
cultural spillovers”, che portano esternalità positive sull’innovazione, sulla qualità del lavoro, sulla coesione sociale e sull’intera economia, alla “culturalizzazione dell’economia”, processo per cui questa contamina e arricchisce tutti i settori produttivi attraverso gli
Embedded Creatives
, ovvero professionisti culturali e creativi che applicano il pensiero complesso, incorporati dentro filiere estranee che portano giudizio estetico, sensibilità culturale, capacità di leggere i significati sociali, identitari, esperienziali e simbolici dei prodotti (ad es., il designer che lavora in Ferrari).
[4]
Queste le principali connotazioni tecniche: Sala con pianta a U, a campana o a ferro di cavallo; Più ordini di palchi sovrapposti (dai 2 ai 6 livelli) lungo le pareti laterali; Platea al pianterreno con graduale rialzamento verso il fondo; Grande boccascena (proscenio + arcoscenico) come cornice della scena; Palcoscenico profondo con graticcio soprastante per le macchine teatrali; Palco reale o presidenziale nella posizione centrale di fronte al palcoscenico; Loggione in sommità per i posti più economici.
[5]
il teatro contemporaneo esprime la rottura con la forma all’italiana attraverso: spazi trasformabili (palchi modulari, platea mobile), sale “black box” (scatola nera) configurabili in forme diverse (frontale, circolare, traverse), strutture non dedicate o improvvisate (teatri di strada, spazi industriali riconvertiti
[6]
Fonte: MolfettaViva, “La cultura dimenticata: Molfetta e i suoi teatri che non esistono più”.
[7]
Molfetta ha contato, in quel periodo, su almeno 6 sale cinematografiche, molte delle quali erano dotate di sipario e palcoscenico:
Cinema Orfeo (1933-1959): prima vera sala cinematografica di Molfetta, abbattuta nel 1959 e sostituita dal cinema Fiamma;
Cinema Apollo (1945): ricavato in un frantoio in via Crocifisso;
Cinema Corso (1945): in via Respa;
Cinema Supercinema (1955): in Via Margherita di Savoia, con arena estiva;
Cinema Viale (1955): su Viale Pio XI;
Cinema Fiamma (1959): nell’odierna via Muscati;
Cine Teatro Odeon (costruito 1947, chiuso definitivamente il 6 gennaio 2014). l
[8]
Oltre agli storici Piccinni e Petruzzelli, al Margherita, riconvertito a spazio culturale e al gioiello recuperato del Kursaal Santa Lucia, vi sono numerosi altri spazi (comprese le numerose accademie, alcune istituzioni e diversi istituti scolastici; solo per esemplificare: Kismet, Abeliano e Team.
[9]
Andria conta comunque su un auditorium intitolato a Riccardo Baglioni, di matrice “parrocchiale” e dotato di attrezzature specifiche molto contenute, La città di Trani, come detto, caratterizzata tradizionalmente da una articolata e significativa offerta culturale, ne sarebbe ancora sprovvista, anche se può sicuramente contare su un luogo vivace e accorsato come Palazzo delle Arti Beltrani, "museo a carattere polifunzionale” gestito dall'associazione privata
Delle Arti ODV-ETS; invero, il Municipio avrebbe già acquisito due storici spazi cittadini, il Cinema Impero e il Supercinema, dotato - tra l’altro – di uno dei palchi più attrezzati in regione
[10]
Molfetta, attualmente, può contare di fatto sulla Cittadella degli Artisti, che comunque ha una contenuta dotazione scenica e può accogliere platee non rilevanti. Il resto della rete è composto da Compagnia Malalingua ETS; Il Carro dei Comici,
Arterie Teatro, Teatremitage, SpazioleArti e Teatro dei Cipis., la maggior parte con spazi parrocchiali (diffusi e salvifici) e tutti con un massimo intorno al centinaio di posti. C’è sicuramente altro, ma non è la vivacità della comunità in discussione, ma la possibilità di convogliarla in un catalizzatore economicamente funzionale e rilevante
[11]
Qualcuno ha ipotizzato, come soluzione alternativa, il recupero, prevedibilmente meno costoso, del vecchio Cinema-teatro ODEON, collocato nel cuore consolidato del tessuto urbano.
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