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Don Mario Favuzzi, uomo con il cuore di ragazzino Un adolescente degli anni ’70 ricorda il parroco di S. Pio X
15 febbraio 2001

Dopo quattro giorni di coma, il cuore di don Mario Favuzzi, ha cessato di battere all’alba del primo febbraio. Se n’andato così a 69 anni, rapidamente, quasi senza dar fastidio, il sacerdote che nella sua vita ha lottato con enormi sacrifici, per realizzare il gran sogno: l’edificazione della chiesa “S. Pio X”. Oggi la zona di Levante è considerata benestante. Ma non era così nell’autunno del ‘71, quando don Mario prese in mano la neonata parrocchia “S. Pio X”, che per 11 anni trovò ospitalità, per i riti religiosi, nell’istituto “Santa Luisa”. Un quartiere nato in gran parte grazie alle rimesse dei marittimi e degli emigranti, popolare quindi, come popolare era don Mario con le virtù, la saggezza, le passioni e i vezzi di chi proviene da una famiglia semplice. Felice fu la sua intuizione di dar subito vita a un gruppo giovanile. Fu l’opportunità, per noi ragazzi del quartiere, di fare le prime esperienze di aggregazione. Ben presto i locali dell’associazione divennero un punto d’incontro e di formazione. I giovani poi coinvolsero i genitori e gli altri adulti della parrocchia. Il seme gettato da don Mario, coltivato poi dal seminarista Pino Magarelli, oggi parroco di “S. Bernardino”, ha prima permesso la costruzione della parrocchia delle persone e poi l’edificazione della chiesa. Ma non è stato facile per don Mario, sacerdote molto amato, ma anche molto discusso. Alle insinuazioni don Mario non ha mai risposto, tirando dritto per la sua strada. Una cosa è certa, egli ha anteposto la sua parrocchia a tutto, forse anche alla sua famiglia, accollandosene tutti i problemi. Di origini umili, si è sempre tenuto lontano dai palazzi che contano, ha preferito circondarsi di persone semplici. Le sue omelie non erano esercizi intellettuali, né arricchite da citazioni dotte. Il suo linguaggio era schietto e diretto, non tollerava i facili costumi e il consumismo esasperato. L’esortazione ai giovani al rispetto dei genitori, la solidità e solidarietà della famiglia, gli anziani soli e gli ammalati, erano il suo continuo riferimento. Spesso le sue parole strappavano il sorriso, ma denunciavano le miserie morali e gli egoismi che don Mario vedeva crescere anche all’interno della sua parrocchia. Negli ultimi tempi ho avuto modo d’incontrarlo spesso. All’espressione vispa e alla verve che avevo conosciuto anni addietro, si era sostituito un senso di stanchezza, forse di tristezza. Mi chiedeva degli altri suoi “ragazzi”, ed era contento di sapere che avevano intrapreso strade dignitose. In quelli incontri don Mario amava ricordare con tenerezza quei ragazzi con cui la vita non era stata generosa. Mi diceva: “Per tutto quello che hai, ringrazia il Signore”. Il ricordo di don Mario mi fa tornare in mente immagini di 25 anni fa, quando la nuova chiesa era ancora un ambizioso sogno e quelle sere in cui ci si attardava a chiacchierare. Era il momento in cui don Mario si rilassava. Amava raccontare le vicende della sua vita ricche di aneddoti divertenti. Spesso si parlava delle cose d’attualità dell’epoca: la guerra fredda, il terrorismo, l’aborto, il divorzio; temi importanti per noi adolescenti che volevamo conoscere il mondo. Un’altra immagine che ho sempre presente è quella del sabato pomeriggio quando ci portava a giocare a pallone al Seminario Regionale. Don Mario, maturo quarantenne, ritornava ragazzino e giocava insieme a noi con la fantasia, l’entusiasmo, la passione e i capricci di un ragazzino, voleva sempre la palla e non ci teneva a perdere. Una volta, per evitare una sonora sconfitta, sequestrò il pallone e ci mandò tutti a casa. Don Mario era fatto così, era umorale secondo delle giornate: intransigente, tollerante, tradizionalista, moderno, imbronciato, spiritoso, dispettoso, ragionevole. Ma c’era una cosa che custodiva gelosamente: la generosità. Un generosità che non ostentava, anzi cercava di nascondere. Gli abbiamo voluto bene e lui ne ha voluto a noi. Un sacerdote, un uomo, con il cuore di un ragazzino. Francesco del Rosso
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