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Dal Ser.T un valido aiuto per le dipendenze patologiche
15 novembre 2007

Comunemente la dipendenza patologica pare essere riferita esclusivamente all'uso ed abuso di sostanze psicotrope illegali (eroina, cocaina, cannabis, extasy,ecc.) e legali (alcool, tabacco,alcuni psicofarmaci): in realtà, il termine va esteso a tutta una serie di comportamenti, oggetti, esperienze, attività e relazioni che, per alcune personalità dai tratti evolutivi defi citari o caratteriali, assumono signifi cati e valenze ben precise e simboliche tanto da essere spesso ricercati e compiuti con modalità di tipo compulsivo ed ossessivo. E' quanto afferma il dott. Antonio Taranto, psichiatra e dirigente del Ser.T di Molfetta. I Ser.T, Servizi pubblici per le Tossicodipendenze e organi territoriali del Servizio Sanitario Nazionale, istituiti dalla legge 162/90 e dal 1999 coordinati su base dipartimentale, si occupano proprio di prevenzione, cura e riabilitazione delle dipendenze patologiche, offrendo assistenza agli utenti ed ai loro familiari per i quali predispongono progetti d'intervento personalizzati e multidisciplinari. Si avvalgono di diverse fi gure professionali (medici, psicologi, sociologi, assistenti sociali, educatori, infermieri, amministrativi) che, con azioni sinergiche ed integrate, dopo la fase estremamente delicata e determinante dell'accoglienza e della “decodifi ca “ della domanda (ricordiamo che l'accesso, diretto, autonomo e gratuito, può avvenire su base volontaria o su invito dell'autorità giudiziaria), valutano i singoli casi dai vari punti di vista per poter formulare una diagnosi ed, in base a questa, tracciare precisi percorsi terapeutici che fanno parte di un progetto globale ispiratore del trattamento vero e proprio, multifasico e differenziato. Non è diffi cile intuire la “gravosità” del mandato sociale di cui i Ser.T sono investiti e la complessità della loro funzione in un settore che, nonostante la rigidità delle norme legali e la scarsezza delle risorse economiche che lo contraddistinguono, appare di competenza non strettamente sanitaria e dove il carattere eternamente emergenziale che spesso limita i servizi erogati, l'eccessiva burocratizzazione o medicalizzazione dei problemi trattati , una certa tendenza all'aziendalizzazione sono, ad esempio, solo alcune delle accuse con cui, più o meno periodicamente, tocca fare i conti. “E' indubbia la funzione di controllo sociale svolta attualmente dai Sert.T così come i GOT, 25 anni fa, con spirito fortemente pionieristico ed anche ideologico, svolgevano, a fatica e tra mille diffi coltà, quella di semplice contenimento” ci ha più volte ribadito, nel corso di vari incontri, l'assistente sociale dott.ssa Serena de Gennaro che riceve le richieste e gestisce i rapporti degli utenti con i vari enti ed istituzioni, in particolar modo con i Servizi Sociali. “Qui le persone vengono seguite, accompagnate ed assistite in quello che è l'iter burocratico obbligatorio. E' chiaro che quello della somministrazione dei farmaci è solo un aspetto, non l'unico, che, in qualche modo, li aiuta a… farsi aiutare e a non delinquere riducendo e prevenendo il loro rischio di “criminalità”: che sia più o meno prioritario o prevalente rispetto ad altri dipende dal caso in sé e dalla storia pregressa del paziente. La verità è che la tipologia del tossicodipendente è molto variegata e dunque gli interventi vanno pensati ed attuati in maniera individuale per quanto lo consentano i protocolli adottati: la stessa tossicologia è una scienza abbastanza giovane, in continua evoluzione, da cui abbiamo sempre da imparare”. Ma, oltre a quelle da sostanze legali e non, quali sono le nuove dipendenze che vengono trattate al Ser.t? L'albero di Natale? Lasciamolo vivere e torniamo al nostro presepe Sia pure fuori tempo ma con prudente anticipo, desidero fare qualche considerazione e proporre un appello su una “tradizione” che ritengo assolutamente slegata dalla storia, dalla geografi a, dalle abitudini e dal signifi cato profondo della più bella e sentita festa cristiana: il Natale. Più esattamente sull' “albero di Natale”. Sempre di più si vedono bellissimi abeti e pini secolari stroncati dalla terra e riempiti di mille luci, fi nta neve e palle colorate. Città intere fanno a gara a riempire strade e piazze di alberi di Natale. Persino in piazza S.Pietro a Roma, accanto al bellissimo e artistico presepe si addobba ogni anno un abete altissimo, secolare, che certamente starebbe meglio nel suo ambiente naturale ma che viene indicato come “segno della vita che non muore” o “dono all'umanità” o altre defi nizioni altisonanti del genere. Forse si obietterà che si tratta di alberi nati nei vivai per questo scopo, ma credo che comunque siano piante in grado di crescere e fornire aria buona, ossigeno e ombra in ogni posto del mondo e soprattutto in quelle zone dove la furia devastatrice degli incendi appiccati da autentici criminali ha trasfomatto in un deserto di cenere e morte intere foreste e montagne: se tutti i vivai d'Italia fornissero alberi per ripopolare le foreste incendiate, probabilmente potremmo in pochi anni ricostruire il nostro