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Distrutte le antiche chianche del porto con la pala meccanica Per rifare il pavimento della banchina S. Domenico. Ignoranza colpevole o scempio incosciente? Torna il fantasma di Piazza Municipio
15 novembre 2004

La scena sembra la stessa di qualche anno fa. L'ambientazione è cambiata, ma di poco. I lavori che in questi giorni stanno interessando la Banchina San Domenico (nella foto) già fanno parlare di sé, e mentre, immancabile, aleggia il “fantasma di piazza Municipio” (da piazza storica a “storico eliporto”, ricordate?), di nuovo, mutatis mutandis, con disarmante disinvoltura si procede al maquillage di una zona storica di Molfetta. Il progetto Quello sulla banchina San Domenico è intervento volto a “migliorare” lo stato della pavimentazione, in parte danneggiato dal transito dei veicoli. Due le ragioni del constatato degrado della banchina: il cedimento del piano stradale e l'usura delle chianche, alcune delle quali si presentavano ammaccate o pesantemente lesionate. Di qui la decisione - così ha spiegato l'arch. Lazzaro Pappagallo, dell'Ufficio tecnico comunale - di intervenire sull'antico basolato, anche a seguito del parere espresso, durante una conferenza di servizi, dall'autorità portuale. “Numerose e frequenti erano le richieste di risarcimento danni che pervenivano al Comune da parte di cittadini vittime delle sconnessioni della pavimentazione”, ha precisato Pappagallo. I lavori, per la verità, rientrano in un progetto (approvato a marzo dello scorso anno con delibera di giunta), relativo al miglioramento dell'ormeggio dei pescherecci. Prevista, inizialmente, la realizzazione di tre pontili di attracco e la relativa urbanizzazione della banchina. Costo complessivo dell'operazione, 725mila euro, finanziati dai “Patti territoriali”. Ma, in seguito, mediante conferenza di servizi, il progetto è stato variato, stralciando la costruzione di uno dei pontili e utilizzando, quindi, parte del finanziamento ai fini della risistemazione del piano stradale. Rimuovere le basole originarie, livellare il piano e riposare le stesse basole: questi gli interventi previsti. Ove, inoltre, non fosse stato possibile il ripristino delle antiche chianche, perché eccessivamente danneggiate, solo allora, si sarebbe proceduto alla sostituzione. Fin qui le “intenzioni”. Ma, come spesso accade, ad “iniziale intendimento” non è corrisposta analoga azione, per impreviste difficoltà intervenute in corso d'opera. “Rimuovendo il basolato - ha chiarito Pappagallo - ci si è accorti che non sarebbe stato possibile operare manualmente a causa dell'elevato peso delle chianche (oltre 150 kg cadauna): pertanto è stato necessario ricorrere agli escavatori meccanici”. L'escavatore, però, si sa, non fa differenze: basole danneggiate o basole sane, alla fine, “pari sono”. E così, la quantità delle chianche destinate ad essere sostituite è più che raddoppiata. Se inizialmente, infatti, era previsto il rimpiazzo di circa il 25% delle basole, dopo l'intervento della pala meccanica, almeno un'antica chianca su due è finita in discarica. Quelle “superstiti”, in attesa di migliore collocazione (tornare, il prima possibile, al loro posto sulla banchina), sono state accatastate, senza custodia alcuna, presso il piazzale esterno della Multiservizi (zona artigianale). A pochi metri, una discarica abusiva a cielo aperto (nella foto). Per qualche settimana almeno, si è deciso che questo debba essere il loro posto. La pala meccanica e il “peso della storia” Non abbiamo le competenze per esprimere una precisa valutazione in merito al valore storico del basolato sul quale, con pale e strumenti assai poco selettivi, si è deciso di intervenire. Vi è chi, tuttavia, ritiene che quelle basole scure, in basalto, alte poco meno di mezzo metro, fossero preziose, e, certamente, facessero da insostituibile cornice a una tra le zone storiche più significative della città. Quella di “ammodernare” un monumento (il porto è evidentemente monumento di Molfetta perché ne custodisce la storia e l'identità) è, fuori di dubbio, scelta assai difficile e, tra l'altro, non sempre legittima. La vecchia (leggi: “antica”) pavimentazione era dissestata, si dirà. Aggiungendo che soltanto un “energumeno” sarebbe riuscito a rimuovere e riposare quelle possenti basole: molto più facile, più veloce e meno dispendioso scegliere il mezzo meccanico. In fondo, se l'obiettivo era impedire che i cittadini inciampassero nelle chianche lesionate… E se, invece, si fossero scelti altri obiettivi? Se in quelle basole avessimo visto non qualche lesione da “riparare” (al pari dell'ultima toppa su una strada d'asfalto) o un'ingombrante zavorra da spostare, ma l'inamovibile “peso della storia”? Perché porre sempre all'ultimo posto (od ignorare del tutto) la qualità storica di un manufatto, salvo poi organizzare nostalgiche e, per certi versi, frustranti mostre fotografiche “in memoria” di beni perduti per sempre? (nella foto, le basole danneggiate presenti sulla banchina S. Domenico) Le basole della banchina San Domenico, probabilmente, avrebbero richiesto un po' più di rispetto: interventi anticipati, quanto meno (anche l'interdizione al traffico, ad esempio; di certo approfondimenti e valutazioni più precise), senza arrivare, così come è stato, ad operare un “malato” ormai già in irreversibile stato terminale, e, a farlo, per giunta, alla cieca. Massimiliano Piscitelli massimiliano.piscitelli@quindici-molfetta.it Tiziana Ragno tiziana.ragno@quindici-molfetta.it
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