patrimonio naturale. Del resto in Svezia, dove gli assassini incendiari sono pochissimi, e quando vengono presi non se la passano certo liscia come da noi, il governo ha piantato nuovi alberi aumentando la superfi cie boschiva del 60% in dieci anni. Tornando all'albero di Natale, mi sono sempre chiesto quale collegamento ci sia fra questa usanza, peraltro antica solo nei paesi nordici e in nordamerica, e la nascita di Gesù, avvenuta in una zona desertica, popolata prevalentemente da ulivi e qualche altra rara essenza, con la neve quale evento eccezionale, comunque priva di alberi sempreverdi tipo pini o abeti. Credo invece che la tradizione più vera e sentita, collegata alla realtà storica e densa di simboli cristiani sia quella del presepe allestito con la semplicità e spesso l'ingenuità dei bambini, in ogni casa, dalle più umili alle più agiate. Oppure anche, per chi vuole e può, usando le capacità tecniche e la tecnologia per ottenere effetti speciali, movimenti di personaggi, suoni e luci tutti tesi a rendere “vivo” l'evento della nascita del bambin Gesù. In questo senso faccio un appello accorato alle agenzie educative, alle autorità civili e religiose affi nché si riproponga la tradizione del vecchio presepe casalingo o artistico, come unico o almeno preponderante modo di celebrare il Natale, ottenendo forse anche un risparmio negli addobbi pubblici e lasciando vivere e crescere gli alberi nei loro ambienti naturali. Non potrebbe essere questo il migliore “Buon Natale”? Mauro Binetti Dal Ser.T un valido aiuto per le dipendenze patologiche Il dott. Taranto asserisce che “tutto può diventare droga in una società come quella odierna caratterizzata da equibri precari e da una certa mancanza di limiti e regole, oltre che da dinamiche di cambiamento rapide e caotiche: il gioco d'azzardo, gli acquisti, il lavoro, il cibo, la forma fi sica, la televisione, Internet, il sesso,ecc. Tutto ciò che è ricerca di piacere e 'felicità' e modifi - ca l'umore e le sensazioni, se ripetuto in maniera convulsa e persistente ed ha come scopo principale il cambiamento della percezione di sé e dell'ambiente circostante, senza tener conto delle conseguenze e sviluppando una tolleranza, diventa dipendenza”. Ma non è una reazione normale quella di estraniarsi e cercare sensazioni piacevoli alternative quando siamo stanchi, malati o sotto pressione o vogliamo evadere da una realtà che non ci piace? “Certo, lo è, tutti tendiamo a dissociarsi, ad allontanarci, in qualche modo, dai sentimenti e dalle sensazioni negative che non riusciamo ad 'interiorizzare' come delusione, frustrazione, rabbia, gelosia, invidia, competizione. Se questo allontanamento è parziale e temporaneo, una sorta di difesa adattiva, non crea problemi ma se diventa una modalità ricorsiva con cui gestire i fatti della vita e le tensioni nelle relazioni, allora vuol dire che la condizione neurobiologica del soggetto è alterata”. Qual è il meccanismo che, ogni volta, automaticamente, egli si sente quasi obbligato a mettere in atto? “Il dipendente patologico ricorre ad una specie di tecnica autoipnotica, uno stato di trance autoindotto, che lo porta a rifugiarsi mentalmente in una realtà psicosensoriale parallela dove può liberarsi da ogni contatto, emozione o immagine confl ittuale non rappresentabile sul piano cosciente”. Ci sembra di capire che si tratta per lo più di individui dai comportamenti e dalle tendenze alquanto regressive… “Sì, in un certo senso lo sono, anche se le motivazioni e le fi nalità di quest'attitudine obbligatoria, che molti defi niscono semplicemente 'vizio', non sempre sono chiare né al paziente né al clinico che deve scoprirle e valutarle”. Dunque, non è per caso che si diventa dipendenti patologici… “Certo che no, è una chiara vulnerabilità e fragilità di base che consente quelle precise modalità comportamentali alle quali molti ricorrono, in maniera ossessiva, nei momenti in cui preoccupazione e tensione raggiungono livelli intollerabili ed impediscono loro di affrontare l'angoscia di essere se stessi. Molte di queste persone hanno vissuto in maniera aggressiva e violenta la scoperta della separazione e del distacco nelle prime fasi dello sviluppo e sono affl itti da un senso di impotenza mai elaborato nelle fasi successive; il loro vissuto esperenziale riguardo la perdita e la solitudine rappresenta una minaccia costante e sempre attuale per il funzionamento del loro io che ne appare continuamente perseguitato”. Il dott. Taranto prosegue affermando che “ogni forma di dipendenza ha un aspetto specifi co ma tutte sono espressione di un disagio psichico, di un desiderio di fuga, di un abbandono della rifl essività per il piacere di scariche adrenaliniche cercate in maniera convulsiva per esorcizzare paure e sofferenze non regolabili diversamente”. Lo ringraziamo e lo lasciamo al suo lavoro, leggermente condizionati da ciò che abbiamo appena ascoltato. Mentre andiamo via estraiamo velocemente, in maniera quasi automatica, il cellulare dalla borsa anche se non sta affatto squillando: che si tratti, anche in questo caso, di una vera e propria dipendenza?
Autore: Beatrice De Gennaro
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